Il 27 dicembre di 25 anni fa la Conferenza Episcopale dell'Emilia Romagna ha pubblicato un documento intitolato "Islam e Cristianesimo". Il documento evidenzia le insanabili divergenze tra la rivelazione di Cristo e la religione mussulmana tra l'altro sottolineando a ragione che né l'ebraismo, né il Cristianesimo possono essere definite "religioni del libro". Dio per noi cristiani non si è "incartato" ma incarnato è una presenza reale, viva, non un libro. Il documento mette in guardia rispetto ad un accoglienza puramente "materiale" degli immigrati islamici ma a dare ragione della nostra fede senza alcun complesso di inferiorità. Un documento veramente interessante e per molti verso profetico. Purtroppo non molto ascoltato ed applicato. Lo accludo a questo post nella speranza che sia letto e meditato. Nella sua semplicità apre un mondo.
PRESENTAZIONE
Un
argomento pastorale ineludibile
La crescente presenza
di musulmani nelle nostre terre ci induce ad annoverare tra i temi
non trascurabili della nostra vita ecclesiale anche l’attenzione
consapevole alla realtà islamica: un’attenzione serena e il più
possibile 0ggettiva, che non può ridursi alla sollecitudine
operativa di assistenza e di aiuto.
I discepoli di Gesù
avvertiranno sempre come un impegno doveroso l’azione concreta di
carità — ovviamente a misura delle proprie effettive disponibilità
— verso ogni essere umano che si trovi nel bisogno e nella pena.
Ma, particolarmente quando si tratta di musulmani, pastoralmente
questo non basta. Occorre che ci si preoccupi anche e preliminarmente
di acquisire una conoscenza non epidermica dell'Islam, sia nei suoi
contenuti dottrinali sia nelle sue intenzionalità e nelle sue regole
comportamentali.
Un
piccolo strumento per una conoscenza iniziale
A questo fine
presentiamo questo piccolo strumento di informazione: è una
sintetica e lucida esposizione dell’argomento, che offriamo prima
di tutto ai sacerdoti, ai diaconi e a tutti coloro che svolgono una
funzione attiva nella vita ecclesiale; la offriamo poi a tutti i
credenti, che tra l’altro ne potranno trarre motivo di confermarsi
gioiosamente nella fede del Signore Gesù, Figlio unigenito del Padre
e unico necessario Salvatore dell’universo; la offriamo infine a
quanti hanno a cuore i problemi emergenti del nostro tempo e vogliono
muovere a occhi aperti incontro al nostro futuro, e segnatamente ai
responsabili della vita pubblica italiana, che sono chiamati dalla
storia ad affrontare con saggezza e lungimiranza, con realismo e
senza comprensioni ideologiche, una serie di inedite difficoltà
nella conduzione del nostro Stato.
Il
dovere dei nuovi arrivati di conoscere la realtà italiana
Veramente, prima della
nostra opportunità di conoscere le convinzioni, gli usi, la
mentalità dei nuovi arrivati, c’è il dovere morale dei nuovi
arrivati di conoscere le convinzioni, gli usi, la mentalità della
popolazione nella quale essi chiedono di inserirsi. A essi va chiesto
che si accostino con rispetto e con animo aperto al nostro mondo,
come si conviene a chi arriva non in una landa deserta e selvaggia ma
in una cultura millenaria e in una civiltà di prestigio grande e
universalmente riconosciuto. In caso contrario, potrebbero a giusto
titolo essere accusati di quell’insensibilità e di quell’arroganza
verso il paese ospitante, che da più parti sono state rimproverate a
un certo tipo di colonialismo del passato.
Ma non ci dispiace
dare il buon esempio. Del resto, il testo che qui proponiamo — che
presenta in confronto dialettico l’Islam e il Cristianesimo —
potrebbe riuscire utile anche agli immigrati che vogliano cominciare
a conoscerci sul serio.
Origine
e meriti dell’Islamismo
Maometto compare sulla
scena ben sei secoli dopo che — con la venuta dell’Unigenito del
Padre, Gesù Cristo — il lungo discorso di Dio agli uomini,
cominciato con Abramo, arriva al suo definitivo compimento e
l’iniziativa salvifica del Creatore raggiunge il suo culmine.
Egli, riconosciuto dai
suoi discepoli come «messaggero di Dio» e destinatario
dell’elargizione del Corano, si avvale nella sua predicazione di
quanto della Rivelazione ebraico-cristiana aveva potuto conoscere e
capire. La sua voce ha il merito, in un contesto dominato dal
politeismo, di proclamare con grande energia l’unicità e
l’assoluto incontrastabile dominio dell’onnipotente Signore e
Autore di tutte le cose.
Il fascino
dell’Islamismo per larga parte stava appunto nell’evidente
superiorità di questa proposta religiosa, estremamente semplificata,
su ogni culto idolatrico.
I
casi di passaggio all’Islamismo
Questo spiega i
casi di «conversione» all'Islam che avvengono oggi tra i cristiani.
Nei nostri contemporanei ci sono molti «adoratori di idoli». Il
vuoto di verità e di senso, insito in molta parte della mentalità
scettica così diffusa in Europa, è vantaggiosamente riempito da una
religione che chiede solo un atto di fede in Dio, e sembra non
possedere dogmi, misteri, strutture gerarchiche, riti sacramentali.
Si intuisce come quest’ultima connotazione possa incontrarsi con le
pregiudiziali laicistiche presenti nell’animo di molti nostri
connazionali.
Proprio questa
povertà spirituale di molti uomini del nostro tempo costituisce la
premessa perché si guardi all’Islam come a una plausibile
alternativa all’assurdo e alla mancanza di speranza che insidiano
una società che ha smarrito ogni riferimento certo e trascendente.
Il
cristiano non è affatto tentato dall’Islam
Ma per chi è
veramente cristiano, per chi si è donato al Signore Gesù con tutto
il suo essere, per chi ha assaporato la gioia di appartenere alla
santa Chiesa cattolica, per chi sa di essere destinato a partecipare
al destino di gloria del Crocifisso Risorto e a entrare nell’intimità
della Trinità augustissima, per chi ha accolto come norma
totalizzante del suo agire la legge evangelica dell’ amore, quella
di farsi musulmano è l’ultima e la più improbabile delle
tentazioni che gli possono capitare.
E non già perché
il Cristianesimo sia una religione migliore dell’Islamismo: è
semplicemente imparagonabile. E imparagonabile perché non è
soltanto una religione, ma è un fatto coinvolgente e deificante; non
è soltanto una comunicazione di idee, un insieme di precetti, una
pratica rituale: è una totale trasfigurazione della realtà umana
che progressivamente si assimila a Cristo, colui nel quale «abita
corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9) ed è il
compendio di ogni verità, di ogni giustizia, di ogni bellezza.
Si capisce allora
come non possa nascere in noi nessuna paura dell’Islam e non si dia
nessuna ansietà per una sua «concorrenza religiosa». Le nostre
preoccupazioni sono invece per quelli tra noi che sventuratamente non
conoscono più il «dono di Dio» e così sono esposti a tutte le
disavventure esistenziali.
Insufficienza
dell’approccio culturale
I nostri fratelli
di fede e di ministero, che vivono in paesi a maggioranza musulmana,
ci mettono in guardia da un errore di prospettiva, che potrebbe
falsare totalmente il nostro giudizio: non ci si deve limitare a un
approccio puramente culturale dell'Islam.
Noi dobbiamo
ascoltare con interesse quanto ci dicono gli studiosi del:movimento
islamico nella sua origine, nella sua storia, nella sua dottrina,
nella ricchezza culturale che è fiorita tra le genti musulmane. Ma
dobbiamo ascoltare anche chi conosce e testimonia, per esperienza
diretta, il comportamento dei musulmani (dove la loro volontà è
determinante) nei confronti degli altri, la loro durezza nell’esigere
che ci si adegui alle loro norme di vita, la loro sostanziale
intolleranza religiosa quale è ampiamente documentabile per molti
paesi, le loro intenzioni di conquista (delle quali del resto non
fanno nessun mistero).
