Il viaggio di Papa Benedetto XVI in Germania ha offerto a tutti noi molteplici spunti di riflessione su molte cose in particolare al Bundestag di Berlino, ha posto con forza al centro del cuore delle democrazia tedesca e direi al cuore di tutto l'occidente cosa debba intendersi veramente per Diritto. Una tesi attualissima in tempi di sdoganamento del c.d. diritto coranico (la Sharia) in terra di Europa, culla del diritto. Un gravissimo regresso spacciato dai soliti "tolleranti" come una grande prova di democrazia e concezione avanzata del diritto. Il Papa invece ci ricorda che «contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio». Dunque un ben diverso rimando alle fonti primarie "naturali", oltretutto sulla linea di quello che fu il felice incontro della filosofia greca con il diritto romano. Passando però per il tanto "bistrattato", dalla cultura laicista, medioevo.
Osserva, infatti, Benedetto XVI: «Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: “Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…” (Rm 2,14s).».
La crisi "irreversibile" del diritto, continua Papa Ratzinger, ha proprio il suo fondamento nel rifiuto di questo sostrato "naturale" che fa appello alla ragione ed alla coscienza dati questi irriducibilmente più ampi dei concetti riduttivi affermati dalla cultura positivista del diritto oggi "dominante".
Anche qui però vanno osservati attentamente gli esiti "negativi" e contraddittori di tanta "positività". Ormai il diritto è solo "regola di gioco" soggetto al gusto della maggioranza. Dunque diritto come "amministrazione dell'esistente" scisso da ogni visione etica/morale ormai ridotta a pura opinione.
Tale situazione afferma Benedetto XVI è "drammatica" ed «è necessaria una discussione pubblica; invitare urgentemente ad essa è un’intenzione essenziale di questo discorso.».
«Il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo è nel suo insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza. Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità. Lo dico proprio in vista dell’Europa, in cui vasti ambienti cercano di riconoscere solo il positivismo come cultura comune e come fondamento comune per la formazione del diritto, riducendo tutte le altre convinzioni e gli altri valori della nostra cultura allo stato di una sottocultura. Con ciò si pone l’Europa, di fronte alle altre culture del mondo, in una condizione di mancanza di cultura e vengono suscitate, al contempo, correnti estremiste e radicali. La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.».
In una parola, basta barare!! Attribuire a noi la gloria di Dio! Usciamo dal microclima asfittico dei nostri palazzi "mentali" di puro cemento armato, per riscoprire la bellezza del reale, la sua rischiosità, unita alle sue immense possibilità. Come fare tutto questo senza scadere nell'irrazionale, senza perdere i grandi vantaggi che pure la cultura positivista ha regalato all'umanità?
Conclude Benedetto XVI «A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico.».
Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. (Rm. 12,2)
giovedì 27 ottobre 2011
sabato 22 ottobre 2011
L'uomo che ha dimenticato il suo nome... sei tu!
Viviamo in tempi in cui si è molto sviluppata la dimensione orizzontale, spaziale, dell'uomo. Si dice comunemente che il nostro mondo ormai è un villaggio globale. Tutto questo però è accaduto a scapito della dimensione della "profondità" della persona umana. Anzi ostinatamente si vuole soffocare la domanda di senso del proprio Sé. Tutto è risolto con l'affermazione contraddittoria che tutto è nelle possibilità del Soggetto, del singolo dell'individuo. "Io sono Legge a me stesso", in una parola autonomia: operaia, uterina, fallica, purché assoluta ed autoreferenziale. Se nonché il "limite" permane qui ed ora nella sua angosciante realtà: è l'altro da me (il reale, persone e cose non manipolabili a mio piacimento) con la sua assoluta esigenza di autonomia. Le relazioni, se ci sono, rimangono confinate nella dura legge "orizzontale", dell'utile, del co-uso, della manipolazione di sé e dell'altro, però, "fino ad un certo punto", oltre quel punto esplode la violenza della rottura, a volte anche tragicamente fisica, e non importa che a pagare siano i più deboli.
