martedì 17 febbraio 2026

Una riflessione di Papa Benedetto XVI: la Chiesa ritrovi se stessa "demondanizandosi"

Sul quotidiano La Verità di oggi 17 febbraio 2026 Francesco Borgonovo presenta un inedito di Joseph Ratzinger veramente interessante. Gli ecclesiastici oltre che i singoli fedeli laici debbono tornare ad essere consapevoli che la Chiesa è il punto di innesto dell'Eterno nel tempo. In Cristo l'Eterno è entrato nel tempo e questo fatto che costituisce il punto focale della storia rischia di non essere più evidente se la Chiesa nei suoi membri e nella sua prassi si conforma alle ideologie mondane. La fine della cristianità  (leggasi anche il saggio di Chantal Delsol - La fine della cristianità e il ritorno del paganesimo, Ed. Cantagalli), non è la fine della Chiesa Cattolica né del cristianesimo. Ratzinger con lucidità indica una via per la ripresa della missione della Chiesa - che ne è pure la sua ragion d'essere - quella di andate in tutto il mondo e proclamare il Vangelo a ogni creatura (cf Mc 16,15).

(N.B. Grassetti e sottolineature dell'articolo sono miei)

Quando il sacro si fa ovvio, evapora

Ratzinger lo aveva capito nel 1958

Pubblicata un’antologia (con un testo inedito) del papa tedesco. Colpisce la chiaroveggenza: «L’Occidente si è identificato col cristianesimo. Ma questo ha reso la religione banale. Serve tornare comunità di credenti»

di FRANCESCO BORGONOVO

    Fa quasi spavento notare quanto del mondo di oggi avesse compreso e intravisto Joseph Ratzinger già nel 1958. Pubblicò quell’anno un intervento intitolato «I nuovi pagani e la Chiesa», ora ristampato nel volume antologico La fede del futuro. Il futuro della Chiesa, pubblicato da Cantagalli e impreziosito da un testo inedito. Quell’articolo del giovane teologo contiene già il cuore pulsante del pensiero ratzingeriano sulla «demondanizzazione». Cioè un processo che, per quanto faticoso, la Chiesa ha bisogno di affrontare per rispondere con forza alle esigenze di questo tempo e per continuare al meglio la sua missione. Scandalosa, la demondanizzazione, eversiva quasi, soprattutto alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni, con una Chiesa che ha cercato di inseguire il mondo, di adattarvisi per compiacerlo. Ratzinger ne illustrò il senso nel 2021 nel corso di una intervista concessa a Tobias Wintsel: «L’espressione demondanizzazione esprime la parte negativa del processo che mi sta a cuore», disse, «e cioè distaccarsi dalle parole e dalle strettoie di una data epoca per raggiungere la libertà e la vastità della fede. Questo pensiero in sé mi divenne sempre più chiaro nel mio anno a Bogenhausen e l’ho esposto alla fine dei miei anni a Frisinga, nell’articolo “I nuovi pagani e la Chiesa”, ottenendo un’eco inaspettata. La mia esperienza durante l’anno a Bogenhausen mi aveva mostrato come per molti la fede si fosse ridotta a consuetudine, e anche come molte delle funzioni che riguardavano la struttura e la vita della Chiesa fossero esercitate da persone che non condividevano affatto la fede della Chiesa. Così la loro testimonianza in molti casi non poteva non apparire discutibile. Fede e incredulità erano spesso mescolate in un modo singolare e questo, prima o poi, sarebbe necessariamente emerso e avrebbe provocato un crollo che alla fine avrebbe sommerso la fede. Mi sembrava che occorresse una distinzione. Ma non si poteva né si doveva pensare a una nuova Chiesa di soli santi: che questo pensiero, così ricorrente nella storia, sia un sogno errato, puntualmente contraddetto dalla realtà, mi era chiaro».

    Nel suo potentissimo articolo giovanile, Ratzinger illustrava brevemente alcuni dati di realtà. E cioè che la Chiesa nata dalle prime comunità cristiane era giunta, nel Medioevo, a coincidere con il mondo, regolandone tempi e modi. «Nel Medioevo però le cose già cambiarono per il fatto che Chiesa e mondo si identificarono e così in fondo essere cristiano non fu più una decisione personale, quanto piuttosto un dato politico-culturale», scriveva Ratzinger. «Ci si aiutò con il pensiero che Dio alla fin fine si era scelto proprio questa parte della terra; la specifica coscienza cristiana ora divenne, al contempo, una coscienza di elezione politico-culturale. Dio aveva scelto proprio questo mondo occidentale. Oggi è rimasta l’estrinseca sovrapposizione di Chiesa e mondo; la convinzione, invece, che in questo modo - nell’involontaria appartenenza alla Chiesa - si nasconde anche una speciale grazia di Dio, un’eterna realtà di salvezza, è caduta. La Chiesa è, come il mondo, un dato della nostra specifica esistenza occidentale e dunque, come quel particolare mondo a cui apparteniamo, un dato del tutto casuale. Quasi nessuno, perciò, crede realmente che da questo dato di fatto del tutto casuale di natura culturale e politica che si chiama Chiesa possa dipendere una specie di salvezza eterna. Per l’uomo occidentale la Chiesa più o meno è, di fatto, un mero pezzo di mondo assolutamente casuale: essa, proprio per la sua sovrapposizione con il mondo (che estrinsecamente si è mantenuta), ha perso la serietà della sua pretesa».

    Questo è il dramma che la Chiesa cattolica vive ancora oggi. Come uscirne? Ratzinger non auspicava chissà quali svolte settarie. Allo stesso tempo, però, non addolciva la purga: «Alla lunga», spiegava, «non può essere risparmiato alla Chiesa di smantellare pezzo per pezzo la sua apparente sovrapposizione con il mondo e tornare a essere quello che è: comunità dei credenti. Di fatto la sua energia missionaria non potrà che crescere grazie a queste perdite esteriori: solo se smette di essere qualcosa di ovvio e a buon mercato, solo se ricomincia a presentarsi per quello che è, potrà raggiungere con il suo messaggio l’orecchio dei nuovi pagani che finora potevano cullarsi nell’illusione di non essere pagani. Naturalmente il ripiegamento da tali posizioni esteriori porta con sé anche la perdita di notevoli vantaggi, che l’attuale intreccio della Chiesa con la realtà pubblica senza dubbio produce. Si tratta di un processo che, con o senza la collaborazione della Chiesa, avanza da sé, e al quale si deve dunque adattare».

    Insomma, partita come piccolo gregge, la Chiesa è arrivata in Occidente a identificarsi con il mondo. Ma «oggi questa sovrapposizione è solo un’apparenza che copre la vera natura della Chiesa e del mondo e in parte impedisce alla Chiesa la sua necessaria attività missionaria. Così presto o tardi, con o senza il consenso della Chiesa, si realizzerà, dopo il cambiamento di struttura interno, anche un cambiamento esterno in direzione del pusillus grex. La Chiesa deve fare i conti con questo dato di fatto in modo tale da procedere in modo più circospetto nella prassi sacramentale e nell’annuncio, da distinguere tra annuncio missionario e annuncio ai credenti; il singolo cristiano dovrà tendere in modo più deciso a una fraternità di cristiani e nello stesso tempo aspirare a dimostrare la sua vicinanza al prossimo non credente attorno a lui in un modo veramente umano e così profondamente cristiano».

    In buona sostanza l’Occidente moderno è pagano, non più cristiano. Per questo la Chiesa dovrebbe demondanizzarsi proprio per risultare più efficace nel mondo. Non chiudersi, ma rafforzarsi, tornare a presentarsi come via di salvezza e non come una fornitrice di morale come tante. «Per il cristiano di oggi», notava Ratzinger, «è diventato inimmaginabile che il cristianesimo, più precisamente che la Chiesa cattolica possa essere l’unica via di salvezza; in questo modo l’assolutezza della Chiesa, e anche la serietà della sua pretesa missionaria, anzi tutte le sue esigenze sono diventate intrinsecamente discutibili» .

    Questo percorso iniziato nel 1958 è proseguito per tutta la vita di Ratzinger. Nel 1969 il futuro papa scriveva che «gli uomini di oggi percepiscono la forma della fede come un peso; ma allo stesso tempo sono animati dall’esigenza di essere credenti. [...] Proprio oggi, per quanto paradossale possa suonare, c’è una nostalgia della fede: è evidente che il mondo della pianificazione e della ricerca, del calcolo esatto e della sperimentazione da solo non basta. In fondo ci si vuole liberare da esso tanto quanto dalla vecchia fede, il cui contrasto con il sapere moderno la fa diventare un peso opprimente». «L’uomo che si vuole limitare alla conoscenza sperimentale in senso stretto», proseguiva Ratzinger, «cade nella crisi della realtà, di conseguenza perde la verità. C’è in lui il grido che chiede la fede e che l’attuale momento storico non riesce a sopprimere, ma anzi rende più drammatico. C’è il grido che domanda liberazione dal carcere del positivismo, e c’è naturalmente anche il grido di liberazione da una forma di fede che la rende un peso, invece di essere la forma della libertà».

    Ed eccoci al nocciolo di tutte le questioni. Come fa la fede a tornare libera? Non temendo di annunciare la Verità. Non adattandosi al mondo, ma ribadendo ciò che lo trascende e resta sempre vero. In questo modo ci si libera dai condizionamenti terreni, dalle piccinerie di ogni giorno. Certo è una via impervia, perché può richiedere sacrifici (chi si presenta come annunciatore della verità non ha vita facile), ma è l’unica che abbia senso praticare. Annunciare la verità non significa, però, credersi eletti o illuminati. Anzi, vuole dire soprattutto riconoscere il bisogno di salvezza che si ha. La fede è questo: affidarsi fiduciosi a chi salva. E dunque atto fondamentale è la preghiera. «In termini generali la preghiera è l’atto religioso fondamentale», dice Ratzinger nel suo testo inedito del 2021. «È in qualche modo il tentativo di entrare concretamente in contatto con Dio. La peculiarità della preghiera cristiana sta nel fatto che si prega insieme a Gesù Cristo e al contempo si prega Lui. Gesù è in egual misura uomo e Dio e può così essere il ponte, il pontifex, che rende possibile superare l’abisso infinito tra Dio e uomo. In questo senso Cristo è, generalmente parlando, la possibilità ontologica della preghiera. Ma egli è poi anche la guida pratica alla preghiera». La preghiera è gesto fondamentale di «demondanizzazione»: rende la fede libera e viva, la distingue dai rituali stanchi.

    «La preghiera cristiana, in quanto pregare insieme a Gesù Cristo, è sempre ancorata nell’Eucaristia, conduce a essa e all’interno di essa. L’Eucaristia è la preghiera compiuta con tutto l’essere. Essa è la sintesi di critica al culto e di vero culto. In essa Gesù ha fatto suo il no al puro parlare e il no ai sacrifici animali e ha messo al loro posto il grande si della sua vita e della sua morte. Così l’Eucaristia rappresenta la definitiva critica al culto e al contempo il culto nel senso più ampio del termine. Lo hanno bene evidenziato i Padri, da un lato caratterizzando il paganesimo come consuetudo, come consuetudine, dall’altro caratterizzando il cristianesimo come un pregare». In un mondo divenuto pagano, non resta che la preghiera come via di salvezza. Consapevoli che nulla rende più liberi della verità.

giovedì 25 dicembre 2025

POLITICAMENTE CORRETTO, LA NUOVA RELIGIONE DELLA “SOTTOMISSIONE” AL “NON PENSIERO” DEL POTERE

Posto un articolo di 10 anni fa tratto dal mensile Tempi di un'attualità formidabile su questi temi che hanno portato al "cortocircuito/siucidio" della cultura occidentale.

[N.B. sottolineature e grassetti sono miei]

POLITICAMENTE CORRETTO, LA NUOVA RELIGIONE DELLA “SOTTOMISSIONE” AL “NON PENSIERO” DEL POTERE
Per la nuova religione non è vero ciò che è vero, ma ciò che si riesce a far apparire tale. Il nemico non è un’altra religione ma il pensiero stesso. Chi pensa è un potenziale nemico

di Giuseppe Reguzzoni
fonte: Rivista Tempi n. 50/2015

Anticipiamo in queste pagine alcuni stralci del saggio “Il liberalismo illiberale”, dell’Editore XY.IT, in libreria in questi giorni. L’autore, Giuseppe Reguzzoni, è uno storico e giornalista, traduttore (tedesco, francese, inglese) anche di opere di papa Benedetto XVI. Collabora con l’Istituto Mario Romani dell’Università Cattolica di Milano.