Le
più evidenti incompatibilità
Ai nostri politici
vorremmo ricordare il problema della «diversità» islamica nei
confronti del nostro irrinunciabile modo di convivenza civile.
Essi non possono
lasciare senza risposta pertinente gli interrogativi che tutti gli
italiani di buon senso si fanno: come si pensa di far coesistere il
diritto familiare islamico, la concezione della donna, la poligamia,
l’identificazione della religione con la politica — tutte cose
dalle quali i musulmani non recedono, se non dove non hanno ancora la
forza di affermarle e di imporle — con i princìpi e le regole che
ispirano e governano la nostra civiltà?
Ed è solo un
parziale e piccolo elenco delle incompatibilità con le quali
bisognerà fare i conti.
Ci rendiamo ben
conto della difficoltà dell’impresa: chi ha il compito statutario
di sciogliere questi nodi ha tutta la nostra comprensione e l’aiuto
della nostra preghiera.
Ringraziamento
Le pagine che qui
presentiamo, già preparate in data 6 agosto, si devono alla
competenza del dottor don Davide Righi, al quale esprimiamo di cuore
la nostra riconoscenza.
Gli sono grate in
special modo le nostre comunità cristiane, che certamente non
lasceranno negletto e inoperoso questo prezioso sussidio. È la
nostra raccomandazione e la nostra viva fiducia.
Bologna, 27
novembre 2000
GLI
ARCIVESCOVI E I VESCOVI
DELL’EMILIA
ROMAGNA
ISLAM E CRISTIANESIMO
Introduzione
Voi
siete la luce del mondo (Mt 5,17), dice Gesù ai suoi discepoli.
Negli ultimi anni la vita del nostro Paese e delle nostre città e
conseguentemente delle nostre parrocchie ha visto un sensibile
incremento della presenza di musulmani e musulmane. Si sono poste
così in atto nuove situazioni che portano i credenti a dovere
rendere ragione della propria fede di fronte a credenti appartenenti
a un’altra fede e ad annunciare Gesù Cristo nostro salvatore. Chi
si vergognerà di me e delle mie parole (...) anche il Figlio
dell’uomo si vergognerà di lui (Mc 8,38).
Presento
queste pagine, frutto della riflessione di questi anni, per aiutare i
sacerdoti e quanti devono illuminare le coscienze a una educazione
cristiana più attenta alla nuova situazione pastorale che si sta
creando.
Un
passato da non dimenticare
Non
siamo i primi nella storia a doverci confrontare con questa «nuova»
identità religiosa. Infatti l’incontro-scontro tra Islam e
Cristianesimo, tra cristiani e musulmani è già avvenuto nel corso
della storia fin dal sorgere della comunità islamica. Sono in
particolare le Chiese orientali quelle che per prime hanno intessuto
un approfondito confronto culturale e teologico con il mondo
islamico. Da questo punto di vista dobbiamo riconoscere la necessità
di recuperare tutta la tradizione culturale dell’incontro tra Islam
e Cristianesimo maturatasi in oriente, tutta la letteratura
arabo-cristiana — in gran parte misconosciuta in occidente —
nella quale dalla fine dell’ VII secolo i cristiani orientali si
sono confrontati con i musulmani a partire dal medesimo strumento
linguistico, l’arabo, e con una conoscenza diretta del Corano e
della tradizione e legislazione islamica.
Proprio perché i problemi che noi oggi ci poniamo sono già stati
posti in oriente molti secoli fa, penso in particolare che oggi, nei
passi che la Chiesa cattolica è chiamata a fare in occidente, debba
essere fatto tesoro dell’esperienza delle Chiese orientali. Ritengo
inoltre che quell’esperienza più che millenaria debba essere
sottoposta a un vaglio critico. Mons. Fouad Twal, vescovo di Tunisi
dal 1995, sosteneva di recente: Ritengo che i vescovi dei paesi
arabi siano le persone più indicate da una parte per suscitare degli
atteggiamenti di realismo e dall’altra per evitare gli eccessi di
giudizio «pro o contro».
Non
dobbiamo dimenticare neppure che l’incontro con l’Islam è stato
e viene tuttora vissuto anche a livello politico-militare: la
battaglia di Poitiers del 732 con la fermata dell’avanzata
andalusa, gli scontri avvenuti nel periodo crociato del XII-XIII
sec., la battaglia di Lepanto nel 1571 e l’arresto dell’avanzata
nei Balcani dell’impero ottomano con l’assedio di Vienna nel
1683, le conquiste e i protettorati occidentali istituiti nel XIX-XX
sec. sullo sfaldamento dell’impero ottomano, gli attuali scontri a
Timor Est e in Indonesia e la preoccupante insorgenza di stati
dichiaratamente islamici in Africa con la conseguente persecuzione di
varie comunità tra le quali anche quelle cristiane cattoliche, sono
solo alcuni dei momenti che hanno segnato la storia dei rapporti fra
regni o imperi e Chiese della cristianità da una parte e califfati e
imperi islamici dall’altra. La storia e le lezioni della storia non
possono e non devono essere dimenticate ma studiate e valorizzate
nella loro crudezza per evitare revisionismi o trionfalismi.
Islam
e Cristianesimo:
chiarificazione dei termini e tentativo di un
confronto
Il
titolo di queste pagine potrebbe trarre in inganno.
Infatti
i due termini «Islam» e «Cristianesimo» devono essere spiegati,
altrimenti si rischia di confrontare due entità non omogenee.
Afferma Bernard Lewis in un suo saggio: È ormai luogo comune che
il termine “islām”
sia il corrispettivo non soltanto di “cristianità” ma anche di
“cristianesimo”, cioè non soltanto di una religione, nel senso
circoscritto che il termine ha per gli occidentali, ma di un’intera
civiltà fiorita sotto l’egida di quella religione. Ma esso è
anche qualcosa di più che non ha equivalente nel cristianesimo
occidentale e ne ha uno soltanto approssimativo e limitato a
Bisanzio.
Si
tende a parlare molto di Islām
e a scrivere molto, ma che cosa si intende quando si parla di islām?
Da una parte si può intendere, nell’accezione minimale, la
sottomissione a Dio che un musulmano compie pronunciando la šahāda
nella preghiera quotidiana (possiamo parlare di islam con la «i»
minuscola). Si può intendere anche con Islam quell’identità
ideale nella quale tutti i musulmani si riconoscono e che vede nel
Qur’ān
(il Corano), nella sunnah (tradizione) di Maometto
riconosciuto come profeta, e nell’iǧma‘a
(consenso) raggiunto dalla comunità dei musulmani, i punti
fondamentali sui quali la šarî‘ah
(la legge islamica) con il suo fiqh (diritto
islamico) si sono fondati. Inteso in questa maniera dai gruppi più
fondamentalisti, l'Islam viene oggi sbandierato come il modello
ideale di ogni musulmano e al quale sovente i musulmani si richiamano
per giustificare le proprie richieste o per appellarsi a una identità
indiscussa.
Al
di là di questa identità indiscussa si possono e si devono definire
diversi tipi di Islam. La distinzione tra sunniti e sci‘iti
è d’obbligo, ma all’interno degli stessi sunniti ci sono diversi
modi di vivere questo islām
ideale. Ci sono poi attualmente quattro scuole giuridiche, per non
parlare delle diverse tradizioni locali che fanno dell’Islàm
propagandato e vissuto in Pakistan un Islàm ben diverso da quello
del Marocco e ben diverso da quello dell'Egitto o dell’Arabia
Saudita.