Risulta, ancora una volta, interessante la riflessione di Chesterton: «Tutti abbiamo letto nei libri scientifici e, in realtà, in tutti i romanzi, la storia dell’uomo che ha dimenticato il proprio nome. Quest’uomo vagabonda per le strade notando e apprezzando ogni cosa; solo non ricorda chi è. Dunque, ogni uomo è quello della storia. Ogni uomo ha dimenticato chi è. Si può comprendere l’universo, ma non si riesce mai a capire il proprio io, che sembra più lontano delle stelle. Amerai il Signore Dio tuo, ma non conoscerai te stesso. Siamo tutti sottoposti alla stessa calamità mentale, abbiamo tutti dimenticato il nostro nome. Abbiamo dimenticato chi siamo realmente. Ciò che chiamiamo buonsenso, razionalità, praticità e positivismo significa solo che, in certi momenti della vita particolarmente piatti e privi di entusiasmo, dimentichiamo anche di avere dimenticato. Tutto ciò che chiamiamo spirito, arte ed estasi significa soltanto che, per un terribile istante, ci ricordiamo di avere dimenticato.
Tuttavia, anche se camminiamo per le strade (come l’uomo senza memoria del racconto) con una specie di ottusa ammirazione, si tratta pur sempre di ammirazione. Non solo di ammirazione nel suo significato latino, ma anche nel suo senso inglese. La meraviglia contiene un positivo elemento di lode.» (G. K. Chesterton, Ortodossia, Ed. Lindau, pp. 74-75.
Questa "calamità mentale", osserva Chesterton, può essere ancora evitata grazie allo stupore, alla meraviglia, anche se "ottusa" dalla cultura dominante.
La capacità di stupirsi, di meravigliarsi per la presenza dell'altro, del reale è l'innata possibilità di riscatto, di ripresa del sé autentico, profondo, che noi siamo.
Questo è davvero un tempo dove stanno riuscendo "a farci dimenticare che abbiamo dimenticato chi siamo”.
L'ammirazione contiene un segreto, osserva Chesterton, "un positivo elemento di lode". Lodare, infatti, è riconoscere la presenza di un Altro che è e che opera. E' concepire la libertà non come autonomia ma come "responsabilità". Dice Sant'Agostino che «Dio ha creato l'uomo per introdurre nel mondo la facoltà di dare inizio: la libertà». Potremmo dire, ancora più esperienzialmente, con san Paolo che «Cristo ci ha liberati per la libertà» (Galati 5,1). Come ha giustamente osservato Papa Benedetto XVI "libertà ed amore coincidono" e questo proprio in virtù dell’irruzione dell’Eterno nel tempo. E’ il farsi carne di Dio la rottura del cerchio della datità biologica e spaziale dell’essere dato, dell’esistente, il suo essere per la morte, direbbe Heidegger. Questo avvenimento, incarnazione morte e resurrezione di Gesù Cristo, sempre presente nell’orizzonte della storia e di cui ciascuno può farsi contemporaneo, dà sostanza e fondamento alla libertà umana. Non il “puro cominciamento” di Hegel, né il kantiano “puro dovere”, né la nietzschiana “volontà di potenza” sono la base delle libertà autenticamente umana. E’ il gratuito amore di Dio per l’uomo, il vero “puro cominciamento” (l’agostiniana definizione della libertà quale facoltà di dare inizio). Solo l’onnipotenza può rendere libero un altro, la potenza non può che farci dipendenti.
E’ davvero terribile “vivere per se stessi” (2 Cor.5,15) se Gesù Cristo ha dovuto donarci la sua vita sulla croce, risorgendo, per tirarcene fuori! Ma abbiamo dimenticato il nostro nome e con esso la nostra dignità. Del resto che ne può essere di noi se ai Santi preferiamo le zucche .. di Halloween?
