giovedì 2 settembre 2010

Quel volgare materialismo consistente nel ridurre tutto a funzioni cerebrali.

Giorgio Israel, sul settimanale Tempi del 1 settembre 2010 ha sviluppato una interessante riflessione su come oggi tutto nell’uomo è ricondotto, in uno pseudo causa ed effetto, a funzioni celebrali che più che l'intelligenza evidenzia la rozzezza concettuale di certi scienziati:«Quel che lascia esterrefatti è la rozzezza concettuale con cui si stabilisce un rapporto di causa-effetto tra quel che accade nel cervello e i sentimenti del soggetto. È come se dicessi che, siccome il cuore di un soggetto alla vista della persona amata batte più velocemente, la tachicardia è causa dell’amore.».

Ecco l’Articolo: buona lettura!

«QUELLA NATURA CHE SPINGE A DESIDERARE COSE GRANDI È IL CUORE» è il motto del Meeting di Rimini di quest’anno. È curioso sentir parlare di “cuore”.
Non perché quest’organo abbia perso importanza dal punto di vista strettamente fisio-patologico. È curioso e insolito perché da ogni altro punto di vista il cuore è fuori moda. Provate a proporre la frase con i puntini — «Quella natura che spinge a desiderare cose grandi è . ..» — e poi chiedete di sostituire ai puntini la parola adatta. Sono pronto a scommettere che la risposta di gran lunga più frequente sarà “cervello”. Ormai quando si ha a che fare con qualcosa che riguardi il pensiero, i sentimenti o qualche funzione che non si presenti in termini materiali, si parla di “cervello”. Persino il richiamo in patria dei ricercatori italiani che si sono distinti all’estero è definito come “rientro dei cervelli”, e non delle “menti”.
Fa venire in mente un corteo di flaconi contenenti organi immersi in soluzione alcoolica.
Eppure questa tendenza a ridurre tutto a cervello è, oltre che ossessiva, priva di qualsiasi fondamento razionale, per cui nel motto del Meeting occorre salutare un sano richiamo al ruolo che nell’uomo ha la
capacità di emozioni e di sentimenti che non sono direttamente riducibili a processi logici i quali sarebbero impersonati da danze di neuroni e sinapsi. Ma l’ossessione “cerebrale” che viene dalle neuroscienze, o piuttosto dalle neurofilosofie che proliferano su di esse, è dilagante.
Leggevo di recente il seguente annuncio di una scoperta “scientifica”: «Il coraggio è una faccenda di cervello». Con i soliti procedimenti di risonanza magnetica si è osservata l’attività cerebrale di alcuni soggetti man mano che vincevano la paura provocata dall’esperimento consistente nell’avvicinare un serpente fino a pochi centimetri dalla loro testa. Si sarebbero intravisti alcuni meccanismi neurologici «legati al ceraggio». Lasciamo pure perdere il proposito baggiano di usare queste “scoperte” per realizzare trattamenti capaci di annullare la paura: trovereste ragionevole sopprimere la paura in un automobilista? Quel che lascia esterrefatti è la rozzezza concettuale con cui si stabilisce un rapporto di causa-effetto tra quel che accade nel cervello e i sentimenti del soggetto. È come se dicessi che, siccome il cuore di un soggetto alla vista della persona amata batte più velocemente, la tachicardia è causa dell’amore.
Quel che lascia sconcertati è il volgare materialismo consistente nel ridurre tutto a funzioni cerebrali. Ed è triste constatare quante persone che pure attribuiscono un ruolo fondamentale ai sentimenti, in particolare al sentimento religioso, si lascino abbindolare da questo materialismo. Ho letto il rapporto di una recente ricerca che avrebbe identificata un’area cerebrale responsabile dei sentimenti di “trascendenza”. Insomma, la predisposizione a credere in un Dio trascendente sarebbe iscritta nel cervello. Vi è bisogno di dire che questo è un modo di ridicolizzare il sentimento religioso e l’idea stessa dell’esistenza di Dio, degradando il tutto a una caratteristica materiale dei singoli individui? Una persona crederebbe in Dio soltanto perché il suo cervello è fatto in un certo modo, un’altra sarebbe atea per una diversa conformazione cerebrale. Quel che è sommamente triste è che gli “scienziati” che hanno prodotto questa gran trovata si dichiarano credenti e ritengono di aver contribuito a dimostrare il fondamento della fede, in quanto ne avrebbero determinato le basi “oggettive”. Altro che relativismo, questo è sbandamento mentale e morale. Contro l’ossessione “cerebrale” occorre difendere le ragioni del cuore.
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