Per non parlare delle confraternite e dei movimenti sufi che
sono stati e vengono avvertiti in modo quasi eterodosso all’interno
della comunità islamica. Oggi (...) si tende a ripetere che non
c’è un solo Islam, ma molti Islam. L’Islam arabo, l’Islam
iraniano, l’Islam egiziano, quello marocchino, africano,
senegalese, asiatico, indonesiano, con tante varietà e diversità.
Di recente si è cominciato a parlare anche di Islam europeo.
Ma al di là di tutte le differenze di cui pastoralmente si deve
tenere conto, da sempre, e anche 0ggi, c’è un solo Islam
«fondato sulla sua legge e il suo profeta».
Anzi, è necessario chiarire che con «Islam» si indica un’identità
culturale, perciò certi musulmani, spesso intellettuali, (...)
non negheranno mai la loro identità musulmana, pur dicendo di essere
agnostici.
Dunque,
precisato che non si può usare il termine «Islam» come
trascendentale che tutto assorbe dell’identità di ogni musulmano
in ogni momento della storia, quali sono i tratti caratteristici che
si possono ricavare come «tipici» dei musulmani? Possiamo indicarli
in sei punti: 1) Il Corano afferma l’unicità di Dio. 2) L'uomo non
può comprendere Dio che rimane trascendente e incomprensibile. 3) La
verità garantita dalla legge coranica deve essere applicata nella
vita. 4) La rivelazione del Corano è l’ultimo atto della
rivelazione. 5) La comunità dei credenti e la legge divina (šarî‘ah)
sono quelle che danno garanzie e diritti al singolo. 6) L'adesione
alla comunità dei credenti non è solo religiosa come noi oggi lo
intendiamo, ma anche politica, economica e culturale.
Anche
quando parliamo di «Cristianesimo» non possiamo parlarne in
generale quasi che ci si possa appellare a un'identità chiara e
definita. Il Cristianesimo richiama il Cristo, ma richiama
necessariamente anche la «Chiesa»: la Chiesa cattolica ha una sua
visione di quale sia la Chiesa di Cristo; vede nelle Chiese orientali
delle vere e proprie Chiese; non riconosce, a motivo della perdita
della successione apostolica e della maggior parte dei sacramenti,
nelle Chiese della Riforma delle vere e proprie «Chiese» ma, come
fa il concilio Vaticano II nell’ Unitatis redintegratio,
preferisce chiamarle «Comunità ecclesiali» (UR 19ss). Per non
parlare delle cosiddette «Chiese libere» che non si riconoscono
neppure in un organismo come il Consiglio ecumenico delle Chiese e
nella professione di fede nicenocostantinopolitana quale professione
di fede espressione di una Chiesa unita nella fede. E se volessimo
fermarci al Consiglio ecumenico delle Chiese, cioè di tutte quelle
comunità che riconoscono Gesù Cristo come salvatore e professano
l’unità e la trinità di Dio, le differenze tra esse e le
espressioni storiche della loro fede sono state tali e tanto diverse,
che riuscirebbe difficile «armonizzarle» in un quadro unico. Perciò
«cristianesimo» può indicare la varietà e la molteplicità delle
espressioni storiche delle Chiese e delle comunità ecclesiali di
diversa appartenenza così come si sono sviluppate nella storia,
comprendendo anche quelle Chiese considerate eretiche o scismatiche
dalla grande Chiesa.
Nonostante
tutto ci si può chiedere: esistono dei tratti che possiamo definire
«cristiani» e tipici del cristianesimo o della maggior parte dei
cristiani? A mio avviso sì e in particolare per noi cattolici: 1)
L’incarnazione del Verbo di Dio ha mostrato l’unità e la trinità
di Dio. 2) Dio è inconoscibile ma in Gesù Cristo Verbo incarnato si
è voluto far conoscere. 3) L’uomo è per sua natura capax Dei,
chiamato a conoscere e ad amare il proprio Creatore e Redentore
nell’esperienza viva dello Spirito. 4) L’economia salvifica
espressasi nella storia ha come culmine della rivelazione
l’incarnazione del Verbo di Dio nel quale sono racchiusi tutti i
tesori della sapienza e della scienza (Col 2,3). 5) L’incarnazione
del Verbo di Dio in Gesù di Nazaret ha mostrato l’alta dignità
della natura umana e, con il fatto che egli ha assunto ogni persona
umana come fratello (Eb 2,11), ha mostrato la straordinarietà e la
irripetibilità della vocazione alla quale ciascuno è chiamato;
questa straordinarietà risplende in Maria, Madre di Dio. 6) La
Chiesa non intende essere un sistema politico né sostituirsi a un
sistema politico, anche se storicamente ciò è avvenuto, ma intende
essere come l’anima nel corpo in quanto ha come fine non i regni
terreni bensì il raggiungimento del regno di Dio che è già
iniziato nella storia e va al di là della storia.
I. Le differenze sostanziali
I.1.
Islam: unità-unicità di Dio / Cattolicesimo: unità e trinità di
Dio
Dobbiamo
richiamare alla memoria che l’affermazione dell’unicità di Dio e
della sua unità è uno dei cardini della fede islamica e che la
negazione della trinità, anche se probabilmente è stata fraintesa
da Maometto, è chiara e chiaramente espressa nel Corano (Cor 4,17).
Da questo punto di vista dunque il Corano intende essere proprio la
correzione di ciò che i naṣārā
(così sono chiamati i cristiani nel Corano) andavano dicendo e
credendo di Dio e di Gesù Cristo. Come credenti in un Dio uno ma
anche trino i cristiani vengono considerati mušrikūn
(cioè «associatori» o «politeisti») e, nella mentalità popolare
attuale, sebbene il Corano li associ agli Ebrei chiamandoli ahl
al-kitàb («gente del libro») prevedendo uno statuto
particolare protetto all’interno della comunità islamica in quanto
non del tutto politeisti, talvolta i cristiani vengono considerati
come kafirūna
cioè come «reprobi» e «infedeli».
Non
possiamo dimenticare da questo punto di vista la fatica con la quale
la Chiesa primitiva è andata custodendo le verità essenziali non
solo sull’unità di Dio, ma sulla piena divinità e umanità di
Cristo e sulla divinità dello Spirito. Essendo Dio in se stesso una
comunione di persone che chiama alla comunione con sé, appare già
la totale divergenza da una visione islamica di Dio che è anche già
visione dell’uomo: non chiamato alla comunione con Dio nella
figliolanza adottiva nella quale gridiamo «Abba», Padre (Rm 8,15),
ma pensato per essergli ‘abd («servo») o al massimo
ḥalīfah
(«servitore califfale») che invoca Dio chiamandolo rabb
(«Signore»), rahmān
(«clemente») e raḥīm
(«misericordioso») ma sempre rabb («Signore»).
Tra i novantanove nomi di Dio che la tradizione islamica ha assunto o
desunto dal Corano, è rigorosamente escluso il nome «Padre»
(attributo incompatibile con il Dio coranico e negato dal Corano
stesso)
che invece è la caratteristica precipua della preghiera insegnata da
Gesù stesso ai suoi discepoli.
Dobbiamo
notare inoltre come le Chiese arabofone abbiano in parte mantenuto i
vocaboli coranici per esprimere la propria fede e per pregare Dio
nella liturgia (Allāh
«Dio», Masīh
«Cristo» o «Messia», Rūḥ
«spirito») ma abbiano cercato anche di distanziarsi dai musulmani
con un vocabolario proprio (Āb
«Padre», ṯalūṯ
«Trinità», raḥūm
«misericordioso», ecc.). Perciò tutta l’economia sacramentale
dei misteri «santi e vivificanti» mostrano come la tradizione
cristiana, e in particolare quella ortodossa e quella cattolica,
abbia vissuto attraverso la pratica sacramentale e in particolare
nella celebrazione dell’eucaristia il mistero di un Dio
comunione-di-persone che invita l’uomo alla comunione con la vita
divina.