Risulta, ancora una volta, interessante la riflessione di Chesterton: «Tutti abbiamo letto nei libri scientifici e, in realtà, in tutti i romanzi, la storia dell’uomo che ha dimenticato il proprio nome. Quest’uomo vagabonda per le strade notando e apprezzando ogni cosa; solo non ricorda chi è. Dunque, ogni uomo è quello della storia. Ogni uomo ha dimenticato chi è. Si può comprendere l’universo, ma non si riesce mai a capire il proprio io, che sembra più lontano delle stelle. Amerai il Signore Dio tuo, ma non conoscerai te stesso. Siamo tutti sottoposti alla stessa calamità mentale, abbiamo tutti dimenticato il nostro nome. Abbiamo dimenticato chi siamo realmente. Ciò che chiamiamo buonsenso, razionalità, praticità e positivismo significa solo che, in certi momenti della vita particolarmente piatti e privi di entusiasmo, dimentichiamo anche di avere dimenticato. Tutto ciò che chiamiamo spirito, arte ed estasi significa soltanto che, per un terribile istante, ci ricordiamo di avere dimenticato.
Tuttavia, anche se camminiamo per le strade (come l’uomo senza memoria del racconto) con una specie di ottusa ammirazione, si tratta pur sempre di ammirazione. Non solo di ammirazione nel suo significato latino, ma anche nel suo senso inglese. La meraviglia contiene un positivo elemento di lode.» (G. K. Chesterton, Ortodossia, Ed. Lindau, pp. 74-75.
Questa "calamità mentale", osserva Chesterton, può essere ancora evitata grazie allo stupore, alla meraviglia, anche se "ottusa" dalla cultura dominante.
La capacità di stupirsi, di meravigliarsi per la presenza dell'altro, del reale è l'innata possibilità di riscatto, di ripresa del sé autentico, profondo, che noi siamo.
Questo è davvero un tempo dove stanno riuscendo "a farci dimenticare che abbiamo dimenticato chi siamo”.
L'ammirazione contiene un segreto, osserva Chesterton, "un positivo elemento di lode". Lodare, infatti, è riconoscere la presenza di un Altro che è e che opera. E' concepire la libertà non come autonomia ma come "responsabilità". Dice Sant'Agostino che «Dio ha creato l'uomo per introdurre nel mondo la facoltà di dare inizio: la libertà». Potremmo dire, ancora più esperienzialmente, con san Paolo che «Cristo ci ha liberati per la libertà» (Galati 5,1). Come ha giustamente osservato Papa Benedetto XVI "libertà ed amore coincidono" e questo proprio in virtù dell’irruzione dell’Eterno nel tempo. E’ il farsi carne di Dio la rottura del cerchio della datità biologica e spaziale dell’essere dato, dell’esistente, il suo essere per la morte, direbbe Heidegger. Questo avvenimento, incarnazione morte e resurrezione di Gesù Cristo, sempre presente nell’orizzonte della storia e di cui ciascuno può farsi contemporaneo, dà sostanza e fondamento alla libertà umana. Non il “puro cominciamento” di Hegel, né il kantiano “puro dovere”, né la nietzschiana “volontà di potenza” sono la base delle libertà autenticamente umana. E’ il gratuito amore di Dio per l’uomo, il vero “puro cominciamento” (l’agostiniana definizione della libertà quale facoltà di dare inizio). Solo l’onnipotenza può rendere libero un altro, la potenza non può che farci dipendenti.
E’ davvero terribile “vivere per se stessi” (2 Cor.5,15) se Gesù Cristo ha dovuto donarci la sua vita sulla croce, risorgendo, per tirarcene fuori! Ma abbiamo dimenticato il nostro nome e con esso la nostra dignità. Del resto che ne può essere di noi se ai Santi preferiamo le zucche .. di Halloween?
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