Il Politically correct è il nuovo tabù e l’aura di timore che lo circonda è il nuovo senso del pudore, del tutto imposto ed eterodiretto. Preso alla lettera, “politically correct” richiama in qualche modo l’idea di “correct polity”, dunque una certa buona maniera di governare o, anche, di stare al mondo gli uni accanto agli altri, di costruire insieme la politéia, la comunità civile. (…) Il Politicamente Corretto è, nella prassi sociale di ogni giorno, un elenco implicito di divieti o, se si vuole, di dogmi indimostrabili. Il sacerdote del Politicamente Corretto non mira ad argomentare, ma a puntare il dito, con orrificato stupore, su chi osa mettere in questione la secolarissima sacralità del suo Credo. (…)

Già solo accennare alle grandi aree semantiche di cui si occupa questo moderno e laico tribunale dell’Inquisizione costituisce in qualche modo un reato: immigrazione, sicurezza, differenze di civiltà e di origine geografica e razziale, omosessualità, gender mainstreaming, temi identitari, domande esistenziali e fedi religiose sono oggi i nuovi “tabù”, ciò di cui è bene non parlare, anche se, inconsciamente, quando sopravvive un minimo di spirito critico, lo si vorrebbe fare. L’idea di tabù è stata sviluppata anzitutto dagli antropologi, come una sorta di proibizione rituale, implicita e inconscia, ma è stato Freud a evidenziare il nesso tra tabù e nevrosi. La nostra è una civiltà nevrotica, a tratti schizofrenica, che nega l’esistenza stessa del problema, confinandolo nei propri tabù. Il Politicamente Corretto è, appunto, il tabù rispetto alla ricerca e alla percezione della verità, tutta intera. C’è, tuttavia, chi di questi tabù usa consapevolmente per consolidare i propri disegni di potere. (…)

Il ministero orwelliano del condizionamento esiste e la sua forza sta nella sua apparente, superficiale, invisibilità. Come nel mondo immaginato da Orwell in 1984 la lingua, o meglio, la “neolingua” è strumento di potere. Solo che, a differenza che nel mondo distopico di Orwell, nel linguaggio politicamente corretto i termini sono in costante aggiornamento. Si dice e non si dice, attuando con efficacia forme di censura preventiva che ostacolano o impediscono ogni forma di pensiero critico personale, qui proprio come in 1984. (…)

Questi tabù, organizzati ectoplasmaticamente in quella realtà fluida e in continuo mutamento che è il Politically Correct, costituiscono la nuova religione civile della società globale. Qui sta il cambiamento in corso almeno da due decenni e coincidente con la crisi dei grandi sistemi politici di matrice ideologica, incluso il liberalismo e la sua pretesa di essere una sorta di via media. Qui sta il nocciolo della forma che il Politically Correct sta assumendo e il fatto che esso non sia ormai più solo un linguaggio, ma, appunto, un elemento di raccordo e coesione sociale, con tratti simili a quelli che Rousseau attribuiva alla sua religione civile.

Cambiate pure canale

Che la formulazione del modello del Politically Correct abbia avuto luogo prima negli Stati Uniti non è certamente un dato casuale. Rispetto all’Europa gli Stati Uniti, pur essendo un paese fortemente secolarizzato, restano tuttavia fortemente segnati da un ipermoralismo parabiblico, in cui Arnold Gehlen ha riconosciuto i tratti di «una nuova religione umanitaria». Dopo la Seconda Guerra Mondiale e, soprattutto, negli anni Sessanta del secolo scorso, il linguaggio puritano ha subìto una profonda mutazione a contatto con il linguaggio (neo)marxista veicolato dagli intellettuali della scuola di Francoforte o ispirato da loro, dapprima rifugiati negli Stati Uniti e poi installati nelle scuole e università occidentali. È stato soprattutto con le rivolte giovanili degli anni Sessanta che costoro hanno assunto il ruolo di sacerdoti del pensiero unico, esercitando un controllo progressivamente egemone sui media e sui sistemi scolastici ed educativi occidentali. Già le modalità con cui questo pensiero si è imposto presentano quei tratti di slealtà che sono caratteristici del linguaggio politicamente corretto, dal momento che la critica dell’autorità andava di pari passo con modelli di autoritarismo implicito: si contestavano le figure tradizionali dell’autorità, avvalendosi dell’autorità che derivava dalle proprie cattedre e dai propri ruoli. Il politicamente corretto si presentava antidogmatico, imponendo però dogmi impliciti e indiscutibili, così come, nella sua versione sessantottina, si presentava come anticonformista, imponendo però nuove forme di conformismo radicale e disperato. In questo modo, sleale, il nuovo moralismo andava costruendo i suoi dogmi, e si avviava a trasformarsi in quella che Carl Schmitt definiva «la tirannia dei valori». (…)

D’altra parte è l’Occidente, nel suo insieme, dunque anche l’America, a divenire vittima di se stesso e dei propri complessi di colpa, evidenti nelle nuove forme di autocensura. Il bombardamento di slogan antirazzisti, multiculturali, antiomofobi ha assunto toni parossistici, quasi religiosi. Non si offrono ragioni, ma tabù indiscussi, e il solo sollevare questioni, anche minime, è considerato blasfemo. Il politicamente corretto, in quanto nuova religione civile, impone un credo indiscutibile e indiscusso. Nella nuova religione non si crede perché essa è ragionevole, ma solo per paura o per assuefazione. Lungo sarebbe l’elenco dei “dogmi” di questa nuova religione civile, più facile identificare nei grandi media, voce dei poteri forti, la nuova inquisizione, che sentenzia senza ascoltare e condanna attraverso mantra ossessivamente ripetuti. Per essa non è vero ciò che è vero, ma è vero ciò che si riesce a far apparire tale. Il nemico di tale tribunale non è un’altra religione civile, filosofica o rivelata, ma il pensiero stesso. Chi pensa, per il fatto stesso che pensa, è un potenziale nemico. Non affannatevi a pensare, a voler conoscere la realtà, lo facciamo noi per voi. Voi limitatevi a divertirvi o compiangervi e, soprattutto, adeguatevi.

Il laicismo come culto

La dittatura del politicamente corretto suppone delle società liberali o, se si preferisce, apparentemente liberali, dove sia almeno a parole garantita la possibilità di scegliere, magari cambiando canale tra reti, in realtà tutte omogenee al sistema. È il paradosso del liberalismo, che vive di presupposti che non è esso stesso in grado di generare, (…) è l’involuzione di un modello culturale e politico che, partito in nome della libertà, finisce per ritagliare quest’ultima a uso di chi ha il potere finanziario e politico. (…) Nel Politicamente Corretto tutto ciò che marca la differenza tra comunità e individui, finanche tra i due sessi, è percepito e indicato come un ostacolo imbarazzante. (…)

La laicità radicale, o laicismo negativo, mira finanche ad annullare i segni storici della presenza delle religioni in Occidente (dunque della religione cristiana) sostituendovi altri segni in linea con la propria visione del mondo. Alle comunità religiose è riconosciuto, al massimo, lo status di enti privati, senza alcuna pertinenza diretta con la realtà statuale. È quanto non ha mancato di constatare, e denunciare, papa Giovanni Paolo II lungo tutto il proprio pontificato: «Nell’ambito sociale si sta diffondendo anche una mentalità ispirata dal laicismo, ideologia che porta gradualmente, in modo più o meno consapevole, alla restrizione della libertà religiosa fino a promuovere il disprezzo o l’ignoranza dell’ambito religioso, relegando la fede alla sfera privata e opponendosi alla sua espressione pubblica. Il laicismo non è un elemento di neutralità che apre spazi di libertà a tutti: è un’ideologia che s’impone attraverso la politica» (Ai presuli della Conferenza episcopale della Spagna, in visita Ad limina Apostolorum, 24 gennaio 2005).

La campagna contro i crocifissi, sottoscritta anche da un altro Zagrebelsky, a nome del Consiglio d’Europa, non è che un elemento di questo complesso processo di sostituzione simbolica che pretende di investire la totalità del vivere civile e le sue espressioni non puramente individuali, come accade, esemplarmente, nella gestione del tempo e della sua dimensione pubblica. Per il momento la rimozione del calendario cristiano risulta ancora troppo complessa, ma val la pena di ricordare che essa è già stata sperimentata all’epoca della Rivoluzione francese e riproposta dai sistemi totalitari del XX secolo. La nascita di un calendario civile, con applicazione rigorosa di nuove forme di “precetto festivo” si colloca, a sua volta e in pieno, su questa medesima linea, dal momento che il calendario rappresenta la scansione ufficiale del tempo in una società. In Italia il 25 aprile, l’1 maggio e il 2 giugno hanno assunto funzioni che vanno ormai ben al di là della commemorazione civile di eventi storici importanti. Ci sono centri commerciali che sono aperti il 25 dicembre, Natale, ma non è possibile o è estremamente difficile che la stessa cosa avvenga il 25 aprile o il 2 giugno. Eppure, se il presupposto del laicismo radicale è che tutto è relativo e che, dunque, nessuna posizione debba essere considerata preminente, non si capisce bene su che cosa debba fondarsi la sacralità di tali ricorrenze “civili”.

Alle feste “comandate” del calendario civile, paragonabili alle solennità del calendario liturgico, si sommano le “feste di precetto” e le “memorie solenni”, come la giornata della memoria (ormai imposta in tutte le scuole, con cerimonie e iniziative culturali), l’8 marzo (festa della donna) o la festa della mamma o il 14 febbraio, san Valentino, festa degli innamorati. Queste ultime, laiche feste di precetto, tra l’altro, che pur non hanno il carattere di solennità nazionali, sono oggi elementi costitutivi di una sorta di calendario universale del Politicamente Corretto.

Tale calendario “civile”, non potendo annullare del tutto le festività religiose, tende a neutralizzarle. Così è avvenuto con il Natale cristiano, ormai scomodo sul piano dei dogmi della religione civile del Politicamente Corretto, che è stato trasformato in festa dei buoni sentimenti (con apertura dei negozi). D’altra parte, se internet è l’emblema della nuova società globale, quando si parla di calendario, è interessante osservare come il motore di ricerca Google ormai da anni scandisca il fluire dei giorni come una sorta di rubrica liturgica di questa nuova religione civile secolare, assumendo il ruolo di custode e guardiano della rete. Intorno al logo di Google abbiamo visto scorrere di tutto: dall’anniversario della nascita di Confucio, con tanto di costume mandarino stilizzato, a quella di Galileo, con allegato telescopio, e persino quello di Ludwik Zamenhof, ebreo polacco creatore dell’esperanto. Non sono mancati riferimenti alla nascita di Buddha, malgrado la scarsità di dati storici certi, e abbiamo potuto seguire quasi integralmente la scansione annuale delle principali festività ebraiche. Da qualche anno ci toccano anche gli auguri ai musulmani per l’inizio e la fine del Ramadan. Per par condicio il 25 dicembre ci si attenderebbe l’immagine di un piccolo presepe, ma non è mai stato così. Il massimo che ci è stato concesso è stato il grassone vestito di rosso, con tanto di renne al seguito, caricatura inventata dalla Coca Cola del vescovo greco anatolico Nicola di Myra.

Il calendario di Google

Su Google sono costantemente e volutamente assenti i riferimenti al calendario cristiano in quanto cristiano, benché il motore di ricerca non abbia ancora rinunciato al calcolo degli anni dalla nascita di Cristo. I richiami alle feste cristiane sono “tabù”. Ma nella geografia politica dell’imbarazzo, Google non è che un elemento accanto a moltissimi altri, come il divieto esplicito del tradizionale augurio “Merry Christmas” sulle insegne di molti comuni inglesi o quello implicito nella stragrande maggioranza delle aziende europee ed americane, fino ad arrivare all’esclusione di presepi e alberi di Natale in alcune scuole statali italiane in nome della multiculturalità. La domanda che sorge spontanea è se davvero si tratti solo di imbarazzo o se, piuttosto, queste scelte non sottendano un disegno nascosto, non siano cioè l’espressione di una visione secolarista che si va imponendo come una nuova e non esplicita religio civilis, mascherandosi da laicità dello Stato che, addirittura, come in Zagrebelsky, dichiara di considerare pericoloso ogni contributo che le religioni possono offrire alla coesione sociale in quanto tale.