I.2.
Islam: inconoscibilità di Dio e verità del Corano / Cattolicesimo:
inconoscibilità e rivelazione di Dio
Ribadendo
che Dio è ‘alīm
(sciente) e che tutto conosce in contrapposizione all’uomo, che la
verità viene dal Signore (Cor. 2,148), il Corano suggerisce che
Dio non può essere conosciuto e che egli ha voluto rivelare di sé
ciò che ha voluto e ribadisce la gratuità della rivelazione che Dio
ha fatto della propria volontà nel Corano. Di fronte alla
rivelazione di Dio che si è attuata in modo particolare nella
rivelazione dei suoi «libri», termine tremendamente ambiguo nel
Corano, tra i quali la legge di Mosè e il Vangelo — che però
nella forma attuale sono ritenuti falsificati —, l’unico
messaggio sicuro di Dio rimane il Corano, le uniche parole sicure
sono quelle ispirate da Dio a Maometto e da lui dettate e fatte
trascrivere, mentre come parte secondaria ma vincolante e autorevole
rimane poi la tradizione, la sunna del profeta.
Di
fronte a queste posizioni penso che il dato della inconoscibilità di
Dio debba essere accolto e recuperato dalla nostra stessa tradizione
che, in parte influenzata dalla mentalità illuministica, ha
recentemente sopravvalutato la capacità della ragione umana e ha
messo in secondo piano alcuni dati propri della stessa tradizione
cristiana.
Che
l’uomo sia in una condizione di distanza da Dio e che non sia per
lui agevole conoscerlo in conseguenza del peccato originale viene
affermato fin dalle prime pagine dell’Antico Testamento. Egli si
nasconde al sopraggiungere di Dio e viene da lui esiliato dal
giardino dell’Eden (Gen 3). Si ricorda inoltre che nessuno può
vedere Dio e rimanere in vita (Es 33,20). Poiché l’uomo si trova
in questa condizione nella quale rischia di esporre senza
discernimento cose troppo superiori a se stesso (cf. Gb 42), Dio ha
fatto conoscere la sua legge e i suoi decreti a Israele (Sal
147) chiedendo i sacrifici ma soprattutto l’ascolto e l’obbedienza
alla sua parola quale sacrificio a lui maggiormente gradito (Gen 22),
la conoscenza e l’amore di Dio dal valore più grande degli
olocausti (Os 6,6). Oltre alla manifestazione della propria volontà
Dio stesso, per mezzo dei profeti, ha promesso che l’umanità
intera sarebbe stata ricolmata della conoscenza di Dio e che la legge
esterna all'uomo sarebbe stata trascritta nel suo cuore: tu
conoscerai il Signore (Os 2,22); la conoscenza di Dio riempirà
il paese come le acque ricoprono il mare (Is 11,9). Non
dovranno più istruirsi gli uni gli altri dicendo: «Riconoscete il
Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più
grande, dice il Signore (Ger
31,34).
Nel
Nuovo Testamento si riprende il dato della inconoscibilità di Dio e
la promessa della sua rivelazione per mostrare che ora è lui che, in
Gesù Cristo, da lontano si è fatto vicino, da inconoscibile si è
reso conoscibile: Chi infatti ha conosciuto il pensiero del
Signore in modo da poterlo dirigere? Ora noi abbiamo il pensiero di
Cristo (1Cor 2,16). Nessuno mai ha visto Dio. Il figlio
unigenito, che è nel seno del Padre, lui ce lo ha rivelato (Gv
1,18). Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto,
Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci
il Padre? (Gv 14,9). Anzi di fronte all’uomo incapace di
un’osservanza piena e totale della sua volontà manifestata nella
Legge, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la
legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché
ricevessimo l’adozione a figli (Gal 4,4).
Solo
se recuperiamo questi dati, quali l’inconoscibilità di Dio nella
sua essenza, e se ci spogliamo di un’interpretazione illuministica
ed esclusivamente razionale del «conoscere» biblico, possiamo
vedere appieno la grandezza della rivelazione, cioè: che Dio in Gesù
Cristo si è voluto far conoscere. Ciò che gli uomini non potevano
vedere rimanendo in vita ora invece lo possono contemplare e adorare:
la Vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò
rendiamo testimonianza (1Gv 1,2).
La
tradizione cristiana perciò ha sempre dovuto mantenere vivi questi
due poli opposti, intersecantisi in Gesù Cristo: Dio inconoscibile
in Gesù Cristo si è fatto conoscibile, l’Invisibile si è fatto
visibile, Colui che i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere
si è fatto uomo in Gesù, Dio è entrato nel tempo (un momento della
storia) e nello spazio (in un luogo, in un popolo, in una cultura...)
diventando così il centro del cosmo e della storia: Dio abbassò
i cieli e discese (Sal 18,10).
I.3
Islam: l’uomo deve mettere in pratica il Corano / Cattolicesimo:
conoscenza e amore di Dio nello Spirito
Nella
concezione islamica l’uomo «naturalmente» può riconoscere
l’esistenza di Dio — e dal Corano stesso è invitato a questo —,
ma in quanto creatura permane in una incapacità di conoscerlo: Sappi
che la natura dell’uomo nella sua condizione originaria è stata
creata vacua, ingenua, ignara dei mondi di Dio eccelso.
L'uomo non è incorso in un peccato originale che abbia «offuscato»
questa capacità. In ogni modo la verità viene partecipata tramite
la profezia, di cui quella di Maometto e del Corano è la prima e
indubitabile. Gli sciiti poi credono nella prosecuzione del
carisma profetico di Maometto nei suoi successori. L’uso della
razionalità umana nella tradizione islamica non è stata rifiutata
ma, quando si tentò di indagare Dio, è stata ritenuta sospetta e
pretenziosa. Il tentativo del movimento mu‘tazilita di
recuperare anche tramite l’eredità greca il valore della
razionalità e delle verità enunciabili razionalmente da comporre
con le verità della fede è stato dichiarato eterodosso. L’esegesi
allegorica del Corano viene considerata sospetta e già condannata
nel Corano stesso (Cor 3,15).
Se
dunque i musulmani accolgono il Corano come legge di Dio rivelata,
l’intelligenza e la razionalità dell’uomo entrano in gioco nel
momento in cui si deve applicare questa legge alla vita, non nella
comprensione del dato rivelato e tantomeno nella conoscenza di chi lo
ha rivelato e della sua intenzione.
Accanto
alla verità e alla novità della rivelazione di Dio in Gesù Cristo
la Chiesa ha difeso contemporaneamente la concezione dell’uomo che
ne consegue: volendo far conoscere se stesso all’uomo, Dio ha
creato l’uomo «capace» di conoscerlo e di amarlo. Scriveva
Gregorio di Nissa: Colui che vede Dio, per il fatto stesso che lo
vede, ha ottenuto tutti i beni, una vita senza fine,
l’incorruttibilità eterna, la beatitudine immortale, un regno
senza fine, una gioia perenne, la vera luce (...) ciò che il Verbo
propone alla beatitudine sembra cosa né mai effettuata né
effettuabile (...) Ma le cose non stanno così, perché egli non
comanda di diventare uccelli a coloro ai-quali non ha fornito le ali,
né di vivere sott'acqua a coloro per i quali ha stabilito una vita
terrestre.
Il magistero della Chiesa definisce: Piacque a Dio nella sua bontà
e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua
volontà mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo
fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi
partecipi della divina natura (Dei Verbum 2). L’uomo pertanto è
stato creato da Dio e per Dio, è stato creato a immagine di Dio
(Gen 1,27), a immagine del Verbo incarnato, perché conoscendo e
amando il proprio Creatore e Redentore raggiungesse la felicità in
questa vita e lo godesse eternamente nell’altra.
