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lunedì 2 agosto 2010

Aborto: non una necessità, ma la tragica assenza di una sana educazione alla vita!

In articolo del settimanale Tempi del 7 luglio la giornalista Benedetta Frigerio analizza il triste fenomeno delle donne recidive all'aborto. In Italia il grave e delittuoso fenomeno è in forte crescita.
L'articolo riporta che «Secondo la rivista Ostetricia e Ginecologia, nel 2007 il 21,5 per cento degli aborti è stato recidivo. Il 18 per conto di questi è successivo a due interruzioni precedenti, l’11 per cento a tre o più».
Lo psichiatra Italo Carta (titolare della IV Cattedra di Psichiatria dell’Università Statale di Milano, dirigente dell’Unità Operativa Psichiatrica a Monza) intervistato osserva che in questo della recidiva all'aborto che può certamente definirsi come un approccio psicologico alla realtà è mancata una educazione sin dalla tenera età: «In questo caso è centrale: ci sono tre fasi che descrivono la crescita. La fase della libido: dove il bimbo conosce e si soddisfa con la bocca. Quella anale, in cui scopre che quel che ha dentro si può staccare da sé: fondamentale per il riconoscimento dell’alterità. E la fase fallica. Se non si superano coerentemente questi passaggi si possono presentare manie di autocontrollo, di rifiuto dell’altro e di autodistruzione. Sono sempre meno gli adolescenti che arrivano alla quarta fase, quella genitale, in cui si è pronti ad accettare un oggetto diverso da sé e investirlo d’amore per tutta la vita».
Il passaggio da una cultura repressiva ad una permissiva ha avuto come conseguenza negli adolescenti il loro essere apatici o frustrati davanti ai limiti che si presentano, generando una incapacità di cogliere positivamente il reale in tutta la sua complessità. Altro fattore che incide sulla recidiva all'aborto o al crescente fenomeno dell'abbandono dei figli è l'ideologia femminista che ha mascolinizzato la sessualità famminile negando la naturalità della maternità e dpiù in generale della generazione. Afferma Carta: «Molte donne, poi, non accettano il figlio perché non sanno accettare la diversità. Significa spesso che non è stato soddisfatto in maniera adeguata il loro bisogno di bene: non hanno ricevuto i beni primari necessari o, al contrario, sono state investite di troppe cose e oggetti inutili». In questo incide fortemente l'incapacità dei genitori di corrispondere a questo bisogno così come il clima culturale e sociale in cui si vive: «il consumismo, l’immagine, la superficialità banalizzano la complessità umana. Non sappiamo di cosa abbiamo davvero bisogno. C’è un vuoto affettivo, che si riempie da soli e con aggressività, oppure si presentano l’apatia e la noia perché il bisogno lo si è colmato con troppi e inutili oggetti».

Invece «noi abbiamo bisogno del rapporto con la diversità per essere felici». Quest'affermazione all'apparenza così evidente è invece oggi ridotta al suo esatto contrario. L'altro è ridotto nelle categorie dell'utile del fruire nell'istante senza alcuna "durata" che non sia l'istante. In un certo senso si percepisce l'altro ma solo in quanto prolungamento del sé che è l'opposto dell'altro che ci è posto accanto proprio perché la sua diversità ci faccia uscire dal nostro io. Nel nostro solipsismo egotico o nella solitudine dell'età avanzata, dove appare più evidente la menzogna del vivere per se stessi, si rende evidente l'incapacità per questa generazione di cogliere il "reale". In questo ha avuto responsabilità anche molta cultura religiosa (protestante e cattolica) purista e repressiva che non ha saputo cogliere tutta la complessità della "persona" umana.

Cristo, invece, afferma Italo Carta «ha compiuto il primo miracolo trasformando l’acqua nel vino che mancava. La prima volta che incontra i suoi li sfama. E anche dopo la resurrezione l’elemento terreno resta decisivo. Tanto che raduna al tavolo gli apostoli. La fisicità per lui non è da eliminare, Cristo abbraccia e si fa lavare i piedi. Poi, fa qualcosa in più. È il primo a capire che queste istanze esprimono il bisogno di assoluto e di infinito». La fisicità tanto "esaltata" da questa cultura edonista, in realtà viene misconosciuta nella sua dimensione ontologica. Mi vengono in mente le parole di Chesterton a proposito del genio di San Tommaso d'Aquino che, grazie alla sua peculiare visione teologica, "battezzò" Aristotele. Chesterton nel suo libro San Tommaso d'Aquino (faccio riferimento alla pubblicazione della editrice Fede e Cultura, novembre 2008 pp. 110) afferma: «Essa ci dà realmente una ragione nuova per considerare i sensi e le sensazioni del corpo e le esperienze dell’uomo con riverente deferenza — deferenza che avrebbe meravigliato Aristotele e che il mondo antico non sarebbe stato in grado di comprendere. Il Corpo, crocefisso, risorto dalla tomba, non è più la cosa morta di cui parlano Platone e i vecchi mistici. L’anima ormai non poteva più disdegnare i sensi diventati istrumento del soprannaturale. Platone poteva disprezzare la carne, non Dio: i sensi erano stati veramente santificati, come erano stati benedetti nel battesimo cattolico. “Vedere è credere” non sarà più la banale affermazione d’uno sciocco o d’un individuo comune, bensì una vera e propria convinzione» (p.71 s.). E' Dio stesso che in Gesù Cristo ha visto con gli occhi di carne, ha udito, toccato, assaporato la realtà! «Poiché l’incarnazione era diventata il perno della nostra civiltà, era necessario un ritorno al materialismo, nel senso della giusta valutazione della materia e del corpo. Cristo era risorto: inevitabilmente doveva risorgere anche Aristotele» (ivi).
In una parola ciò significa che Gesù Cristo non censura, ma arriva fino a rispondere agli istinti che l’uomo ha in comune con gli altri esseri. Gesù Cristo è la misura della capacità di cogliere tutta la realtà nel suo valore.