Le forze che agiscono dietro questo progetto sono molteplici e si muovono sulla base di processi anche molto differenti di autocoscienza. Sarebbe ingenuo, però, pensare a un movimento in tutto e per tutto spontaneo, di carattere culturale, quasi che la cultura e la mentalità dominante non abbiano nulla a che fare con le forme, indotte, del disciplinamento sociale. Un’analisi compiuta di questi processi è arrivata sinora più dalla letteratura distopica che dalla riflessione speculativa. Certo, la teologia successiva al Vaticano II non si è ancora confrontata in maniera seria con il tema del condizionamento socio-culturale come progetto di riscrittura della mentalità e della società. I sorrisini e le ironie quando si tocca il tema dell’influenza della massoneria sulla mentalità odierna la dicono lunga su questa profonda ingenuità (è davvero solo tale?). Eppure i testi e i documenti che mettono in guardia da un atteggiamento che cerca di mascherare l’ingenuità con la spocchia intellettuale non sono pochi. Una cosa è il complottismo, altra, e ben diversa, è la progettualità culturale sulla società, particolarmente quando essa non è esplicitata in programmi politici trasparenti, ma in forme di condizionamento legate ai soft power. (…)

Il cristianesimo non è una religione civile; il laicismo radicale, almeno implicitamente, si. Si può discutere se e quanto le religioni possano contribuire alla religione civile di una nazione, ma, in una prospettiva cristiana, ciò implica che il termine “religione” sia inteso in senso quasi metaforico. E implica che la religione civile non si ponga in termini sostitutivi rispetto alle religioni storiche, ma ne accolga il contributo (…). Benedetto XVI, riassumendo una posizione che non può essere tacciata di integralismo fondamentalista, non dice che il cristianesimo è una religione civile, ma che esso ha una funzione civile. Non è la stessa cosa (…).

L’idolo del progresso

Per dirla con Carl Schmitt, si tratta di un processo di continua “neutralizzazione” dei riferimenti ideali. Alle religioni tradizionali si sostituisce la pura razionalità, sino ad arrivare a cercare un punto di coesione il più neutro possibile nell’economia e nella tecnica. Tra queste suggestioni di massa, quella che fluttua da un centro conflittuale all’altro, mantenendo la propria funzione mitica, è certamente l’idea di progresso. (…) In fondo, mentre il cosmopolitismo settecentesco era una dottrina filosofica, il globalismo contemporaneo ne è l’erede in forma “neutralizzata”. L’altro elemento, accanto al mito del progresso e della “neutralità della tecnica”, impostosi soprattutto dal Sessantotto, è quello dei diritti dell’uomo, interpretati evolutivamente proprio alla luce del mito del progresso, come ha acutamente dimostrato la professoressa Janne Haaland Matláry proprio in rapporto all’idea di dittatura del relativismo. Il concetto riprende un passaggio fondamentale dell’omelia di Benedetto XVI durante la celebrazione della Messa Pro eligendo pontifice, che ben riassume il carattere (pseudo) “religioso” di questa prospettiva. Il dialogo, per funzionare, implica l’esistenza di un vocabolario comune, in cui i termini fondamentali non vengano usati in maniera e con significati ambigui od equivoci.

Il relativismo etico dell’Occidente e il Politically Correct come sua implicita religione civile non sono in grado di realizzare questo dialogo dato che, nella migliore delle ipotesi, quel che ne deriva è solo una mera giustapposizione del diverso, una multiculturalità senza incontro e senza scambio. Anche i diritti dell’uomo, considerati in sé e per sé, non riescono a uscire dal rischio di un’interpretazione ambigua ed equivoca. A prescindere dal fatto che la maggior parte dei paesi islamici non riconosce la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, all’interno dello stesso Occidente è al centro di interpretazioni opposte che ne annullano il valore “universale”. Il punto è l’uso che oggi si sta facendo dei diritti dell’uomo. Da una parte sono divenuti la nuova Bibbia politica di una comunità sociale diversamente priva di qualunque riferimento ideale, dall’altra sono stati di volta in volta usati come la bandiera di un valore e del suo esatto contrario, per esempio, della difesa della famiglia tradizionale e della sua demolizione attraverso il riconoscimento dei cosiddetti matrimoni omosessuali. Nessuno in Occidente può oggi permettersi di andare contro i diritti dell’uomo, e allora si tenta di tirarli dalla propria parte, spostando il problema dall’applicazione dei diritti dell’uomo alla loro interpretazione.

La strategia del soft power

La Dichiarazione ha una sua precisa collocazione storica e si tratta di un riferimento storico che ha qualcosa di miracoloso, di irripetibile. Si usciva dalla Seconda Guerra Mondiale e dagli orrori del nazifascismo (quelli del comunismo erano ancora ipocritamente occultati). La Dichiarazione Universale nacque come reazione al relativismo politico e legale della Germania hitleriana e, più in generale, delle ideologie totalitarie, con un implicito riferimento all’idea che stava alla base del processo di Norimberga. Ai criminali nazisti che si appellavano all’obbedienza agli ordini ricevuti dall’alto, si ricordava che esiste un’altra obbedienza, ben più decisiva. Sulla base di questa idea, per la prima volta nella storia, un tribunale aveva emesso delle condanne non perché gli imputati erano nemici, ma perché avevano violato questa legge di natura, quella a cui si ispirò la Dichiarazione.

Ora, perché questa legge possa davvero essere tale, in forza di quel “sentire comune” di tutta l’umanità a cui essa fa riferimento, bisogna che non possa essere modificata arbitrariamente dagli attori politici. Ma è proprio questa la crisi che sta investendo i diritti dell’uomo. Se essi sono solo una convenzione, modificabile col cambiare delle opinioni, allora i diritti non sono più tali, perché possono a loro volta essere modificati. Perché i diritti dell’uomo siano tali, devono essere al di sopra degli stati, (…) essi non possono neppure essere in balìa dei nuovi poteri transnazionali che cercano di svuotarli dall’interno reinterpretandoli in direzione di quel mostro ideologico che è il politicamente corretto. Le grandi lobbies del potere transnazionale non potendo negare i diritti in quanto tali, tendono a dissolverli considerandoli solo come delle mere convenzioni, delle questioni di maggioranza all’interno di un’opinione pubblica da loro dominata o egemonizzata. (…)

La strategia sottesa è quella del soft power, vale a dire del condizionamento dell’opinione pubblica da parte di agenzie internazionali di opinione, con meccanismi acutamente descritti da Haaland Matláry nel suo volume sui «diritti umani traditi»: si comincia a imporre la trattazione di certi temi, mettendo in conto il rifiuto della maggioranza ancora poco “illuminata”; si pretende che se ne parli come di “diritti civili”, magari facendo riferimento a “casi pietosi” e con l’appoggio di importanti figure del mondo dello spettacolo o dello sport; ci si appella al sostegno del mondo scientifico, di volta in volta identificato con qualche personalità di comodo e si ottengono, alla fine, delle “direttive non vincolanti” emanate da organismi transnazionali (come – aggiungiamo noi – potrebbe essere anche il Parlamento europeo). A questo punto il gioco è fatto e si può intervenire all’interno di ciò che resta dello stato nazionale appellandosi alle moderne conquiste dei paesi civili e al tale pronunciamento della tale commissione per chiedere il “diritto” al matrimonio omosessuale, alla sperimentazione sugli embrioni, alla clonazione eccetera. Nel frattempo si dilata il vocabolario delle maledizioni politicamente corrette per far sì che gli avversari nemmeno vengano ascoltati: razzista, omofobo, oscurantista, rozzo. (…)

È chiaro che la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo è stata svuotata. Essa ha senso solo in quanto espressione del diritto naturale, cioè di quel diritto che viene prima di ogni forma di organizzazione statale e che è inviolabile: «Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione dei diritti e delle libertà in essa enunciati» (Art. 30). Mettere in questione il carattere universale di questi princìpi e il loro ancorarsi nelle «leggi non scritte e immutabili» del diritto naturale significa spianare la strada all’arbitrio e a nuove forme di totalitarismo. All’azione distruttiva del soft power Haaland Matláry oppone la necessità di riscoprire il valore fondativo e universale della ragione. La sua proposta di rivalutazione del diritto naturale indica in modo rigoroso un possibile percorso fondativo della categoria del “prepolitico” in un contesto culturale e sociale secolarizzato.

In una prospettiva cristiana, restano due questioni: quella di come l’avvenimento cristiano debba porsi di fronte a questa sorta di religione globale, incentrata sul mito del progresso e sulla relativizzazione dei diritti dell’uomo; quella del contributo alla coesione sociale che il cristianesimo è chiamato a portare nella vita delle nazioni e nelle relazioni internazionali.

Il punto non è solo il ruolo che le religioni possono svolgere all’interno delle società secolarizzate, ma, soprattutto, le condizioni perché queste ultime possano sopravvivere e non sprofondare in una violenza di tutti contro tutti. (…) Una corretta religione civile – sempre che si voglia ancora insistere su questa espressione di per sé ambigua – sarebbe, dunque, necessaria allo Stato liberale e democratico occidentale proprio in funzione della realizzazione di questi presupposti che esso non può darsi da solo, ma che può ricevere dalle forze più vive che esistono al proprio interno.

Le due tesi di Benedetto XVI

Senza negare l’evidenza di una società occidentale divenuta plurale (…), ma comunque bisognosa di riferimenti etici e ideali comuni, si tratta di relativizzare l’idea di religione civile, riconoscendole – con Benedetto XVI – un valore necessario, ma non sufficiente: «Il concetto di religio civilis appare così in una luce ambigua: se esso rappresentasse soltanto un riflesso delle convinzioni della maggioranza, significherebbe poco o niente. Ma se invece deve essere sorgente di forza spirituale, allora bisogna chiedersi dove questa sorgente si alimenta». Ecco, allora, le due tesi ratzingeriane, per una rilettura della laicità dello Stato e della religione civile a essa sottesa: «La mia prima tesi è che una religio civilis che realmente abbia la forza morale di sostenere tutti presuppone delle minoranze convinte che hanno trovato la “perla” e che vivono questo in modo convincente anche per gli altri. Senza tali forze sorgive non si costruisce niente. La seconda tesi poi è che ci devono essere forme di appartenenza o di riferimento, o semplicemente di contatto con tali comunità », espressione con cui si intende non solo la presenza di nuove comunità religiose, ma il contributo fattivo e vitale che le comunità possono dare, come «sale della terra» (che più avanti Ratzinger chiama anche «minoranze creative»), alla coesione sociale e civile, in rapporto con tutti i fermenti più vivi che operano all’interno della società. È evidente che per essere se stessa, l’esperienza cristiana chiede e necessita di non essere privatizzata e ridotta a puro elemento individuale e soggettivo. È altrettanto evidente che questa esperienza non deve temere di rapportarsi a un mondo divenuto plurale, rimanendo però se stessa sino in fondo. Diversamente, il concetto di religione civile resta «prigioniero in quella gabbia di insincerità e ipocrisia che è il linguaggio politicamente corretto».

giovedì 27 novembre 2025

Islam e Cristianesimo

Il 27 dicembre di 25 anni fa la Conferenza Episcopale dell'Emilia Romagna ha pubblicato un documento intitolato "Islam e Cristianesimo". Il documento evidenzia le insanabili divergenze tra la rivelazione di Cristo e la religione mussulmana tra l'altro sottolineando a ragione che né l'ebraismo, né il Cristianesimo possono essere definite "religioni del libro". Dio per noi cristiani non si è "incartato" ma incarnato è una presenza reale, viva, non un libro. Il documento mette in guardia rispetto ad un accoglienza puramente "materiale" degli immigrati islamici ma a dare ragione della nostra fede senza alcun complesso di inferiorità. Un documento veramente interessante e per molti verso profetico. Purtroppo non molto ascoltato ed applicato. Lo accludo a questo post nella speranza che sia letto e meditato. Nella sua semplicità apre un mondo.  

Islam e Cristianesimo 

Conferenza Episcopale dell'Emilia Romagna

PRESENTAZIONE


Un argomento pastorale ineludibile

La crescente presenza di musulmani nelle nostre terre ci induce ad annoverare tra i temi non trascurabili della nostra vita ecclesiale anche l’attenzione consapevole alla realtà islamica: un’attenzione serena e il più possibile 0ggettiva, che non può ridursi alla sollecitudine operativa di assistenza e di aiuto.

I discepoli di Gesù avvertiranno sempre come un impegno doveroso l’azione concreta di carità — ovviamente a misura delle proprie effettive disponibilità — verso ogni essere umano che si trovi nel bisogno e nella pena. Ma, particolarmente quando si tratta di musulmani, pastoralmente questo non basta. Occorre che ci si preoccupi anche e preliminarmente di acquisire una conoscenza non epidermica dell'Islam, sia nei suoi contenuti dottrinali sia nelle sue intenzionalità e nelle sue regole comportamentali.