Anche
se la Chiesa riconosce nel peccato originale un offuscamento e
un’attenuazione della capacità dell’uomo di conoscere e
corrispondere alla verità, tuttavia questa capacità non è mai
tolta all’uomo.
Nel
fare la volontà di Dio, il cristiano, poi, non è chiamato a mettere
al centro la norma in quanto tale e ad applicarla, ma a penetrare lo
spirito della legge per conoscere e amare sempre più colui che ha
dato il comandamento e ha manifestato la sua volontà. Nella visione
cristiana questa progressiva conoscenza non solo del comandamento ma
anche di chi l’ha dato e del perché l’ha dato è necessaria per
una vita autenticamente cristiana. Per fare ciò sia la capacità
conoscitiva dell’uomo sia la sua volontà devono sempre essere
sostenute e rese operanti dallo Spirito di Dio. Le discussioni che si
sono agitate nella Chiesa antica e moderna circa la natura dell’uomo
e l’opera della grazia e le dispute circa l’esicasmo nella Chiesa
orientale hanno mostrato che è per l’opera dello Spirito di Dio
operante soprattutto nella liturgia e nella celebrazione dei
sacramenti che l’uomo da Dio stesso può essere progressivamente
reso capace di conoscere Dio e corrispondere alla sua opera di
santificazione.
I.4.
Islam: rivelazione di Dio nel Corano / Cattolicesimo: rivelazione nel
Verbo incarnato
La
visione islamica di rivelazione è totalmente differente da quella
cristiana. Se la rivelazione per eccellenza per i musulmani è
avvenuta per opera di Maometto e si è concretizzata nel libro sacro,
il Qur’ān,
per i cristiani la rivelazione si è andata dispiegando fin dai
primordi della storia avendo in Cristo il suo culmine: tutte le
cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui (Col
1,16). Perciò non si possono accettare quei comuni modi di associare
musulmani, ebrei e cristiani come «religioni monoteiste» o
«religioni del libro» in quanto, oltre al fatto che si servono di
un termine ambiguo e tutto da chiarire come quello di «religione»,
tradiscono già una mentalità coranica e islamica. Noi cristiani
invece crediamo che prima che in un libro, recentemente Dio ci ha
parlato per mezzo del Figlio (Eb 1,2). Non è a caso che le
comunità cristiane orientali abbiano venerato le icone della Vergine
con il suo Figlio perché in esse veniva rappresentato quello che
Ignazio di Antiochia chiamava «il mio archivio»: Il mio archivio
è Gesù Cristo, i miei archivi inamovibili la sua croce, la sua
morte e risurrezione e la fede che viene da lui (Lettera ai
Filadelfesi 8,2). Se perciò i musulmani credono che il Corano
sia venuto per mezzo di Maometto che viene dichiarato «profeta», i
cristiani riconoscono in Maria lo stilo, lo strumento materiale
libero e consapevole di cui Dio si è servito perché il Verbo di Dio
della forma di Dio prendesse la forma del servo (Fil 2,6.7) e si
facesse uomo.
La
Parola di Dio, il Verbo di Dio, innanzitutto è Gesù Cristo. Perciò
la Chiesa, che è il suo corpo, continua il suo cammino nella storia
consapevole di essere il prolungamento storico di quella
manifestazione. Il confronto con la fede islamica che vede la
rivelazione avvenuta in un libro non deve portare i cristiani a
ridurre la rivelazione di Dio alle sacre Scritture. Inoltre Cristo,
Parola di Dio e Verbo di Dio, è sempre presente nella sua Chiesa
in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio
della messa sia nella persona del ministro... sia soprattutto sotto
le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti,
di modo che, quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È
presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella
Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine quando la
Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: «Dove due 0 tre sono
riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro» (SC 7).
A
questo proposito si deve ricordare che la verità rivelata nella fede
cattolica è storica, cioè si è maturata nella storia con la
rivelazione di più libri — nel giro di un migliaio di anni e
tramite più autori — che di volta in volta sono stati raccolti e
che la Chiesa, dopo l’apparire del Verbo di Dio, non ha eliminato
ma ha conservato e ha letto come preparazione alla rivelazione di
Gesù nella consapevolezza di ciò che Gesù stesso dice: sono
proprio esse che rendono testimonianza a me (Gv 5,39).
Anche
la dottrina dell’ispirazione è diversamente interpretata. Mentre
nella tradizione islamica la partecipazione dell’uomo e della sua
razionalità può solo offuscare e ottenebrare la parola rivelata di
Dio, nella tradizione cristiana si è mostrato che Dio si serve della
capacità veritativa dell’uomo posta da Dio stesso nell’uomo, per
parlare agli uomini. Perciò i musulmani non parlano di ispirazione
ma di tanzīl
— «discesa» del libro —, e la dottrina tradizionale ha
insistito nell’affermare l’incapacità di Maometto nel leggere e
scrivere per sostenere la tesi dell’assoluta estraneità di una
qualche facoltà di Maometto nella composizione del testo coranico.
Invece, seppure con difficoltà, progressi e regressi, anche nel
Vaticano II si è ribadito ciò che già Pio XII, nella Divino
afflante Spiritu, aveva affermato, che cioè Dio scelse degli
uomini, dib cui si servì nel possesso delle loro
facoltà e capacità (DV 11).
Se
dunque nella rivelazione islamica si è cercato di arrivare a
unificare i testi coranici e a chiarire come doveva essere letta ogni
singola parola, nella rivelazione cristiana è nata la preoccupazione
di fissare il testo ispirato due secoli dopo l’incarnazione - e
ancora non si è smesso - e si è arrivati alla definizione del
canone delle scritture ispirate solo con il concilio di Trento sotto
la spinta della Riforma. La preoccupazione preminente della Chiesa
pertanto fu non solo di chiarire quale fosse il testo ispirato (cf.
le esapla di Origene), ma quali libri fossero da leggere nella
comunità, cioè quali libri riflettevano la vivente tradizione
apostolica.
È
per questa visione globale della rivelazione e della antropologia che
non è pensabile nella tradizione islamica la formulazione di un
«dogma», cioè di una verità espressa in parole umane in forma
diversa dalla verità data da Dio agli uomini nel Corano. È per
questa visione cristiana della rivelazione che nella Chiesa
subapostolica si cominciarono a fissare le verità fondamentali della
fede nelle quali condensare la vivente tradizione apostolica in un
simbolo «compendio», in una regula fidei che fosse il
criterio di interpretazione delle scritture.
I.5.
Islam: la comunità difende il singolo / Pte Cattolicesimo: la
dignità della persona umana
Altra
prospettiva che vede una netta opposizione tra Islam e Cristianesimo
riguarda il diritto e la persona umana. Il diritto va inteso come
diritto della comunità (ummah), non della persona.
L’Islam non conosce la parola «persona», il suo sinonimo è
«fard» (individuo). Il fard è parte integrante e
dipendente della grande società islamica (ummah). Dentro
l’ummah egli ha diritti e doveri. Se abbandona la religione per
ateismo o conversione a un’altra religione, perde tutti i suoi
diritti, anzi, è passibile di morte per tradimento.
Perciò la fonte dei diritti nei paesi a maggioranza islamica è la
comunità islamica e, in ultima analisi, essa è garante dei diritti
e dei doveri che il Corano e la legge islamica, la Šarī‘ah,
riconoscono, concedono e negano. Nei paesi che adottano la legge
islamica i cristiani sono spesso considerati, alla stregua degli
altri non-musulmani, dei cittadini di seconda categoria
impossibilitati o limitati a una partecipazione attiva nella società
e nelle istituzioni. Così anche le discriminazioni delle donne
rispetto agli uomini nel diritto processuale, nel diritto ereditario
e in quello matrimoniale hanno il loro fondamento nel Corano stesso e
sono più o meno codificate dalle legislazioni di ispirazione
islamica.
