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sabato 22 ottobre 2011

L'uomo che ha dimenticato il suo nome... sei tu!

Viviamo in tempi in cui si è molto sviluppata la dimensione orizzontale, spaziale, dell'uomo. Si dice comunemente che il nostro mondo ormai è un villaggio globale. Tutto questo però è accaduto a scapito della dimensione della "profondità" della persona umana. Anzi ostinatamente si vuole soffocare la domanda di senso del proprio Sé. Tutto è risolto con l'affermazione contraddittoria che tutto è nelle possibilità del Soggetto, del singolo dell'individuo. "Io sono Legge a me stesso", in una parola autonomia: operaia, uterina, fallica, purché assoluta ed autoreferenziale. Se nonché il "limite" permane qui ed ora nella sua angosciante realtà: è l'altro da me (il reale, persone e cose non manipolabili a mio piacimento) con la sua assoluta esigenza di autonomia. Le relazioni, se ci sono, rimangono confinate nella dura legge "orizzontale", dell'utile, del co-uso, della manipolazione di sé e dell'altro, però, "fino ad un certo punto", oltre quel punto esplode la violenza della rottura, a volte anche tragicamente fisica, e non importa che a pagare siano i più deboli.
Risulta, ancora una volta, interessante la riflessione di Chesterton: «Tutti abbiamo letto nei libri scientifici e, in realtà, in tutti i romanzi, la storia dell’uomo che ha dimenticato il proprio nome. Quest’uomo vagabonda per le strade notando e apprezzando ogni cosa; solo non ricorda chi è. Dunque, ogni uomo è quello della storia. Ogni uomo ha dimenticato chi è. Si può comprendere l’universo, ma non si riesce mai a capire il proprio io, che sembra più lontano delle stelle. Amerai il Signore Dio tuo, ma non conoscerai te stesso. Siamo tutti sottoposti alla stessa calamità mentale, abbiamo tutti dimenticato il nostro nome. Abbiamo dimenticato chi siamo realmente. Ciò che chiamiamo buonsenso, razionalità, praticità e positivismo significa solo che, in certi momenti della vita particolarmente piatti e privi di entusiasmo, dimentichiamo anche di avere dimenticato. Tutto ciò che chiamiamo spirito, arte ed estasi significa soltanto che, per un terribile istante, ci ricordiamo di avere dimenticato.
Tuttavia, anche se camminiamo per le strade (come l’uomo senza memoria del racconto) con una specie di ottusa ammirazione, si tratta pur sempre di ammirazione. Non solo di ammirazione nel suo significato latino, ma anche nel suo senso inglese. La meraviglia contiene un positivo elemento di lode.»
(G. K. Chesterton, Ortodossia, Ed. Lindau, pp. 74-75.
Questa "calamità mentale", osserva Chesterton, può essere ancora evitata grazie allo stupore, alla meraviglia, anche se "ottusa" dalla cultura dominante.
La capacità di stupirsi, di meravigliarsi per la presenza dell'altro, del reale è l'innata possibilità di riscatto, di ripresa del sé autentico, profondo, che noi siamo.
Questo è davvero un tempo dove stanno riuscendo "a farci dimenticare che abbiamo dimenticato chi siamo”.
L'ammirazione contiene un segreto, osserva Chesterton, "un positivo elemento di lode". Lodare, infatti, è riconoscere la presenza di un Altro che è e che opera. E' concepire la libertà non come autonomia ma come "responsabilità". Dice Sant'Agostino che «Dio ha creato l'uomo per introdurre nel mondo la facoltà di dare inizio: la libertà». Potremmo dire, ancora più esperienzialmente, con san Paolo che «Cristo ci ha liberati per la libertà» (Galati 5,1). Come ha giustamente osservato Papa Benedetto XVI "libertà ed amore coincidono" e questo proprio in virtù dell’irruzione dell’Eterno nel tempo. E’ il farsi carne di Dio la rottura del cerchio della datità biologica e spaziale dell’essere dato, dell’esistente, il suo essere per la morte, direbbe Heidegger. Questo avvenimento, incarnazione morte e resurrezione di Gesù Cristo, sempre presente nell’orizzonte della storia e di cui ciascuno può farsi contemporaneo, dà sostanza e fondamento alla libertà umana. Non il “puro cominciamento” di Hegel, né il kantiano “puro dovere”, né la nietzschiana “volontà di potenza” sono la base delle libertà autenticamente umana. E’ il gratuito amore di Dio per l’uomo, il vero “puro cominciamento” (l’agostiniana definizione della libertà quale facoltà di dare inizio). Solo l’onnipotenza può rendere libero un altro, la potenza non può che farci dipendenti.
E’ davvero terribile “vivere per se stessi” (2 Cor.5,15) se Gesù Cristo ha dovuto donarci la sua vita sulla croce, risorgendo, per tirarcene fuori! Ma abbiamo dimenticato il nostro nome e con esso la nostra dignità. Del resto che ne può essere di noi se ai Santi preferiamo le zucche .. di Halloween?

domenica 31 ottobre 2010

A proposito di Halloween ... alcune considerazioni anacronistiche

Che tristezza vedere genitori che accompagnano bambini vestiti da streghe, diavoli o fantasmi! E ancor più frotte di adolescenti con i medesimi costumi scorrazzare suonando campanelli e ripetendo quel demenziale "dolcetto o scherzetto"! Eh sì, sono proprio politicamente scorretto!! Perché criticare quando tante Parrocchie cattoliche si affannano ad assicurare la bontà dell'iniziativa?