Un piccolo strumento per una conoscenza iniziale

A questo fine presentiamo questo piccolo strumento di informazione: è una sintetica e lucida esposizione dell’argomento, che offriamo prima di tutto ai sacerdoti, ai diaconi e a tutti coloro che svolgono una funzione attiva nella vita ecclesiale; la offriamo poi a tutti i credenti, che tra l’altro ne potranno trarre motivo di confermarsi gioiosamente nella fede del Signore Gesù, Figlio unigenito del Padre e unico necessario Salvatore dell’universo; la offriamo infine a quanti hanno a cuore i problemi emergenti del nostro tempo e vogliono muovere a occhi aperti incontro al nostro futuro, e segnatamente ai responsabili della vita pubblica italiana, che sono chiamati dalla storia ad affrontare con saggezza e lungimiranza, con realismo e senza comprensioni ideologiche, una serie di inedite difficoltà nella conduzione del nostro Stato.


Il dovere dei nuovi arrivati di conoscere la realtà italiana

Veramente, prima della nostra opportunità di conoscere le convinzioni, gli usi, la mentalità dei nuovi arrivati, c’è il dovere morale dei nuovi arrivati di conoscere le convinzioni, gli usi, la mentalità della popolazione nella quale essi chiedono di inserirsi. A essi va chiesto che si accostino con rispetto e con animo aperto al nostro mondo, come si conviene a chi arriva non in una landa deserta e selvaggia ma in una cultura millenaria e in una civiltà di prestigio grande e universalmente riconosciuto. In caso contrario, potrebbero a giusto titolo essere accusati di quell’insensibilità e di quell’arroganza verso il paese ospitante, che da più parti sono state rimproverate a un certo tipo di colonialismo del passato.

Ma non ci dispiace dare il buon esempio. Del resto, il testo che qui proponiamo — che presenta in confronto dialettico l’Islam e il Cristianesimo — potrebbe riuscire utile anche agli immigrati che vogliano cominciare a conoscerci sul serio.


Origine e meriti dell’Islamismo

Maometto compare sulla scena ben sei secoli dopo che — con la venuta dell’Unigenito del Padre, Gesù Cristo — il lungo discorso di Dio agli uomini, cominciato con Abramo, arriva al suo definitivo compimento e l’iniziativa salvifica del Creatore raggiunge il suo culmine.

Egli, riconosciuto dai suoi discepoli come «messaggero di Dio» e destinatario dell’elargizione del Corano, si avvale nella sua predicazione di quanto della Rivelazione ebraico-cristiana aveva potuto conoscere e capire. La sua voce ha il merito, in un contesto dominato dal politeismo, di proclamare con grande energia l’unicità e l’assoluto incontrastabile dominio dell’onnipotente Signore e Autore di tutte le cose.

Il fascino dell’Islamismo per larga parte stava appunto nell’evidente superiorità di questa proposta religiosa, estremamente semplificata, su ogni culto idolatrico.


I casi di passaggio all’Islamismo

Questo spiega i casi di «conversione» all'Islam che avvengono oggi tra i cristiani. Nei nostri contemporanei ci sono molti «adoratori di idoli». Il vuoto di verità e di senso, insito in molta parte della mentalità scettica così diffusa in Europa, è vantaggiosamente riempito da una religione che chiede solo un atto di fede in Dio, e sembra non possedere dogmi, misteri, strutture gerarchiche, riti sacramentali. Si intuisce come quest’ultima connotazione possa incontrarsi con le pregiudiziali laicistiche presenti nell’animo di molti nostri connazionali.

Proprio questa povertà spirituale di molti uomini del nostro tempo costituisce la premessa perché si guardi all’Islam come a una plausibile alternativa all’assurdo e alla mancanza di speranza che insidiano una società che ha smarrito ogni riferimento certo e trascendente.


Il cristiano non è affatto tentato dall’Islam

Ma per chi è veramente cristiano, per chi si è donato al Signore Gesù con tutto il suo essere, per chi ha assaporato la gioia di appartenere alla santa Chiesa cattolica, per chi sa di essere destinato a partecipare al destino di gloria del Crocifisso Risorto e a entrare nell’intimità della Trinità augustissima, per chi ha accolto come norma totalizzante del suo agire la legge evangelica dell’ amore, quella di farsi musulmano è l’ultima e la più improbabile delle tentazioni che gli possono capitare.

E non già perché il Cristianesimo sia una religione migliore dell’Islamismo: è semplicemente imparagonabile. E imparagonabile perché non è soltanto una religione, ma è un fatto coinvolgente e deificante; non è soltanto una comunicazione di idee, un insieme di precetti, una pratica rituale: è una totale trasfigurazione della realtà umana che progressivamente si assimila a Cristo, colui nel quale «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9) ed è il compendio di ogni verità, di ogni giustizia, di ogni bellezza.

Si capisce allora come non possa nascere in noi nessuna paura dell’Islam e non si dia nessuna ansietà per una sua «concorrenza religiosa». Le nostre preoccupazioni sono invece per quelli tra noi che sventuratamente non conoscono più il «dono di Dio» e così sono esposti a tutte le disavventure esistenziali.


Insufficienza dell’approccio culturale

I nostri fratelli di fede e di ministero, che vivono in paesi a maggioranza musulmana, ci mettono in guardia da un errore di prospettiva, che potrebbe falsare totalmente il nostro giudizio: non ci si deve limitare a un approccio puramente culturale dell'Islam.

Noi dobbiamo ascoltare con interesse quanto ci dicono gli studiosi del:movimento islamico nella sua origine, nella sua storia, nella sua dottrina, nella ricchezza culturale che è fiorita tra le genti musulmane. Ma dobbiamo ascoltare anche chi conosce e testimonia, per esperienza diretta, il comportamento dei musulmani (dove la loro volontà è determinante) nei confronti degli altri, la loro durezza nell’esigere che ci si adegui alle loro norme di vita, la loro sostanziale intolleranza religiosa quale è ampiamente documentabile per molti paesi, le loro intenzioni di conquista (delle quali del resto non fanno nessun mistero).


Le più evidenti incompatibilità

Ai nostri politici vorremmo ricordare il problema della «diversità» islamica nei confronti del nostro irrinunciabile modo di convivenza civile.

Essi non possono lasciare senza risposta pertinente gli interrogativi che tutti gli italiani di buon senso si fanno: come si pensa di far coesistere il diritto familiare islamico, la concezione della donna, la poligamia, l’identificazione della religione con la politica — tutte cose dalle quali i musulmani non recedono, se non dove non hanno ancora la forza di affermarle e di imporle — con i princìpi e le regole che ispirano e governano la nostra civiltà?

Ed è solo un parziale e piccolo elenco delle incompatibilità con le quali bisognerà fare i conti.

Ci rendiamo ben conto della difficoltà dell’impresa: chi ha il compito statutario di sciogliere questi nodi ha tutta la nostra comprensione e l’aiuto della nostra preghiera.


Ringraziamento

Le pagine che qui presentiamo, già preparate in data 6 agosto, si devono alla competenza del dottor don Davide Righi, al quale esprimiamo di cuore la nostra riconoscenza.

Gli sono grate in special modo le nostre comunità cristiane, che certamente non lasceranno negletto e inoperoso questo prezioso sussidio. È la nostra raccomandazione e la nostra viva fiducia.


Bologna, 27 novembre 2000


GLI ARCIVESCOVI E I VESCOVI

DELL’EMILIA ROMAGNA


ISLAM E CRISTIANESIMO


Introduzione

Voi siete la luce del mondo (Mt 5,17), dice Gesù ai suoi discepoli. Negli ultimi anni la vita del nostro Paese e delle nostre città e conseguentemente delle nostre parrocchie ha visto un sensibile incremento della presenza di musulmani e musulmane. Si sono poste così in atto nuove situazioni che portano i credenti a dovere rendere ragione della propria fede di fronte a credenti appartenenti a un’altra fede e ad annunciare Gesù Cristo nostro salvatore. Chi si vergognerà di me e delle mie parole (...) anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui (Mc 8,38).

Presento queste pagine, frutto della riflessione di questi anni, per aiutare i sacerdoti e quanti devono illuminare le coscienze a una educazione cristiana più attenta alla nuova situazione pastorale che si sta creando.


Un passato da non dimenticare

Non siamo i primi nella storia a doverci confrontare con questa «nuova» identità religiosa. Infatti l’incontro-scontro tra Islam e Cristianesimo, tra cristiani e musulmani è già avvenuto nel corso della storia fin dal sorgere della comunità islamica. Sono in particolare le Chiese orientali quelle che per prime hanno intessuto un approfondito confronto culturale e teologico con il mondo islamico. Da questo punto di vista dobbiamo riconoscere la necessità di recuperare tutta la tradizione culturale dell’incontro tra Islam e Cristianesimo maturatasi in oriente, tutta la letteratura arabo-cristiana — in gran parte misconosciuta in occidente — nella quale dalla fine dell’ VII secolo i cristiani orientali si sono confrontati con i musulmani a partire dal medesimo strumento linguistico, l’arabo, e con una conoscenza diretta del Corano e della tradizione e legislazione islamica1. Proprio perché i problemi che noi oggi ci poniamo sono già stati posti in oriente molti secoli fa, penso in particolare che oggi, nei passi che la Chiesa cattolica è chiamata a fare in occidente, debba essere fatto tesoro dell’esperienza delle Chiese orientali. Ritengo inoltre che quell’esperienza più che millenaria debba essere sottoposta a un vaglio critico. Mons. Fouad Twal, vescovo di Tunisi dal 1995, sosteneva di recente: Ritengo che i vescovi dei paesi arabi siano le persone più indicate da una parte per suscitare degli atteggiamenti di realismo e dall’altra per evitare gli eccessi di giudizio «pro o contro»2.

Non dobbiamo dimenticare neppure che l’incontro con l’Islam è stato e viene tuttora vissuto anche a livello politico-militare: la battaglia di Poitiers del 732 con la fermata dell’avanzata andalusa, gli scontri avvenuti nel periodo crociato del XII-XIII sec., la battaglia di Lepanto nel 1571 e l’arresto dell’avanzata nei Balcani dell’impero ottomano con l’assedio di Vienna nel 1683, le conquiste e i protettorati occidentali istituiti nel XIX-XX sec. sullo sfaldamento dell’impero ottomano, gli attuali scontri a Timor Est e in Indonesia e la preoccupante insorgenza di stati dichiaratamente islamici in Africa con la conseguente persecuzione di varie comunità tra le quali anche quelle cristiane cattoliche, sono solo alcuni dei momenti che hanno segnato la storia dei rapporti fra regni o imperi e Chiese della cristianità da una parte e califfati e imperi islamici dall’altra. La storia e le lezioni della storia non possono e non devono essere dimenticate ma studiate e valorizzate nella loro crudezza per evitare revisionismi o trionfalismi.


Islam e Cristianesimo:
chiarificazione dei termini e tentativo di un confronto


Il titolo di queste pagine potrebbe trarre in inganno.

Infatti i due termini «Islam» e «Cristianesimo» devono essere spiegati, altrimenti si rischia di confrontare due entità non omogenee. Afferma Bernard Lewis in un suo saggio: È ormai luogo comune che il termine “islām” sia il corrispettivo non soltanto di “cristianità” ma anche di “cristianesimo”, cioè non soltanto di una religione, nel senso circoscritto che il termine ha per gli occidentali, ma di un’intera civiltà fiorita sotto l’egida di quella religione. Ma esso è anche qualcosa di più che non ha equivalente nel cristianesimo occidentale e ne ha uno soltanto approssimativo e limitato a Bisanzio3.

Si tende a parlare molto di Islām e a scrivere molto, ma che cosa si intende quando si parla di islām? Da una parte si può intendere, nell’accezione minimale, la sottomissione a Dio che un musulmano compie pronunciando la šahāda nella preghiera quotidiana (possiamo parlare di islam con la «i» minuscola). Si può intendere anche con Islam quell’identità ideale nella quale tutti i musulmani si riconoscono e che vede nel Qur’ān (il Corano), nella sunnah (tradizione) di Maometto riconosciuto come profeta, e nell’iǧma‘a (consenso) raggiunto dalla comunità dei musulmani, i punti fondamentali sui quali la šarî‘ah (la legge islamica) con il suo fiqh (diritto islamico) si sono fondati. Inteso in questa maniera dai gruppi più fondamentalisti, l'Islam viene oggi sbandierato come il modello ideale di ogni musulmano e al quale sovente i musulmani si richiamano per giustificare le proprie richieste o per appellarsi a una identità indiscussa4.