Non si deve
dimenticare invece come nell’esperienza del cristianesimo
occidentale si sia fatto strada il diritto legato all’essere umano,
alla persona umana. L’approfondimento che è stato fatto a livello
delle dispute cristologiche del termine «persona» e l’applicazione
nella formulazione della fede un solo Dio in tre persone ci
richiama quanto il termine persona si sia arricchito di spessore
nella cristianità, e come la dichiarazione universale dei diritti
dell’uomo sia frutto di una cultura cresciuta su radici cristiane
ed evangeliche. Pur con titubanze legate per lungo tempo al
modernismo, anche la Chiesa cattolica è arrivata a riconoscere la
validità della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Questo è il motivo fondamentale per cui la Dichiarazione universale
dei diritti dell’uomo non è riconosciuta in molti paesi che
intendono applicare la legge islamica. Per questo motivo la
Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nell’Islam emanata
dal Consiglio islamico d’Europa presso l'UNESCO nel 1981 rimane una
dichiarazione che riguarda l’uomo nell’Islam. Similmente anche la
Dichiarazione dei diritti dell’uomo nell’Islam promulgata al
Cairo nel 1990 nella XIX Conferenza islamica dei ministri degli
esteri, prevede, ad. es. all'art. 2, che: è vietato sottrarre la
vita salvo che la Šarī‘ah
lo consenta, e pertanto
subordina, in questo come in altri casi, i diritti dell’uomo alla
Šarī‘ah.
Non ci si deve
nascondere inoltre che nei paesi a maggioranza islamica non è
consentito abbandonare la propria fede islamica per aderire a
un’altra, con il rischio anche della sentenza di morte, talvolta
commutata in carcere. Il Corano; in materia di libertà religiosa e
di apostasia, è diversamente interpretato e permane tutto il peso
della tradizione nell’interpretazione del testo. Il principio che
deve valere per il cattolicesimo - principio recepito nei codici
giuridici contemporanei - è la libertà di coscienza della singola
persona. Ciò che viene sottolineato nei paesi islamici è la
dimensione collettiva della comunità islamica che non può essere
«intaccata» dall’apostasia dei suoi membri senza che la scelta
personale vada a detrimento della comunità.
I.6.
Islam: l’Islam è religione e Stato / Cattolicesimo: la Chiesa non
si identifica con lo Stato: la laicità
All’inizio del XX
secolo, sullo sfaldamento dell’impero ottomano si andarono
costituendo i vari stati nazionali, adottando ora forme di governo
monarchiche, ora socialiste e, in ogni modo, ispirate alla forma
parlamentare europea che sembrava la più vicina all’esperienza di
Maometto e dei suoi compagni a Medina. Proprio nel momento in cui
sorgevano gli stati nazionali, ciò che è stato recuperato, in
particolare dalle correnti radicali, è stato il principio della non
scindibilità di religione e Stato. Una delle poche eccezioni fu la
Turchia dove, dopo una prima fase in cui si proponeva di liberare
le «terre islamiche» e i «popoli islamici» e di respingere e
scacciare l’invasore infedele,
furono aboliti il sultanato e molte prescrizioni islamiche, adottando
la domenica come giorno di festa, il calendario occidentale, vietando
l’uso del velo, adottando l’alfabeto occidentale ecc. e ciò fu
sentito come una de-islamizzazione. Ma a partire dalla prima metà
del XX secolo gli ideologi del fondamentalismo hanno ribadito la non
scindibilità di religione e Stato e hanno ribadito che l’Islam è
dīn
wa-dawla cioè religione e Stato. La grave crisi che stanno
correndo gli stati che hanno tentato strade di compromesso con le
forme di governo occidentali è la fessura nella quale le idee
fondamentaliste cercano di incunearsi, soprattutto nei ceti più
poveri, per propagandare il ritorno all'Islam e l’abbandono di ogni
compromesso con le forme di governo occidentale quale panacea di ogni
malcontento e difficoltà.
In maniera opposta il
Vaticano II afferma che la missione propria che Cristo ha affidato
alla sua Chiesa non è di ordine politico, economico e sociale: il
fine, infatti che le ha prefisso è di ordine religioso (GS 42).
È la convinzione che era propria dell'A Diogneto, quando si
dice che i cristiani partecipano a tutto come cittadini e da tutto
sono distaccati come stranieri (A Diogneto 5,5). Certo la
parabola della storia ha presentato varie e numerose eccezioni, ma
penso che la prospettiva sia quella che la Chiesa cattolica oggi
persegue. Il concetto della laicità o della autonomia delle realtà
terrene è stato riconosciuto dal concilio (GS 36) ed è stato pure
chiarito come questa autonomia debba mantenere un riferimento a Dio:
La ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera
veramente scientifica e secondo le norme morali non sarà mai in
reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà
della fede hanno origine dal medesimo Dio (GS 36 citando
CONC. VAT. I, Dei Filius).
Da questo punto di
vista perciò si può constatare come l’ingresso di numerosi
musulmani in Europa abbia costretto o possa costringere a rivedere un
concetto di laicità nel senso laicistico del termine, dove ogni
riferimento a Dio o a una norma morale fondata su una visione
cristiana dell’uomo viene sentito come aggressione alla legittima
autonomia delle istituzioni. Non ci si deve nascondere tuttavia che,
nei paesi islamici, nell’XI secolo della nostra era la
separazione del potere religioso e politico non solo esisteva
concretamente ma era elaborata e giustificata dottrinalmente.
La domanda che si pone tuttavia è la seguente: il «fondamentalismo»
o il «radicalismo» islamico al quale abbiamo assistito nel corso
del XX secolo è espressione di una deviazione dal vero Islam oppure
è l’espressione di una corrente che intende essere «musulmana»
nel senso più genuino del termine?
II.
La situazione attuale
Per ciò che riguarda
la situazione attuale, penso sia opportuno considerare la Chiesa
cattolica e i musulmani immigrati. Infatti io sono cattolico e
intendo rivolgermi a dei cattolici. Inoltre sto affrontando il
problema dell’Islam perché le comunità cristiane cattoliche sono
state interessate da ormai dieci anni, più che dai musulmani
italiani, che erano presenti in Italia anche precedentemente, dal
crescente fenomeno migratorio che ha fatto spostare il luogo
dell’incontro dai paesi di missione, quali Africa e Asia, alle
città e alle parrocchie di casa nostra.
Mutamento
dell’immigrazione da paesi islamici in Europa
In Europa si è
passati dalla presenza dei musulmani alla presenza dell’Islām.
Il problema si è posto soprattutto in Francia a partire dal 1976,
con lo stabilirsi in territorio francese - in qualità di cittadini
francesi - di numerosi musulmani, figli di musulmani immigrati. In
Italia, l’immigrazione da paesi stranieri, e la conseguente
presenza di immigrati di fede islamica nelle nostre diocesi e nelle
nostre parrocchie da più di 15 anni, è una realtà in costante
crescita. Questa presenza non si prospetta come transitoria visto che
i ricongiungimenti familiari stanno avvenendo sul nostro territorio.
Anche se non si può attribuire questo processo a una strategia
congiunta messa in atto da governi o paesi o organizzazioni di
ispirazione islamica chiaramente identificabili, tuttavia molti si
chiedono se l’Islam, soprattutto attraverso l’immigrazione e una
natalità superiore alla media, non stia invadendo a poco a poco
l’Europa per trasformarla in «terra d’Islam».
