domenica 30 giugno 2013

«Dio è il nostro modello»

Continuo a leggere con grande piacere "Gog e Magog" di Martin Buber. E' una lettura stimolante che presenta utili elementi di riflessione spirituale anche per un cristiano. Si parla del Messia Gesù anche se non riconosciuto per tale dall'autore. Ne sono a mio avviso un bell'esempio le pagine che riporto di seguito.

Buber narra di un maestro hassidim detto "l'Ebreo" che si trova di fronte un uomo distrutto dall'odio. Come aiutarlo? Come guarire la sua anima? Il Rabbi comprende che non servono consigli o istruzioni. Occorre fare come fa Dio con ciascuno di noi. Prenderlo sulle proprie spalle come fa Gesù con la pecora perduta. Come Gesù prendere su di sè il male senza lasciarsi mandare in rovina. Questo è il giusto contegno nei confronti del male: Prenderlo sulle proprie spalle e portarlo.

Un insegnamento "politicamente scorretto" che giova meditare con le sue stesse parole, nella speranza che Gesù ci doni il suo spirito, la potenza di attuare questo Amore al nemico manifestato in Lui come l'essenza stessa di Dio!

«Alcune settimane più tardi giunse a Pysha un uomo che prima era stato a Lublino. Egli si recò subito in casa del1’«Ebreo» e voleva porgergli un biglietto di supplica. Disse di essersi rivolto prima al Rabbi di Lublino il quale però lo aveva mandato qui. L’«Ebreo» non prese il biglietto. Ma alcune settimane più tardi l’uomo venne di nuovo e dichiarò all’«Ebreo» che il Rabbi espressamente gli ordinava di prendere il biglietto. Allora egli lo fece. Là dove doveva essere espresso il desiderio del supplicante c’era scritto: «Per la guarigione dell’anima». L’«Ebreo» iniziò con quest’uomo una di quelle conversazioni in cui l’essenziale non consiste nel trattare un preciso argomento, ma unicamente nel fare riconoscere all’interlocutore che esistono persone al mondo con le quali ci si può confidare. Ma ben presto l’uomo cominciò spontaneamente a raccontare: «Io odio mio figlio», disse, «e questo mi ha avvelenato l’anima». L’«Ebreo» vide: qui non sarebbero bastati né consigli né istruzioni; se veramente si voleva «guarire l’anima» di quest’uomo, si doveva assumendosene la responsabilità caricarlo come sulle proprie forti spalle e portarlo fino a che egli avrebbe potuto continuare il cammino da solo. Più precisamente si doveva prendere su di sé tutto quell’odio senza lasciarsi mandare in rovina da esso; poiché si trattava di trasformare la passione dell’odio, e come si poteva altrimenti che prendendolo su di sé? Questa indubbiamente era un’impresa audace e pericolosa; l’«Ebreo» capì che prima di adesso non avrebbe potuto osare di cimentarvisi. Improvvisamente fu colto dalla convinzione che allora proprio dal Rabbi — e dove altrimenti? — egli aveva imparato quello per il quale un giorno si era recato da lui, e cioè il giusto contegno nei confronti del male. Prenderlo sulle proprie spalle e portarlo: questo era il giusto contegno.
Il Sabato seguente, durante il terzo pasto, tenne la sua prima conferenza sulla Dottrina e il tema centrale furono le parole di Dio che si leggono nel profeta Isaia: «Ascoltatemi o casa di Giacobbe, e voi tutti residuo della casa d’israele, voi che siete stati portati fin dal seno materno! Voi, di cui mi son caricato dal dì che nasceste fino alla vostra vecchiaia; io sono lo stesso fino alla vostra canizie; io stesso vi trascino, io stesso l’ho fatto, io stesso voglio continuare a portare, io stesso trascino e lascio scaturire». «Dio è il nostro modello», disse l’«Ebreo». E con questo la comunità di Pysha era stata fondata.
». (M. Buber, Gog e Magog, pp. 172 s.)

sabato 29 giugno 2013

Chi dei due cappella? Tertium non datur

Leggo e riporto un bel commento di Camillo Langone nel suo "Preghiere" de Il Foglio di oggi 29/06/2013 sui fatti di Siria. Un commento che ovviamente vale per tutti quegli omicidi che fin qui sono accaduti o continueranno ad accadere e che sono letti dai loro autori come atti di grande "pietà religiosa".
Non è tanto importante sapere chi è stato ucciso in Siria, se frati francescani o religiosi di altri ordini o cristiani laici o non cristiani non maomettani, è più importante sapere da chi sono stati uccisi. Io credo di saperlo: da Allah. Leggo infatti nel Corano, sura IX: “Uccidete gli idolatri dovunque li troviate”. A meno che Maometto non si sia inventato tutto, che l’angelo in quella grotta meccana non gli abbia detto un bel nulla: in tal caso il mandante dei decapitatori non è Allah, è il suo profeta. Tertium non datur.

domenica 9 giugno 2013

Perché la nostra Conversione a volte non convince …

La Conversione o Ritorno, come la chiamano gli Ebrei, esprime l’azione dell’uomo che pone l’amore di DIO a fondamento fino al disprezzo di sé. Ma anche in un cuore religioso può annidarsi la pretesa, l’amore di sé, come ci racconta Martin Buber nel romanzo “Gog e Magog” in cui a me sembra che è dato comprende cosa sia la vera conversione:

«Nulla mi affligge tanto», riprese Bunam, «quanto il fatto che il nostro Ritorno sia così fiacco e futile. Che su questa Terra variopinta con le sue mille attrazioni ci si allontani da Dio è cosa ben comprensibile; quando però ci si è svincolati dall'infedeltà e ci si dedica nuovamente a Colui ai quale ci si è solennemente promessi, che ciò si faccia con meschinità e con simulata certezza, per questo non trovo conforto. Una volta mi chiesi da che cosa possa dipendere il fatto che, benché noi il giorno del Perdono riconosciamo ripetutamente le nostre colpe, non ci giunga nessun messaggio del perdono. Il re David invece aveva detto una volta sola: “Io ho peccato”, che già gli era giunto l’annuncio: “Così l’Eterno ha tolto da te il tuo peccato”. Capii allora che David, dicendo “Io ho peccato contro l’Eterno”, intendeva dire: “Fa’ di me quello che è nella Tua volontà e io lo riceverò con amore”. Noi invece, quando diciamo “Abbiamo mancato”, pensiamo che si addica a Dio di perdonarci, e quando proseguiremo dicendo: “Ti abbiamo tradito”, pensiamo che all’Eterno si addica, dopo averci perdonai, di farci dono di ogni bene». (M. Buber, Gog e Magog, p. 111)

domenica 2 giugno 2013

Le tette di plastica della Jolie e ... la paura della morte.

La notizia è comparsa su tutti i giornali: la Jolie per prevenire un ipotetico tumore si è fatta asportare i due seni perfettamente sani e li ha sostituiti con due protesi.

La notizia ci consente di fare qualche piccola riflessione, non tanto per il comportamento assunto dall'attrice, quanto per la sua risonanza mediatica e l'influenza che può avere sul comportamento della gente comune.
È chiaro che ognuno cerca la felicità. Questo desiderio è iscritto nel cuore di ogni uomo; è quello che Sant'Agostino definisce come il desiderio della vita beata.

Il problema è che viviamo sotto l'influenza di una cultura che cerca disperatamente di eternare l'attimo presente riducendo l'umanità, che è in ciascuno di noi, ad un simulacro di se stessa, proprio come le tette di plastica della Jolie.
Ci si crede più umani eliminando da noi tutto quello che ci rimanda a qualcosa che va oltre un presente disperatamente eternato. La morte, la sofferenza, la malattia, la vecchiaia lungi dall'essere anti-umane sono altrettanto costitutive della determinatezza dell'essere umano. Possono essere oggetto di lode come ci ricorda San Francesco con il suo cantico delle creature. Ma per far questo occorre un certo Spirito ... quello Santo!

La nostra generazione ritiene di risolvere il problema del limite, di cui la morte segna il confine invalicabile, negandolo e/o rimuovendolo.
Dice San Paolo che è proprio la paura della morte che rende l'uomo schiavo del demonio per tutta la vita e che lo costringe a peccare.
Infatti peccare, prima che declinarsi nelle sue 7 caratteristiche fondamentali, è, mancare il bersaglio, non cogliere l'obiettivo, fallire! Non realizzarsi effettivamente.

Sotto un'altra visuale, il fallire è quello che San Paolo identifica nel "vivere per se stesso" che è la più grande forma di peccato. Vivere per se stesso è, in fondo, ridurre il rapporto con gli altri nella categoria dell'utile. Utilizzare gli altri e persino se stessi, il proprio corpo per esorcizzare la paura della morte.
Solo Gesù, con la sua morte e risurrezione, ci offre la vera possibilità di accogliere tutta la nostra umanità senza necessità di alienarci o di farci degli idoli nella scienza, nella tecnica o nella medicina.

È interessante osservare che Gesù risorto si manifesta ai suoi discepoli in Galilea. Ovvero come dice Eloi Leclerc, in quei luoghi dove Gesù era vissuto vicino a loro. Con ciò rendendo evidente che la gloria del Padre nella quale Gesù era entrato non si doveva ricercare nell'alto dei cieli, ma, al contrario, in questa comunione di vita che egli aveva inaugurato con gli uomini attraverso la sua incarnazione.
È precisamente questa comunione tra i discepoli che visibilizza la potenza di Gesù risorto. Gesù è l'unico capace di abbattere il muro di separazione tra me e l'altro. Possiamo amare veramente, perché possiamo amare i nostri nemici. Amare cioè senza dover nutrire il nostro io malato, amare veramente, amare gratuitamente. Non a caso, afferma Leclerc, il vangelo di Matteo al suo inizio colloca la scelta di Gesù di abitare in Cafarnao ai confini della terra di Zabulon e Neftali perché si compisse la parola del profeta Isaia: "...Galilea delle Genti! Il popolo che era immerso nelle tenebre ha visto una grande luce: su coloro che abitavano l'oscuro paese della morte una luce risplendette." (Is. 8, 23-9, 1).

Questa certezza che in Gesù la morte è vinta è per tutti, per ogni uomo della terra! C'è speranza! La grande Speranza di cui ha parlato magistralmente Benedetto XVI. Gesù ha veramente il potere di farci felici! In Lui possiamo dare inizio ad una nuova civiltà. Possiamo tornare a vivere per qualcosa più grande di noi! Possiamo uscire dal nostro egoismo! Possiamo uscire a gridare la gioia!