Al di là di questa identità indiscussa si possono e si devono definire diversi tipi di Islam. La distinzione tra sunniti e sci‘iti è d’obbligo, ma all’interno degli stessi sunniti ci sono diversi modi di vivere questo islām ideale. Ci sono poi attualmente quattro scuole giuridiche, per non parlare delle diverse tradizioni locali che fanno dell’Islàm propagandato e vissuto in Pakistan un Islàm ben diverso da quello del Marocco e ben diverso da quello dell'Egitto o dell’Arabia Saudita.5 Per non parlare delle confraternite e dei movimenti sufi che sono stati e vengono avvertiti in modo quasi eterodosso all’interno della comunità islamica. Oggi (...) si tende a ripetere che non c’è un solo Islam, ma molti Islam. L’Islam arabo, l’Islam iraniano, l’Islam egiziano, quello marocchino, africano, senegalese, asiatico, indonesiano, con tante varietà e diversità. Di recente si è cominciato a parlare anche di Islam europeo.6 Ma al di là di tutte le differenze di cui pastoralmente si deve tenere conto, da sempre, e anche 0ggi, c’è un solo Islam «fondato sulla sua legge e il suo profeta»7. Anzi, è necessario chiarire che con «Islam» si indica un’identità culturale, perciò certi musulmani, spesso intellettuali, (...) non negheranno mai la loro identità musulmana, pur dicendo di essere agnostici.8

Dunque, precisato che non si può usare il termine «Islam» come trascendentale che tutto assorbe dell’identità di ogni musulmano in ogni momento della storia, quali sono i tratti caratteristici che si possono ricavare come «tipici» dei musulmani? Possiamo indicarli in sei punti: 1) Il Corano afferma l’unicità di Dio. 2) L'uomo non può comprendere Dio che rimane trascendente e incomprensibile. 3) La verità garantita dalla legge coranica deve essere applicata nella vita. 4) La rivelazione del Corano è l’ultimo atto della rivelazione. 5) La comunità dei credenti e la legge divina (šarî‘ah) sono quelle che danno garanzie e diritti al singolo. 6) L'adesione alla comunità dei credenti non è solo religiosa come noi oggi lo intendiamo, ma anche politica, economica e culturale.

Anche quando parliamo di «Cristianesimo» non possiamo parlarne in generale quasi che ci si possa appellare a un'identità chiara e definita. Il Cristianesimo richiama il Cristo, ma richiama necessariamente anche la «Chiesa»: la Chiesa cattolica ha una sua visione di quale sia la Chiesa di Cristo; vede nelle Chiese orientali delle vere e proprie Chiese; non riconosce, a motivo della perdita della successione apostolica e della maggior parte dei sacramenti, nelle Chiese della Riforma delle vere e proprie «Chiese» ma, come fa il concilio Vaticano II nell’ Unitatis redintegratio, preferisce chiamarle «Comunità ecclesiali» (UR 19ss). Per non parlare delle cosiddette «Chiese libere» che non si riconoscono neppure in un organismo come il Consiglio ecumenico delle Chiese e nella professione di fede nicenocostantinopolitana quale professione di fede espressione di una Chiesa unita nella fede. E se volessimo fermarci al Consiglio ecumenico delle Chiese, cioè di tutte quelle comunità che riconoscono Gesù Cristo come salvatore e professano l’unità e la trinità di Dio, le differenze tra esse e le espressioni storiche della loro fede sono state tali e tanto diverse, che riuscirebbe difficile «armonizzarle» in un quadro unico. Perciò «cristianesimo» può indicare la varietà e la molteplicità delle espressioni storiche delle Chiese e delle comunità ecclesiali di diversa appartenenza così come si sono sviluppate nella storia, comprendendo anche quelle Chiese considerate eretiche o scismatiche dalla grande Chiesa.

Nonostante tutto ci si può chiedere: esistono dei tratti che possiamo definire «cristiani» e tipici del cristianesimo o della maggior parte dei cristiani? A mio avviso sì e in particolare per noi cattolici: 1) L’incarnazione del Verbo di Dio ha mostrato l’unità e la trinità di Dio. 2) Dio è inconoscibile ma in Gesù Cristo Verbo incarnato si è voluto far conoscere. 3) L’uomo è per sua natura capax Dei, chiamato a conoscere e ad amare il proprio Creatore e Redentore nell’esperienza viva dello Spirito. 4) L’economia salvifica espressasi nella storia ha come culmine della rivelazione l’incarnazione del Verbo di Dio nel quale sono racchiusi tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2,3). 5) L’incarnazione del Verbo di Dio in Gesù di Nazaret ha mostrato l’alta dignità della natura umana e, con il fatto che egli ha assunto ogni persona umana come fratello (Eb 2,11), ha mostrato la straordinarietà e la irripetibilità della vocazione alla quale ciascuno è chiamato; questa straordinarietà risplende in Maria, Madre di Dio. 6) La Chiesa non intende essere un sistema politico né sostituirsi a un sistema politico, anche se storicamente ciò è avvenuto, ma intende essere come l’anima nel corpo in quanto ha come fine non i regni terreni bensì il raggiungimento del regno di Dio che è già iniziato nella storia e va al di là della storia.


I. Le differenze sostanziali

I.1. Islam: unità-unicità di Dio / Cattolicesimo: unità e trinità di Dio

Dobbiamo richiamare alla memoria che l’affermazione dell’unicità di Dio e della sua unità è uno dei cardini della fede islamica e che la negazione della trinità, anche se probabilmente è stata fraintesa da Maometto, è chiara e chiaramente espressa nel Corano (Cor 4,17). Da questo punto di vista dunque il Corano intende essere proprio la correzione di ciò che i naṣārā (così sono chiamati i cristiani nel Corano) andavano dicendo e credendo di Dio e di Gesù Cristo. Come credenti in un Dio uno ma anche trino i cristiani vengono considerati mušrikūn (cioè «associatori» o «politeisti») e, nella mentalità popolare attuale, sebbene il Corano li associ agli Ebrei chiamandoli ahl al-kitàb («gente del libro») prevedendo uno statuto particolare protetto all’interno della comunità islamica in quanto non del tutto politeisti, talvolta i cristiani vengono considerati come kafirūna cioè come «reprobi» e «infedeli».

Non possiamo dimenticare da questo punto di vista la fatica con la quale la Chiesa primitiva è andata custodendo le verità essenziali non solo sull’unità di Dio, ma sulla piena divinità e umanità di Cristo e sulla divinità dello Spirito. Essendo Dio in se stesso una comunione di persone che chiama alla comunione con sé, appare già la totale divergenza da una visione islamica di Dio che è anche già visione dell’uomo: non chiamato alla comunione con Dio nella figliolanza adottiva nella quale gridiamo «Abba», Padre (Rm 8,15), ma pensato per essergli ‘abd («servo») o al massimo alīfah («servitore califfale») che invoca Dio chiamandolo rabb («Signore»), rahmān («clemente») e raḥīm («misericordioso») ma sempre rabb («Signore»)9. Tra i novantanove nomi di Dio che la tradizione islamica ha assunto o desunto dal Corano, è rigorosamente escluso il nome «Padre» (attributo incompatibile con il Dio coranico e negato dal Corano stesso)10 che invece è la caratteristica precipua della preghiera insegnata da Gesù stesso ai suoi discepoli.

Dobbiamo notare inoltre come le Chiese arabofone abbiano in parte mantenuto i vocaboli coranici per esprimere la propria fede e per pregare Dio nella liturgia (Allāh «Dio», Masīh «Cristo» o «Messia», Rūḥ «spirito») ma abbiano cercato anche di distanziarsi dai musulmani con un vocabolario proprio (Āb «Padre», alūṯ «Trinità», raḥūm «misericordioso», ecc.). Perciò tutta l’economia sacramentale dei misteri «santi e vivificanti» mostrano come la tradizione cristiana, e in particolare quella ortodossa e quella cattolica, abbia vissuto attraverso la pratica sacramentale e in particolare nella celebrazione dell’eucaristia il mistero di un Dio comunione-di-persone che invita l’uomo alla comunione con la vita divina.


I.2. Islam: inconoscibilità di Dio e verità del Corano / Cattolicesimo: inconoscibilità e rivelazione di Dio

Ribadendo che Dio è ‘alīm (sciente) e che tutto conosce in contrapposizione all’uomo, che la verità viene dal Signore (Cor. 2,148), il Corano suggerisce che Dio non può essere conosciuto e che egli ha voluto rivelare di sé ciò che ha voluto e ribadisce la gratuità della rivelazione che Dio ha fatto della propria volontà nel Corano. Di fronte alla rivelazione di Dio che si è attuata in modo particolare nella rivelazione dei suoi «libri», termine tremendamente ambiguo nel Corano, tra i quali la legge di Mosè e il Vangelo — che però nella forma attuale sono ritenuti falsificati —, l’unico messaggio sicuro di Dio rimane il Corano, le uniche parole sicure sono quelle ispirate da Dio a Maometto e da lui dettate e fatte trascrivere, mentre come parte secondaria ma vincolante e autorevole rimane poi la tradizione, la sunna del profeta.

Di fronte a queste posizioni penso che il dato della inconoscibilità di Dio debba essere accolto e recuperato dalla nostra stessa tradizione che, in parte influenzata dalla mentalità illuministica, ha recentemente sopravvalutato la capacità della ragione umana e ha messo in secondo piano alcuni dati propri della stessa tradizione cristiana.11

Che l’uomo sia in una condizione di distanza da Dio e che non sia per lui agevole conoscerlo in conseguenza del peccato originale viene affermato fin dalle prime pagine dell’Antico Testamento. Egli si nasconde al sopraggiungere di Dio e viene da lui esiliato dal giardino dell’Eden (Gen 3). Si ricorda inoltre che nessuno può vedere Dio e rimanere in vita (Es 33,20). Poiché l’uomo si trova in questa condizione nella quale rischia di esporre senza discernimento cose troppo superiori a se stesso (cf. Gb 42), Dio ha fatto conoscere la sua legge e i suoi decreti a Israele (Sal 147) chiedendo i sacrifici ma soprattutto l’ascolto e l’obbedienza alla sua parola quale sacrificio a lui maggiormente gradito (Gen 22), la conoscenza e l’amore di Dio dal valore più grande degli olocausti (Os 6,6). Oltre alla manifestazione della propria volontà Dio stesso, per mezzo dei profeti, ha promesso che l’umanità intera sarebbe stata ricolmata della conoscenza di Dio e che la legge esterna all'uomo sarebbe stata trascritta nel suo cuore: tu conoscerai il Signore (Os 2,22); la conoscenza di Dio riempirà il paese come le acque ricoprono il mare (Is 11,9). Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri dicendo: «Riconoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore (Ger 31,34).

Nel Nuovo Testamento si riprende il dato della inconoscibilità di Dio e la promessa della sua rivelazione per mostrare che ora è lui che, in Gesù Cristo, da lontano si è fatto vicino, da inconoscibile si è reso conoscibile: Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora noi abbiamo il pensiero di Cristo (1Cor 2,16). Nessuno mai ha visto Dio. Il figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui ce lo ha rivelato (Gv 1,18). Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? (Gv 14,9). Anzi di fronte all’uomo incapace di un’osservanza piena e totale della sua volontà manifestata nella Legge, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli (Gal 4,4).

Solo se recuperiamo questi dati, quali l’inconoscibilità di Dio nella sua essenza, e se ci spogliamo di un’interpretazione illuministica ed esclusivamente razionale del «conoscere» biblico, possiamo vedere appieno la grandezza della rivelazione, cioè: che Dio in Gesù Cristo si è voluto far conoscere. Ciò che gli uomini non potevano vedere rimanendo in vita ora invece lo possono contemplare e adorare: la Vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza (1Gv 1,2).

La tradizione cristiana perciò ha sempre dovuto mantenere vivi questi due poli opposti, intersecantisi in Gesù Cristo: Dio inconoscibile in Gesù Cristo si è fatto conoscibile, l’Invisibile si è fatto visibile, Colui che i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere si è fatto uomo in Gesù, Dio è entrato nel tempo (un momento della storia) e nello spazio (in un luogo, in un popolo, in una cultura...) diventando così il centro del cosmo e della storia: Dio abbassò i cieli e discese (Sal 18,10).