Non dobbiamo
dimenticare che questa presenza in Italia, come nel resto dell’
Europa, in parte è stata necessitata dal mondo del lavoro: infatti
questo ha «attirato» l'immigrazione straniera per impieghi del
mondo del lavoro non più ricoperti dalle giovani generazioni. Da
altri punti di vista, però, questa immigrazione straniera in parte è
stata ed è sfruttata dallo stesso mondo del lavoro che vede
un’opportunità più vantaggiosa rispetto alla manodopera
autoctona.
Talvolta la presenza
di musulmani è stata conseguenza di un’immigrazione clandestina a
seguito di conflitti armati nei paesi di provenienza, oppure di
un’emigrazione alla ricerca di nuove possibilità di lavoro e di
vita.
Immigrazione
e comunità ecclesiali
Già da parecchi anni
le comunità ecclesiali italiane sono state interpellate per aiutare
questi immigrati ad affrontare problemi riguardanti
l’italianizzazione, gli alloggi, il reperimento del necessario per
vivere, e altre svariate richieste. Si è giunti persino alla
richiesta di luoghi per la preghiera musulmana. Di fronte
all’ottemperamento di pratiche assistenziali che con altre comunità
di immigrati portano a una progressiva integrazione sociale, con le
comunità di musulmani ci stiamo trovando di fronte a gruppi sociali
che non hanno nessuna intenzione di «integrarsi» nel sistema
sociale italiano in quanto non ne condividono la «cultura» intesa
in senso proprio, essendo portatori di un’altra cultura-religione:
l’Islām. Anche dal
punto di vista dei matrimoni misti si deve registrare una grande
percentuale di fallimento di queste unioni e dei conseguenti problemi
legati al ricongiungimento dei figli con le madri per la maggior
parte italiane.
È emersa sempre più
la «debolezza» delle comunità ecclesiali, formate in gran parte da
battezzati che non condividono più il triplice vincolo di comunione:
la comunione sacramentale è disertata a favore di altre «esperienze
religiose» o «pseudo-religiose» e, quand’anche è praticata,
talvolta non è rettamente compresa; la comunione nel vincolo
dell’unica fede è andata ad appannaggio dell’opinione personale
o delle ideologie correnti: di fronte a un livello di istruzione che
si è innalzato si deve rilevare che l'istruzione in Italia è stata
gestita in gran parte da forze anti-clericali che hanno potuto
pianificare la loro istruzione anti-cattolica; la comunione con i
vescovi e con il successore di Pietro è messa in discussione a causa
del soggettivismo e del relativismo etico. Da questo punto di vista
non si può non assentire con il giudizio di mons. F. Twal quando
dichiara che l'Europa è sedicente cristiana, ma in realtà
secolarizzata.
Presenza
sociale e rapporto con le istituzioni
In questi anni abbiamo
assistito al moltiplicarsi di problemi per le autorità pubbliche
riguardanti la richiesta di aree edificabili come spazi per la
preghiera, l’inserimento di immigrati nella scuola, l’inserimento
nel mondo del lavoro, la richiesta di aree cimiteriali attrezzate
secondo il costume islamico, la richiesta di rispetto di prescrizioni
alimentari islamiche, la richiesta di uno spazio nell’ambito
dell’istruzione, il diffondersi e l’imposizione del velo, la
richiesta dell’osservanza delle feste islamiche e del riposo dal
lavoro in quei giorni, ecc.
Molti di questi
problemi hanno toccato profondamente il rapporto con le istituzioni.
Si è aperto anche per lo Stato italiano il problema della
rappresentanza dei musulmani, rivendicata da diverse organizzazioni,
che hanno chiesto di concludere un’intesa con lo Stato Italiano
come altre comunità religiose. Di riflesso a questo, però, si è
aperto, e si aprirà sempre più, il problema di quale debba essere
il rapporto dello Stato con le comunità religiose, con tutte le
comunità religiose, cattolica compresa.
Presenza
culturale
Recentemente è stato
aperto presso l’Università di Bologna un «Centro
Interdipartrmentale di Scienze dell’Islam» (fatto avvenuto anche
in altri centri europei), situando così la presenza islamica nella
nostra regione non solo a livello sociale ma anche a livello
culturale e accademico.
Questi centri sono
stati aperti con i finanziamenti dell’ Arabia Saudita che vuole
apparire nel mondo, e anche all’interno degli stati di ispirazione
islamica, come il portavoce per eccellenza e l’applicatore modello
della legge islamica, ma che è in sostanza portavoce di un Islam
wahhabita e salafita che è tra i più rigidi e
tradizionalisti (con l’esecuzione pubblica delle pene corporali
previste dal Corano).
III. Prospettive future
La
catechesi
La catechesi e la
predicazione ordinaria devono tenere presente la situazione nella
quale si trovano gli ascoltatori e perciò ritengo opportuno che si
debbano mettere in luce i tratti caratteristici di un'identità
cattolica, anche in contrapposizione esplicita alla fede islamica,
qualora se ne ravvisasse la necessità.
Nella fede cattolica
|
Nell’Islam
|
C’è una progressività
della storia della salvezza, dell’economia salvifica.
|
Ciclicità di rivelazioni a
migliaia di profeti e di «libri» rivelati precedentemente al
Corano contenenti tutti il medesimo messaggio sull’unicità di
Dio
|
Il valore delle alleanze
nelle quali Dio ha fatto delle promesse e si è vincolato
all’umanità con un popolo in particolare.
|
Nella concezione islamica
di Dio è impensabile il concetto di alleanza con la quale Dio si
«lega» all'uomo: egli rimane sempre totalmente libero
|
Il culmine dell’economia
salvifica è stato raggiunto nell’incarnazione di Gesù Cristo,
Figlio di Dio
|
Nella concezione coranica
Gesù è solo figlio di Maria, non è Figlio di Dio né Dio, ma
solo un profeta.
|
tramite la vergine Maria,
Madre di Dio.
|
Nel Corano si parla di
concepimento e di parto verginale ma Maria è solo Madre di ‘Isa
(Gesù) ed è solo una brava musulmana.
|
Gesù Cristo ha veramente
sofferto la sua passione, è veramente morto
|
I musulmani non credono che
Gesù sia morto in croce.
|
ed è veramente risorto.
|
Spiegano i passi del Corano
dove Gesù stesso parla della propria morte e della propria
risurrezione in termini escatologici (morirà e risorgerà alla
fine dei tempi).
|
La Chiesa è il «Corpo di
Cristo», raccolta nel triplice vincolo di comunione: comunione di
fede, sacramentale, gerarchica.
|
La umma è una
comunità di credenti accomunati dalla professione di fede
nell’unico Dio e che riconoscono Maometto come «sigillo» dei
profeti.
|
Tramite i santi misteri
|
Non c’è alcuna
concezione sacramentale
|
celebrata dai suoi ministri
|
e si esclude ogni tipo di
sacerdozio.
|
la Chiesa fa memoria del
Signore Risorto mettendo in una comunione viva e reale i suoi
figli con Dio uno e trino.
|
Nella preghiera si entra in
un «intimo colloquio» con Dio.
|
È grazie alla Chiesa
pellegrina in questo mondo che il cristiano sa di essere in
comunione con la Chiesa celeste unita al sacerdote eterno che si
offre al Padre:
|
Ognuno ha un rapporto
personale e immediato con Dio.
|
in lui e con lui la beata
Vergine Maria, gli angeli e i santi già ora intercedono per noi.
|
Si esclude ogni tipo di
intercessione, e quella di Maometto sarà solo escatologica, nel
giorno del giudizio.
|
Comunità cristiane cattoliche e comunità islamiche
I rapporti tra
cattolici e musulmani spesso non esistono a livello ufficiale e
istituzionale nelle realtà locali. Esistono i rapporti con le
persone. È proprio in un confronto vero e sincero tra persone
credenti che c’è lo spazio perché maturi la fede dei nostri
fedeli cattolici.