Mi vengono in mente le considerazioni "anacronistiche" che Louis Bouyer nel 1948 scriveva a proposito delle pericolose illusioni monistiche dei cristiani del suo tempo di una sperata "conversione del mondo". Ancora siamo vittime di questa visione hegeliana della storia in cui si va inutilmente a "conciliare" Cristo ed il Mondo.

Non me la prendo con quei poveracci che scorrazzano in costume, che sono solo il segno esteriore di una devastazione, per loro stessi spesso inconsapevole, della Verità Cattolica sulla morte e sul destino dei morti. Ma me la prendo con chi ancora si definisce cattolico e che approva questo effluvio di apostasia come lo definirebbe Bernanos. Ridurre infatti la festa di tutti i Santi a quella di sbiaditi e spesso demoniaci fantasmi è davvero qualcosa di dolorosamente triste!

Per questo ritengo utile riportare qui alcune considerazioni di Bouyer contenute in un suo scritto intitolato "Cristianesimo ed Escatologia".

«Non «la conversione del mondo» ma «l’odio del mondo» ecco cosa si attendevano gli apostoli andando ad annunciare il Vangelo. Inimicizia del mondo, manifestata sempre più chiaramente e sempre più scopertamente radicale e definitiva; ma al tempo stesso «vittoria sul mondo». (...) è un fatto che i cristiani di oggi non possono sopportare di avere dei nemici. Vorrebbero essere contro tutto quello che è contro e a favore di tutto quello che è a favore. Non c’è più modo, oggi, di essere non credenti. Potete ingegnarvi ad accumulare bestemmie. Tempo perso. Che siate Nietzsche, Proudhon o anche il marchese De Sade, o semplicemente Jean-Paul Sartre, ci sarà certamente un ecclesiastico illuminato che scriverà un libro in cui sarete dolcemente sollecitati, generosamente interpretati, ed abilmente accaparrati. Come il profeta Ezechiele attaccava i cherubini babilonesi al carro della Shekinah, vi troverete, senza sapere come, a pestare nella noria per far montare l’acqua di un mulino gesuita o domenicano… finora nessuno è riuscito a sfuggire!... (...) Quali che siano gli «ismi» che appassionano e divertono i nostri contemporanei, possiamo essere certi di vederne spuntare dopo un po’ un modello ridotto ed accuratamente sterilizzato, ad uso dei cristiani, munito di una etichetta che ne certifica il battesimo in bella forma. Ma il risultato è che quando i non credenti ci ascoltano un po’, non trovano nelle nostre parole che un surrogato ad usum delphini delle loro stesse creazioni, e si voltano dall’altra parte, disinteressati, senza neanche notare il discreto aroma di acqua benedetta che la nostra fallace speranza si sarebbe accontentata di far loro ammettere.»

Questa è la triste realtà. Abbiamo perduto il significato di affermazione, ci guardiamo bene dal considerare che affermare Cristo è negare il mondo con le sue illusioni e le sue idolatrie.

Risuonano veramente profetici gli interrogativi di Bouyer con i quali concludo questo post invitandovi, se amate veramente Cristo o se siete più semplicemente interessati a fare buon uso della massa celebrale che il buon Dio vi ha donato, a lasciarvi seriamente interrogare:

«Non si può affermare niente senza negare il suo contrario, e la nostra paura malata di scandalizzare o dispiacere, ci trattiene sempre dal dire un no categorico. I nostri antenati predicavano il Vangelo per salvare le anime dei loro fratelli. Ma salvarli attraverso il Vangelo non implicava l’idea che senza di esso si sarebbero perduti? Immediatamente, il cristiano moderno è pronto a tutto pur di lavarsi di una simile imputazione. Non solo non è per salvare gli uomini che andrà a parlare con loro, ma è anche persuaso che, nella loro invincibile ignoranza, è molto più sicuro che loro siano salvati che lui: il suo triste privilegio non è forse essere illuminato sugli obblighi onerosi che a loro non toccano? Ma allora, che interesse pensa che il suo Vangelo possa avere per quelli cui ciò nonostante lo offre? Da un canto non osa metterci che quello in cui loro già credono, abbellito solo da una fraseologia ecclesiastica di cui lui è il solo a percepirne l’interesse; dall’altro, il suo scrupolo ossessivo lo porta a insistere continuamente che non ne aspetta affatto la salvezza dei fratelli. La salvezza è scontata e non pretende di aggiungervi nulla attraverso la sua testimonianza. Se le cose stanno così perché stupirsi che le sue timide avances incontrano così poco successo? Chi entrerebbe in una locanda in cui si cominciasse a dirgli che in essa non starà più al coperto che se restasse fuori e non vi troverà nulla da mangiare se non quello che lui stesso ha portato con sé?».

FELICE "TUTTI I SANTI"!!