I.3 Islam: l’uomo deve mettere in pratica il Corano / Cattolicesimo: conoscenza e amore di Dio nello Spirito

Nella concezione islamica l’uomo «naturalmente» può riconoscere l’esistenza di Dio — e dal Corano stesso è invitato a questo —, ma in quanto creatura permane in una incapacità di conoscerlo: Sappi che la natura dell’uomo nella sua condizione originaria è stata creata vacua, ingenua, ignara dei mondi di Dio eccelso.12 L'uomo non è incorso in un peccato originale che abbia «offuscato» questa capacità. In ogni modo la verità viene partecipata tramite la profezia, di cui quella di Maometto e del Corano è la prima e indubitabile. Gli sciiti poi credono nella prosecuzione del carisma profetico di Maometto nei suoi successori. L’uso della razionalità umana nella tradizione islamica non è stata rifiutata ma, quando si tentò di indagare Dio, è stata ritenuta sospetta e pretenziosa. Il tentativo del movimento mu‘tazilita di recuperare anche tramite l’eredità greca il valore della razionalità e delle verità enunciabili razionalmente da comporre con le verità della fede è stato dichiarato eterodosso. L’esegesi allegorica del Corano viene considerata sospetta e già condannata nel Corano stesso (Cor 3,15).

Se dunque i musulmani accolgono il Corano come legge di Dio rivelata, l’intelligenza e la razionalità dell’uomo entrano in gioco nel momento in cui si deve applicare questa legge alla vita, non nella comprensione del dato rivelato e tantomeno nella conoscenza di chi lo ha rivelato e della sua intenzione.

Accanto alla verità e alla novità della rivelazione di Dio in Gesù Cristo la Chiesa ha difeso contemporaneamente la concezione dell’uomo che ne consegue: volendo far conoscere se stesso all’uomo, Dio ha creato l’uomo «capace» di conoscerlo e di amarlo. Scriveva Gregorio di Nissa: Colui che vede Dio, per il fatto stesso che lo vede, ha ottenuto tutti i beni, una vita senza fine, l’incorruttibilità eterna, la beatitudine immortale, un regno senza fine, una gioia perenne, la vera luce (...) ciò che il Verbo propone alla beatitudine sembra cosa né mai effettuata né effettuabile (...) Ma le cose non stanno così, perché egli non comanda di diventare uccelli a coloro ai-quali non ha fornito le ali, né di vivere sott'acqua a coloro per i quali ha stabilito una vita terrestre.13 Il magistero della Chiesa definisce: Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura (Dei Verbum 2). L’uomo pertanto è stato creato da Dio e per Dio, è stato creato a immagine di Dio (Gen 1,27), a immagine del Verbo incarnato, perché conoscendo e amando il proprio Creatore e Redentore raggiungesse la felicità in questa vita e lo godesse eternamente nell’altra.

Anche se la Chiesa riconosce nel peccato originale un offuscamento e un’attenuazione della capacità dell’uomo di conoscere e corrispondere alla verità, tuttavia questa capacità non è mai tolta all’uomo.

Nel fare la volontà di Dio, il cristiano, poi, non è chiamato a mettere al centro la norma in quanto tale e ad applicarla, ma a penetrare lo spirito della legge per conoscere e amare sempre più colui che ha dato il comandamento e ha manifestato la sua volontà. Nella visione cristiana questa progressiva conoscenza non solo del comandamento ma anche di chi l’ha dato e del perché l’ha dato è necessaria per una vita autenticamente cristiana. Per fare ciò sia la capacità conoscitiva dell’uomo sia la sua volontà devono sempre essere sostenute e rese operanti dallo Spirito di Dio. Le discussioni che si sono agitate nella Chiesa antica e moderna circa la natura dell’uomo e l’opera della grazia e le dispute circa l’esicasmo nella Chiesa orientale hanno mostrato che è per l’opera dello Spirito di Dio operante soprattutto nella liturgia e nella celebrazione dei sacramenti che l’uomo da Dio stesso può essere progressivamente reso capace di conoscere Dio e corrispondere alla sua opera di santificazione.


I.4. Islam: rivelazione di Dio nel Corano / Cattolicesimo: rivelazione nel Verbo incarnato

La visione islamica di rivelazione è totalmente differente da quella cristiana. Se la rivelazione per eccellenza per i musulmani è avvenuta per opera di Maometto e si è concretizzata nel libro sacro, il Qur’ān, per i cristiani la rivelazione si è andata dispiegando fin dai primordi della storia avendo in Cristo il suo culmine: tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui (Col 1,16). Perciò non si possono accettare quei comuni modi di associare musulmani, ebrei e cristiani come «religioni monoteiste» o «religioni del libro» in quanto, oltre al fatto che si servono di un termine ambiguo e tutto da chiarire come quello di «religione», tradiscono già una mentalità coranica e islamica. Noi cristiani invece crediamo che prima che in un libro, recentemente Dio ci ha parlato per mezzo del Figlio (Eb 1,2). Non è a caso che le comunità cristiane orientali abbiano venerato le icone della Vergine con il suo Figlio perché in esse veniva rappresentato quello che Ignazio di Antiochia chiamava «il mio archivio»: Il mio archivio è Gesù Cristo, i miei archivi inamovibili la sua croce, la sua morte e risurrezione e la fede che viene da lui (Lettera ai Filadelfesi 8,2). Se perciò i musulmani credono che il Corano sia venuto per mezzo di Maometto che viene dichiarato «profeta», i cristiani riconoscono in Maria lo stilo, lo strumento materiale libero e consapevole di cui Dio si è servito perché il Verbo di Dio della forma di Dio prendesse la forma del servo (Fil 2,6.7) e si facesse uomo.

La Parola di Dio, il Verbo di Dio, innanzitutto è Gesù Cristo. Perciò la Chiesa, che è il suo corpo, continua il suo cammino nella storia consapevole di essere il prolungamento storico di quella manifestazione. Il confronto con la fede islamica che vede la rivelazione avvenuta in un libro non deve portare i cristiani a ridurre la rivelazione di Dio alle sacre Scritture. Inoltre Cristo, Parola di Dio e Verbo di Dio, è sempre presente nella sua Chiesa in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa sia nella persona del ministro... sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, di modo che, quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: «Dove due 0 tre sono riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro» (SC 7).

A questo proposito si deve ricordare che la verità rivelata nella fede cattolica è storica, cioè si è maturata nella storia con la rivelazione di più libri — nel giro di un migliaio di anni e tramite più autori — che di volta in volta sono stati raccolti e che la Chiesa, dopo l’apparire del Verbo di Dio, non ha eliminato ma ha conservato e ha letto come preparazione alla rivelazione di Gesù nella consapevolezza di ciò che Gesù stesso dice: sono proprio esse che rendono testimonianza a me (Gv 5,39).

Anche la dottrina dell’ispirazione è diversamente interpretata. Mentre nella tradizione islamica la partecipazione dell’uomo e della sua razionalità può solo offuscare e ottenebrare la parola rivelata di Dio, nella tradizione cristiana si è mostrato che Dio si serve della capacità veritativa dell’uomo posta da Dio stesso nell’uomo, per parlare agli uomini. Perciò i musulmani non parlano di ispirazione ma di tanzīl — «discesa» del libro —, e la dottrina tradizionale ha insistito nell’affermare l’incapacità di Maometto nel leggere e scrivere per sostenere la tesi dell’assoluta estraneità di una qualche facoltà di Maometto nella composizione del testo coranico. Invece, seppure con difficoltà, progressi e regressi, anche nel Vaticano II si è ribadito ciò che già Pio XII, nella Divino afflante Spiritu, aveva affermato, che cioè Dio scelse degli uomini, dib cui si servì nel possesso delle loro facoltà e capacità (DV 11).

Se dunque nella rivelazione islamica si è cercato di arrivare a unificare i testi coranici e a chiarire come doveva essere letta ogni singola parola, nella rivelazione cristiana è nata la preoccupazione di fissare il testo ispirato due secoli dopo l’incarnazione - e ancora non si è smesso - e si è arrivati alla definizione del canone delle scritture ispirate solo con il concilio di Trento sotto la spinta della Riforma. La preoccupazione preminente della Chiesa pertanto fu non solo di chiarire quale fosse il testo ispirato (cf. le esapla di Origene), ma quali libri fossero da leggere nella comunità, cioè quali libri riflettevano la vivente tradizione apostolica.

È per questa visione globale della rivelazione e della antropologia che non è pensabile nella tradizione islamica la formulazione di un «dogma», cioè di una verità espressa in parole umane in forma diversa dalla verità data da Dio agli uomini nel Corano. È per questa visione cristiana della rivelazione che nella Chiesa subapostolica si cominciarono a fissare le verità fondamentali della fede nelle quali condensare la vivente tradizione apostolica in un simbolo «compendio», in una regula fidei che fosse il criterio di interpretazione delle scritture.


I.5. Islam: la comunità difende il singolo / Pte Cattolicesimo: la dignità della persona umana

Altra prospettiva che vede una netta opposizione tra Islam e Cristianesimo riguarda il diritto e la persona umana. Il diritto va inteso come diritto della comunità (ummah), non della persona. L’Islam non conosce la parola «persona», il suo sinonimo è «fard» (individuo). Il fard è parte integrante e dipendente della grande società islamica (ummah). Dentro l’ummah egli ha diritti e doveri. Se abbandona la religione per ateismo o conversione a un’altra religione, perde tutti i suoi diritti, anzi, è passibile di morte per tradimento.14 Perciò la fonte dei diritti nei paesi a maggioranza islamica è la comunità islamica e, in ultima analisi, essa è garante dei diritti e dei doveri che il Corano e la legge islamica, la Šarī‘ah, riconoscono, concedono e negano. Nei paesi che adottano la legge islamica i cristiani sono spesso considerati, alla stregua degli altri non-musulmani, dei cittadini di seconda categoria impossibilitati o limitati a una partecipazione attiva nella società e nelle istituzioni. Così anche le discriminazioni delle donne rispetto agli uomini nel diritto processuale, nel diritto ereditario e in quello matrimoniale hanno il loro fondamento nel Corano stesso e sono più o meno codificate dalle legislazioni di ispirazione islamica.

Non si deve dimenticare invece come nell’esperienza del cristianesimo occidentale si sia fatto strada il diritto legato all’essere umano, alla persona umana. L’approfondimento che è stato fatto a livello delle dispute cristologiche del termine «persona» e l’applicazione nella formulazione della fede un solo Dio in tre persone ci richiama quanto il termine persona si sia arricchito di spessore nella cristianità, e come la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sia frutto di una cultura cresciuta su radici cristiane ed evangeliche. Pur con titubanze legate per lungo tempo al modernismo, anche la Chiesa cattolica è arrivata a riconoscere la validità della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Questo è il motivo fondamentale per cui la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo non è riconosciuta in molti paesi che intendono applicare la legge islamica. Per questo motivo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nell’Islam emanata dal Consiglio islamico d’Europa presso l'UNESCO nel 1981 rimane una dichiarazione che riguarda l’uomo nell’Islam. Similmente anche la Dichiarazione dei diritti dell’uomo nell’Islam promulgata al Cairo nel 1990 nella XIX Conferenza islamica dei ministri degli esteri, prevede, ad. es. all'art. 2, che: è vietato sottrarre la vita salvo che la Šarī‘ah lo consenta, e pertanto subordina, in questo come in altri casi, i diritti dell’uomo alla Šarī‘ah.