Conseguentemente alla
pratica del digiuno e della preghiera praticati da questi gruppi di
immigrati si auspica che i cristiani riscoprano le loro tradizioni
cristiane: la domenica quale giorno del Signore e giorno di incontro
nella comunità; la quaresima come periodo dedicato al digiuno, alla
penitenza e alla preghiera, in cui si vive un momento diverso dal
resto dell’anno; la penitenza e l’astinenza dalla carne il
venerdì nel ricordo settimanale della morte del Signore Gesù.
Recentemente c’è
stato un aumento di interesse delle comunità cristiane per i
musulmani e l’Islām.
Vengono richiesti sempre più di frequente incontri a livello
culturale perché qualcuno presenti l’Islām.
È totalmente insufficiente la conferenza al circolo culturale o
nella sala parrocchiale tenuta, quando va bene, da un esperto di
Islām. Queste
iniziative, oltre che essere estemporanee e dare l'impressione agli
uditori di avere acquisito una conoscenza sufficiente di chi siano i
musulmani che si trovano accanto a casa, rimangono incomplete, se
mirano solo a informare, mentre invece dovrebbero essere incontri nei
quali e dai quali, a fronte dell’identità islamica, si fa
risaltare tutta la bellezza dell’identità cristiana cattolica.
I pastori d’anime
devono sapere illuminare i propri fedeli perché di fronte a episodi
di «integralismo» e di contrapposizione, non nasca nelle comunità
cristiane, generalmente ad opera dei meno avveduti, un «integralismo»
cristiano che non sa vedere con serenità i termini del problema e
cede a facili generalizzazioni.
Caritas
parrocchiali e famiglie islamiche
Mi diceva un amico,
dopo i primi mesi di esperienza qui in Italia: La vostra carità è
veramente evangelica perché voi aiutate chi è nel bisogno e non
guardate se uno è cristiano o musulmano. Però non predicate il
Vangelo. Questa frase fotografa bene l’esperienza di tante
comunità e caritas, parrocchiali e non, che pensano che il Vangelo
si trasmetta tramite la carità concreta, non rendendosi conto della
distanza culturale degli interlocutori.
L’impressione è che
si sia usata con i musulmani lo stesso atteggiamento usato con gli
ex-cattolici divenuti atei perché non vedevano nella comunità
cristiana la concretizzazione materiale di ciò che veniva predicato.
La differenza è che molti musulmani che arrivano nel nostro
territorio pensano di sapere cosa sia il cristianesimo perché sanno
cosa c’è scritto nel Corano e perché sanno cosa viene insegnato
nei catechismi musulmani, mentre in realtà sono nella più oscura
ignoranza della nostra fede. Mi scriveva un’incaricata di una
caritas parrocchiale: Personalmente non cerco proseliti, non
voglio conversioni in cambio di un litro di latte, ma se qualcuno mi
chiede, allora a quello devo dare tutta la gioia della buona notizia.
Ritengo dunque che una doverosa solidarietà con le famiglie meno
abbienti vada coniugata con una carità che non diventi
assistenzialismo ma testimonianza viva di carità cristiana che sa
farsi anche testimonianza e annuncio della propria fede.
I parroci stimolino gli
operatori delle caritas perché di fronte ai musulmani siano non solo
capaci di solidarietà, ma anche di una testimonianza verbale della
propria fede, di una serena evangelizzazione e talvolta anche di
nette prese di posizione di fronte a inopportune pretese.
Problematiche giuridiche
Circa le più diverse
problematiche giuridiche legate alla presenza islamica in Italia —
e dunque al rapporto delle comunità islamiche con le istituzioni —
rimando al volume curato da Silvio Ferrari che raccoglie diversi
contributi sulle più diverse problematiche giuridiche.
I
matrimoni misti
Nei paesi islamici la
condizione della donna nel matrimonio è del tutto particolare: non
ha i medesimi diritti riguardo al ripudio/divorzio (in certi casi
solo l’uomo può iniziare il divorzio, la donna no), i figli e le
figlie appartengono al padre — anche per quanto riguarda la
religione —, la loro tutela giuridica è affidata al padre o a un
parente maschio, non ha i medesimi diritti di un uomo nel diritto
successorio, solo all'uomo è concesso di sposare una non musulmana
mentre invece è vietato alla donna musulmana di sposare un non
musulmano.
Scriveva di recente G.
La Torre: I problemi di una coppia mista possono diventare
molto pesanti, in alcuni casi, per la moglie europea quando la coppia
si stabilisce in un paese musulmano di cui non conosce il contesto
culturale e in cui si deve inserire o per amore o per
forza.
Circa il problema dei
matrimoni misti c’è stato un comunicato del Consiglio permanente
della CEI del 24-27 gennaio 2000 e la pubblicazione da parte della
Segreteria generale della CEI di un quaderno dedicato all'argomento.
Nel quaderno, al quale rimando per i dati
statistici e per una maggiore informazione circa la concezione
islamica del matrimonio,
nelle prospettive pastorali che venivano delineate da don Augusto
Casolo, si faceva presente che è urgente che la Chiesa italiana
si orienti a una prassi omogenea relativamente alla concessione delle
dispense, alla preparazione dei nubendi, alla celebrazione del
matrimonio e all’accompagnamento successivo della famiglia
islamo-cristiana (...) la disomogeneità attuale, inoltre, potrebbe
ingenerare un senso di confusione e smarrimento dei fedeli.
Vengono fatte presenti alcune prospettive: 1) l'individuazione degli
operatori: si dovrebbe individuare nella diocesi qualche coppia e
qualche sacerdote o qualche consultorio o qualcuno nel consultorio
cristiano che si specializzi nell’accompagnamento di queste coppie;
2) la preparazione degli operatori: essi abbiano un’informazione
completa e aggiornata sulle leggi e gli statuti familiari dei Paesi
di provenienza dell’immigrazione islamica per potere mettere la
parte cattolica di fronte a tutti gli eventuali problemi riguardanti
il proprio rapporto con il coniuge, il riconoscimento del proprio
diritto matrimoniale, ereditario e sulla prole, vigente nel paese di
provenienza, la diversa mentalità e concezione del matrimonio in una
cultura differente, ecc. L'esperienza dice che la maggior parte dei
fallimenti di questi matrimoni sono causati da un’affrettata
preparazione, nella quale la parte cattolica non è stata informata
di tutti i problemi che questo tipo di vincolo comporta.
Il
confronto culturale
Di fronte alle incipienti iniziative culturali
islamiche a livello accademico penso sia necessario che si formino,
in ogni regione pastorale, alcune persone competenti che, studiando
la tradizione islamica in maniera non superficiale, possano già
oggi, ma soprattutto domani, essere valide controparti in ambito
accademico. Il rischio è che la comunità cristiana si trovi
completamente sguarnita dal punto di vista culturale e concettuale,
per potere rispondere adeguatamente in un confronto con esponenti
musulmani su questioni storiche, filosofiche, giuridiche e
teologiche.
Conclusione
Desidero terminare citando il brano di Vangelo in
cui Gesù si trova di fronte la samaritana. Mi piace leggerlo quale
dialogo intercorso tra il Signore Gesù e una donna appartenente a
un’altra tradizione religiosa: «Viene l’ora in cui né su
questo monte né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate
quello che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo perché
la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora, ed è adesso, nella
quale i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità:
infatti il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito e coloro che lo
adorano devono adorarlo in spirito e verità”. Gli dice la donna:
“So che viene il Messia detto Cristo: quando verrà ci annunzierà
ogni cosa”. Le dice Gesù: “Sono io che parlo con te” »
(Gv 4,21-26).
Bologna, 6 agosto 2000,
Trasfigurazione del
Signore
D. DAVIDE RIGHI
Studio teologico accademico
bolognese