Non ci si deve nascondere inoltre che nei paesi a maggioranza islamica non è consentito abbandonare la propria fede islamica per aderire a un’altra, con il rischio anche della sentenza di morte, talvolta commutata in carcere. Il Corano; in materia di libertà religiosa e di apostasia, è diversamente interpretato e permane tutto il peso della tradizione nell’interpretazione del testo. Il principio che deve valere per il cattolicesimo - principio recepito nei codici giuridici contemporanei - è la libertà di coscienza della singola persona. Ciò che viene sottolineato nei paesi islamici è la dimensione collettiva della comunità islamica che non può essere «intaccata» dall’apostasia dei suoi membri senza che la scelta personale vada a detrimento della comunità.15


I.6. Islam: l’Islam è religione e Stato / Cattolicesimo: la Chiesa non si identifica con lo Stato: la laicità

All’inizio del XX secolo, sullo sfaldamento dell’impero ottomano si andarono costituendo i vari stati nazionali, adottando ora forme di governo monarchiche, ora socialiste e, in ogni modo, ispirate alla forma parlamentare europea che sembrava la più vicina all’esperienza di Maometto e dei suoi compagni a Medina. Proprio nel momento in cui sorgevano gli stati nazionali, ciò che è stato recuperato, in particolare dalle correnti radicali, è stato il principio della non scindibilità di religione e Stato. Una delle poche eccezioni fu la Turchia dove, dopo una prima fase in cui si proponeva di liberare le «terre islamiche» e i «popoli islamici» e di respingere e scacciare l’invasore infedele,16 furono aboliti il sultanato e molte prescrizioni islamiche, adottando la domenica come giorno di festa, il calendario occidentale, vietando l’uso del velo, adottando l’alfabeto occidentale ecc. e ciò fu sentito come una de-islamizzazione. Ma a partire dalla prima metà del XX secolo gli ideologi del fondamentalismo hanno ribadito la non scindibilità di religione e Stato e hanno ribadito che l’Islam è dīn wa-dawla cioè religione e Stato. La grave crisi che stanno correndo gli stati che hanno tentato strade di compromesso con le forme di governo occidentali è la fessura nella quale le idee fondamentaliste cercano di incunearsi, soprattutto nei ceti più poveri, per propagandare il ritorno all'Islam e l’abbandono di ogni compromesso con le forme di governo occidentale quale panacea di ogni malcontento e difficoltà.

In maniera opposta il Vaticano II afferma che la missione propria che Cristo ha affidato alla sua Chiesa non è di ordine politico, economico e sociale: il fine, infatti che le ha prefisso è di ordine religioso (GS 42). È la convinzione che era propria dell'A Diogneto, quando si dice che i cristiani partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri (A Diogneto 5,5). Certo la parabola della storia ha presentato varie e numerose eccezioni, ma penso che la prospettiva sia quella che la Chiesa cattolica oggi persegue. Il concetto della laicità o della autonomia delle realtà terrene è stato riconosciuto dal concilio (GS 36) ed è stato pure chiarito come questa autonomia debba mantenere un riferimento a Dio: La ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio (GS 36 citando CONC. VAT. I, Dei Filius).

Da questo punto di vista perciò si può constatare come l’ingresso di numerosi musulmani in Europa abbia costretto o possa costringere a rivedere un concetto di laicità nel senso laicistico del termine, dove ogni riferimento a Dio o a una norma morale fondata su una visione cristiana dell’uomo viene sentito come aggressione alla legittima autonomia delle istituzioni. Non ci si deve nascondere tuttavia che, nei paesi islamici, nell’XI secolo della nostra era la separazione del potere religioso e politico non solo esisteva concretamente ma era elaborata e giustificata dottrinalmente.17 La domanda che si pone tuttavia è la seguente: il «fondamentalismo» o il «radicalismo» islamico al quale abbiamo assistito nel corso del XX secolo è espressione di una deviazione dal vero Islam oppure è l’espressione di una corrente che intende essere «musulmana» nel senso più genuino del termine?


II. La situazione attuale

Per ciò che riguarda la situazione attuale, penso sia opportuno considerare la Chiesa cattolica e i musulmani immigrati. Infatti io sono cattolico e intendo rivolgermi a dei cattolici. Inoltre sto affrontando il problema dell’Islam perché le comunità cristiane cattoliche sono state interessate da ormai dieci anni, più che dai musulmani italiani, che erano presenti in Italia anche precedentemente, dal crescente fenomeno migratorio che ha fatto spostare il luogo dell’incontro dai paesi di missione, quali Africa e Asia, alle città e alle parrocchie di casa nostra.


Mutamento dell’immigrazione da paesi islamici in Europa

In Europa si è passati dalla presenza dei musulmani alla presenza dell’Islām. Il problema si è posto soprattutto in Francia a partire dal 1976, con lo stabilirsi in territorio francese - in qualità di cittadini francesi - di numerosi musulmani, figli di musulmani immigrati. In Italia, l’immigrazione da paesi stranieri, e la conseguente presenza di immigrati di fede islamica nelle nostre diocesi e nelle nostre parrocchie da più di 15 anni, è una realtà in costante crescita. Questa presenza non si prospetta come transitoria visto che i ricongiungimenti familiari stanno avvenendo sul nostro territorio. Anche se non si può attribuire questo processo a una strategia congiunta messa in atto da governi o paesi o organizzazioni di ispirazione islamica chiaramente identificabili, tuttavia molti si chiedono se l’Islam, soprattutto attraverso l’immigrazione e una natalità superiore alla media, non stia invadendo a poco a poco l’Europa per trasformarla in «terra d’Islam».18

Non dobbiamo dimenticare che questa presenza in Italia, come nel resto dell’ Europa, in parte è stata necessitata dal mondo del lavoro: infatti questo ha «attirato» l'immigrazione straniera per impieghi del mondo del lavoro non più ricoperti dalle giovani generazioni. Da altri punti di vista, però, questa immigrazione straniera in parte è stata ed è sfruttata dallo stesso mondo del lavoro che vede un’opportunità più vantaggiosa rispetto alla manodopera autoctona.

Talvolta la presenza di musulmani è stata conseguenza di un’immigrazione clandestina a seguito di conflitti armati nei paesi di provenienza, oppure di un’emigrazione alla ricerca di nuove possibilità di lavoro e di vita.


Immigrazione e comunità ecclesiali

Già da parecchi anni le comunità ecclesiali italiane sono state interpellate per aiutare questi immigrati ad affrontare problemi riguardanti l’italianizzazione, gli alloggi, il reperimento del necessario per vivere, e altre svariate richieste. Si è giunti persino alla richiesta di luoghi per la preghiera musulmana. Di fronte all’ottemperamento di pratiche assistenziali che con altre comunità di immigrati portano a una progressiva integrazione sociale, con le comunità di musulmani ci stiamo trovando di fronte a gruppi sociali che non hanno nessuna intenzione di «integrarsi» nel sistema sociale italiano in quanto non ne condividono la «cultura» intesa in senso proprio, essendo portatori di un’altra cultura-religione: l’Islām. Anche dal punto di vista dei matrimoni misti si deve registrare una grande percentuale di fallimento di queste unioni e dei conseguenti problemi legati al ricongiungimento dei figli con le madri per la maggior parte italiane.

È emersa sempre più la «debolezza» delle comunità ecclesiali, formate in gran parte da battezzati che non condividono più il triplice vincolo di comunione: la comunione sacramentale è disertata a favore di altre «esperienze religiose» o «pseudo-religiose» e, quand’anche è praticata, talvolta non è rettamente compresa; la comunione nel vincolo dell’unica fede è andata ad appannaggio dell’opinione personale o delle ideologie correnti: di fronte a un livello di istruzione che si è innalzato si deve rilevare che l'istruzione in Italia è stata gestita in gran parte da forze anti-clericali che hanno potuto pianificare la loro istruzione anti-cattolica; la comunione con i vescovi e con il successore di Pietro è messa in discussione a causa del soggettivismo e del relativismo etico. Da questo punto di vista non si può non assentire con il giudizio di mons. F. Twal quando dichiara che l'Europa è sedicente cristiana, ma in realtà secolarizzata.19


Presenza sociale e rapporto con le istituzioni

In questi anni abbiamo assistito al moltiplicarsi di problemi per le autorità pubbliche riguardanti la richiesta di aree edificabili come spazi per la preghiera, l’inserimento di immigrati nella scuola, l’inserimento nel mondo del lavoro, la richiesta di aree cimiteriali attrezzate secondo il costume islamico, la richiesta di rispetto di prescrizioni alimentari islamiche, la richiesta di uno spazio nell’ambito dell’istruzione, il diffondersi e l’imposizione del velo, la richiesta dell’osservanza delle feste islamiche e del riposo dal lavoro in quei giorni, ecc.

Molti di questi problemi hanno toccato profondamente il rapporto con le istituzioni. Si è aperto anche per lo Stato italiano il problema della rappresentanza dei musulmani, rivendicata da diverse organizzazioni, che hanno chiesto di concludere un’intesa con lo Stato Italiano come altre comunità religiose. Di riflesso a questo, però, si è aperto, e si aprirà sempre più, il problema di quale debba essere il rapporto dello Stato con le comunità religiose, con tutte le comunità religiose, cattolica compresa.


Presenza culturale

Recentemente è stato aperto presso l’Università di Bologna un «Centro Interdipartrmentale di Scienze dell’Islam» (fatto avvenuto anche in altri centri europei), situando così la presenza islamica nella nostra regione non solo a livello sociale ma anche a livello culturale e accademico.

Questi centri sono stati aperti con i finanziamenti dell’ Arabia Saudita che vuole apparire nel mondo, e anche all’interno degli stati di ispirazione islamica, come il portavoce per eccellenza e l’applicatore modello della legge islamica, ma che è in sostanza portavoce di un Islam wahhabita e salafita che è tra i più rigidi e tradizionalisti (con l’esecuzione pubblica delle pene corporali previste dal Corano).



III. Prospettive future

La catechesi

La catechesi e la predicazione ordinaria devono tenere presente la situazione nella quale si trovano gli ascoltatori e perciò ritengo opportuno che si debbano mettere in luce i tratti caratteristici di un'identità cattolica, anche in contrapposizione esplicita alla fede islamica, qualora se ne ravvisasse la necessità.


Nella fede cattolica

Nell’Islam

C’è una progressività della storia della salvezza, dell’economia salvifica.

Ciclicità di rivelazioni a migliaia di profeti e di «libri» rivelati precedentemente al Corano contenenti tutti il medesimo messaggio sull’unicità di Dio

Il valore delle alleanze nelle quali Dio ha fatto delle promesse e si è vincolato all’umanità con un popolo in particolare.

Nella concezione islamica di Dio è impensabile il concetto di alleanza con la quale Dio si «lega» all'uomo: egli rimane sempre totalmente libero

Il culmine dell’economia salvifica è stato raggiunto nell’incarnazione di Gesù Cristo, Figlio di Dio20

Nella concezione coranica Gesù è solo figlio di Maria, non è Figlio di Dio né Dio, ma solo un profeta.

tramite la vergine Maria, Madre di Dio.

Nel Corano si parla di concepimento e di parto verginale ma Maria è solo Madre di ‘Isa (Gesù) ed è solo una brava musulmana.

Gesù Cristo ha veramente sofferto la sua passione, è veramente morto

I musulmani non credono che Gesù sia morto in croce.

ed è veramente risorto.

Spiegano i passi del Corano dove Gesù stesso parla della propria morte e della propria risurrezione in termini escatologici (morirà e risorgerà alla fine dei tempi).

La Chiesa è il «Corpo di Cristo», raccolta nel triplice vincolo di comunione: comunione di fede, sacramentale, gerarchica.

La umma è una comunità di credenti accomunati dalla professione di fede nell’unico Dio e che riconoscono Maometto come «sigillo» dei profeti.

Tramite i santi misteri

Non c’è alcuna concezione sacramentale

celebrata dai suoi ministri

e si esclude ogni tipo di sacerdozio.

la Chiesa fa memoria del Signore Risorto mettendo in una comunione viva e reale i suoi figli con Dio uno e trino.

Nella preghiera si entra in un «intimo colloquio» con Dio.

È grazie alla Chiesa pellegrina in questo mondo che il cristiano sa di essere in comunione con la Chiesa celeste unita al sacerdote eterno che si offre al Padre:

Ognuno ha un rapporto personale e immediato con Dio.

in lui e con lui la beata Vergine Maria, gli angeli e i santi già ora intercedono per noi.

Si esclude ogni tipo di intercessione, e quella di Maometto sarà solo escatologica, nel giorno del giudizio.


Comunità cristiane cattoliche e comunità islamiche

I rapporti tra cattolici e musulmani spesso non esistono a livello ufficiale e istituzionale nelle realtà locali. Esistono i rapporti con le persone. È proprio in un confronto vero e sincero tra persone credenti che c’è lo spazio perché maturi la fede dei nostri fedeli cattolici.

Conseguentemente alla pratica del digiuno e della preghiera praticati da questi gruppi di immigrati si auspica che i cristiani riscoprano le loro tradizioni cristiane: la domenica quale giorno del Signore e giorno di incontro nella comunità; la quaresima come periodo dedicato al digiuno, alla penitenza e alla preghiera, in cui si vive un momento diverso dal resto dell’anno; la penitenza e l’astinenza dalla carne il venerdì nel ricordo settimanale della morte del Signore Gesù.

Recentemente c’è stato un aumento di interesse delle comunità cristiane per i musulmani e l’Islām. Vengono richiesti sempre più di frequente incontri a livello culturale perché qualcuno presenti l’Islām. È totalmente insufficiente la conferenza al circolo culturale o nella sala parrocchiale tenuta, quando va bene, da un esperto di Islām. Queste iniziative, oltre che essere estemporanee e dare l'impressione agli uditori di avere acquisito una conoscenza sufficiente di chi siano i musulmani che si trovano accanto a casa, rimangono incomplete, se mirano solo a informare, mentre invece dovrebbero essere incontri nei quali e dai quali, a fronte dell’identità islamica, si fa risaltare tutta la bellezza dell’identità cristiana cattolica.

I pastori d’anime devono sapere illuminare i propri fedeli perché di fronte a episodi di «integralismo» e di contrapposizione, non nasca nelle comunità cristiane, generalmente ad opera dei meno avveduti, un «integralismo» cristiano che non sa vedere con serenità i termini del problema e cede a facili generalizzazioni.


Caritas parrocchiali e famiglie islamiche

Mi diceva un amico, dopo i primi mesi di esperienza qui in Italia: La vostra carità è veramente evangelica perché voi aiutate chi è nel bisogno e non guardate se uno è cristiano o musulmano. Però non predicate il Vangelo. Questa frase fotografa bene l’esperienza di tante comunità e caritas, parrocchiali e non, che pensano che il Vangelo si trasmetta tramite la carità concreta, non rendendosi conto della distanza culturale degli interlocutori.

L’impressione è che si sia usata con i musulmani lo stesso atteggiamento usato con gli ex-cattolici divenuti atei perché non vedevano nella comunità cristiana la concretizzazione materiale di ciò che veniva predicato. La differenza è che molti musulmani che arrivano nel nostro territorio pensano di sapere cosa sia il cristianesimo perché sanno cosa c’è scritto nel Corano e perché sanno cosa viene insegnato nei catechismi musulmani, mentre in realtà sono nella più oscura ignoranza della nostra fede. Mi scriveva un’incaricata di una caritas parrocchiale: Personalmente non cerco proseliti, non voglio conversioni in cambio di un litro di latte, ma se qualcuno mi chiede, allora a quello devo dare tutta la gioia della buona notizia. Ritengo dunque che una doverosa solidarietà con le famiglie meno abbienti vada coniugata con una carità che non diventi assistenzialismo ma testimonianza viva di carità cristiana che sa farsi anche testimonianza e annuncio della propria fede.

I parroci stimolino gli operatori delle caritas perché di fronte ai musulmani siano non solo capaci di solidarietà, ma anche di una testimonianza verbale della propria fede, di una serena evangelizzazione e talvolta anche di nette prese di posizione di fronte a inopportune pretese.


Problematiche giuridiche

Circa le più diverse problematiche giuridiche legate alla presenza islamica in Italia — e dunque al rapporto delle comunità islamiche con le istituzioni — rimando al volume curato da Silvio Ferrari che raccoglie diversi contributi sulle più diverse problematiche giuridiche.21


I matrimoni misti

Nei paesi islamici la condizione della donna nel matrimonio è del tutto particolare: non ha i medesimi diritti riguardo al ripudio/divorzio (in certi casi solo l’uomo può iniziare il divorzio, la donna no), i figli e le figlie appartengono al padre — anche per quanto riguarda la religione —, la loro tutela giuridica è affidata al padre o a un parente maschio, non ha i medesimi diritti di un uomo nel diritto successorio, solo all'uomo è concesso di sposare una non musulmana mentre invece è vietato alla donna musulmana di sposare un non musulmano.

Scriveva di recente G. La Torre: I problemi di una coppia mista possono diventare molto pesanti, in alcuni casi, per la moglie europea quando la coppia si stabilisce in un paese musulmano di cui non conosce il contesto culturale e in cui si deve inserire o per amore o per forza.22

Circa il problema dei matrimoni misti c’è stato un comunicato del Consiglio permanente della CEI del 24-27 gennaio 2000 e la pubblicazione da parte della Segreteria generale della CEI di un quaderno dedicato all'argomento.23

Nel quaderno, al quale rimando per i dati statistici e per una maggiore informazione circa la concezione islamica del matrimonio,24 nelle prospettive pastorali che venivano delineate da don Augusto Casolo, si faceva presente che è urgente che la Chiesa italiana si orienti a una prassi omogenea relativamente alla concessione delle dispense, alla preparazione dei nubendi, alla celebrazione del matrimonio e all’accompagnamento successivo della famiglia islamo-cristiana (...) la disomogeneità attuale, inoltre, potrebbe ingenerare un senso di confusione e smarrimento dei fedeli.25 Vengono fatte presenti alcune prospettive: 1) l'individuazione degli operatori: si dovrebbe individuare nella diocesi qualche coppia e qualche sacerdote o qualche consultorio o qualcuno nel consultorio cristiano che si specializzi nell’accompagnamento di queste coppie; 2) la preparazione degli operatori: essi abbiano un’informazione completa e aggiornata sulle leggi e gli statuti familiari dei Paesi di provenienza dell’immigrazione islamica per potere mettere la parte cattolica di fronte a tutti gli eventuali problemi riguardanti il proprio rapporto con il coniuge, il riconoscimento del proprio diritto matrimoniale, ereditario e sulla prole, vigente nel paese di provenienza, la diversa mentalità e concezione del matrimonio in una cultura differente, ecc. L'esperienza dice che la maggior parte dei fallimenti di questi matrimoni sono causati da un’affrettata preparazione, nella quale la parte cattolica non è stata informata di tutti i problemi che questo tipo di vincolo comporta.

Il confronto culturale

Di fronte alle incipienti iniziative culturali islamiche a livello accademico penso sia necessario che si formino, in ogni regione pastorale, alcune persone competenti che, studiando la tradizione islamica in maniera non superficiale, possano già oggi, ma soprattutto domani, essere valide controparti in ambito accademico. Il rischio è che la comunità cristiana si trovi completamente sguarnita dal punto di vista culturale e concettuale, per potere rispondere adeguatamente in un confronto con esponenti musulmani su questioni storiche, filosofiche, giuridiche e teologiche.

Conclusione

Desidero terminare citando il brano di Vangelo in cui Gesù si trova di fronte la samaritana. Mi piace leggerlo quale dialogo intercorso tra il Signore Gesù e una donna appartenente a un’altra tradizione religiosa: «Viene l’ora in cui né su questo monte né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quello che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora, ed è adesso, nella quale i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: infatti il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito e coloro che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”. Gli dice la donna: “So che viene il Messia detto Cristo: quando verrà ci annunzierà ogni cosa”. Le dice Gesù: “Sono io che parlo con te” » (Gv 4,21-26).

Bologna, 6 agosto 2000,
Trasfigurazione del Signore

D. DAVIDE RIGHI
Studio teologico accademico bolognese

1Per uno sguardo e una presentazione complessiva di tutta la letteratura arabo-cristiana si rimanda ai quattro volumi introdotti e curati da Graf e in particolare, per la parte teologica, al volume di G. GRAF, Geschichte der Christlichen- Arabischen Literatur, Città del Vaticano 1947. Ricordo a questo proposito che il Gruppo di ricerca arabo-cristiana diretto da p. Samir Khalil sj ha cominciato un’opera di traduzione dall’arabo e di diffusione del patrimonio culturale arabo cristiano nel panorama editoriale italiano: T. ABU QURRAH, La difesa delle icone, a cura di P. PIZZO, Milano 1995; YAHYA IBN SA‘ID AL-ANTARKI, Cronaca dell’Egitto fatimide, a cura di B. PIRONE, Milano 1998; ‘ABD ALMASÎH AL-KINDI, Apologia del cristianesimo, a cura di L. BOTTINI, Milano 1998.

2F. TWAL, «Il fenomeno Islam. Che cos’è? Che cosa chiede?», in Il nuovo Areopago 18(1999)3, 5-6.

3B. LEWIS, L'Europa e l’Islam, Laterza, Bari 1999, 8.

4Per un’informazione storica esauriente sulle origini del fondamentalismo rimando al libro di YOUSSEF M. CHOUEIRI, Il fondamentalismo islamico, Il Mulino, Bologna 1993.

5Cf. anche TWAL, «Il fenomeno Islam», 5-15.

6E. FARHAT, «Diritti umani e libertà religiosa nell’Islam in espansione», in Il nuovo Areopago, 18(1999)3,20. Edmond Farhat è stato nunzio apostolico in Algeria e Tunisia e delegato apostolico in Libia e dal 1993 è nunzio in Slovenia e Macedonia.

7FARHAT, «Diritti umani», 20.

8SAMIR KHALIL SAMIR, «Islam-Europa: scontro di culture?», in Il nuovo Areopago 18(1999)3,38.

9Per un confronto del rapporto uomo-Dio nella rivelazione islamica e in quella cristiana rimando a M. BORRMANS, Islam e cristianesimo. Le vie del dialogo, Paoline, Roma 1993, 85-101.

10Cf. Cor. sura 112,3 e i commentari alla sura.

11Cf. BORRMANS, Islam e cristianesimo, 85-101.

12AL-GHAZALI, La salvezza dalla perdizione, a cura di L. VECCIA VAGLIERI e R. RUBINACCI, UTET, Torino 1970, V, 121.

13GREGORIO DI NISSA, Hom. 6, PG 44,1265-1266; in particolare D.

14FARHAT, Diritti umani, 20-21.

15Rimando per l'argomento a SAMIR KHALIL SAMIR, «Le débat autour du délit d’apostasie dans l’Islam contemporain», in Faith, Power, and Violence. Muslims and Christians in a Plural Society, past and present, a cura di J.J. DONOHUE - CH.W. TROLL, Orientalia christiana analecta 258, Roma 1998, 115-140.

16LEWIS, L'Europa e l’Islam, 70.

17O. CARRÉ, L'Islam laico, Il Mulino, Bologna 1997, 22.

18TWAL, Il fenomeno Islam, 5.

19TWAL, Il fenomeno Islam, 5.

20Per la visione islamica riguardo a Gesù rimando a M. BORRMANS, Gesù Cristo e i musulmani del XX secolo. Testi coranici, catechismi, commentari, scrittori e poeti musulmani di fronte a Gesù, San Paolo, Milano 2000.

21Musulmani in Italia. La condizione giuridica delle comunità islamiche, a cura di S. FERRARI, Il Mulino, Bologna 2000. Il volume raccoglie contributi di A. PACINI, «I musulmani in Italia. Dinamiche organizzative e processi di interazione con la società e le istituzioni italiane», 21-52, che prende in considerazione le tipologie di organizzazioni islamiche presenti nel nostro paese; R. ALUFFI BECK-PECCOZ, «Islam: unità e pluralità», 53-66, che prende in esame le diversità soprattutto delle diverse tradizioni giuridiche e delle diverse tradizioni spirituali; R. GUOLO, «La rappresentanza dell’Islam italiano e la questione delle intese», 67-82, e anche il contributo di G. CASUSCELLI, «Le proposte d’intesa e l’ordinamento giuridico italiano. Emigrare per Allah / emigrare con Allah», 83-105, sulle richieste di intese avanzate negli ultimi anni dalle rappresentanze islamiche in Italia sulla base dell’articolo 8 della Costituzione; R. BOTTA, «Diritto alla moschea tra intesa islamica e legislazione regionale sull’edilizia di culto», 109-130, circa gli svariati problemi legislativi legati alla costruzione dei luoghi di culto, chiese e moschee comprese; A. FERRARI, «Le scuole musulmane in Italia: tra identità e integrazione», 131-156; N. COLAIANNI, «L'istruzione religiosa nelle scuole pubbliche», 157-173; C. CAMPIGLIO, «Famiglia e diritto islamico. Profili internazional-privatistici», 175-185; L. MUSSELLI, «La rilevanza civile delle festività islamiche», 187-199; A. ROCCELLA, «Macellazione e alimentazione», 201-221; S. CARMIGNANI CARIDI, «Libertà di abbigliamento e velo islamico», 223-234; B. NASCIMBENE, «Straniero e musulmano. Profili relativi alle cause di discriminazione», 235-241. In una terza parte il volume presenta altri articoli riguardanti la condizione giuridica dei musulmani in Spagna, Germania e Belgio.

22G. LA TORRE, L’Islam: conoscere per dialogare, Torino 1991, 114.

23SEGRETARIATO PER L’ECUMENISMO E IL DIALOGO DELLA CEI, Lettera di collegamento n. 36, Roma 2000.

24Rimando inoltre alla pubblicazione di V. ABAGNARA, Il matrimonio nell’Islam, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1996.

25Lettera n. 36,27.