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mercoledì 7 luglio 2010

La solitudine malattia del Secolo

Sull'ultimo numero del settimanale Tempi (07/07/2010) gli psichiatri Eugenio Borgna ed Italo Carta intervengono sul "vuoto" fatto di sterilità e vecchiaia della nostra Italia.
«Tutti a dirci come sembrare giovani. Nessuno che ci spieghi come si affronta la vecchiaia. O almeno quella svolta fra i cinquanta e i sessanta che espelle dalla giovinezza».

Dice Eugenio Borgna che «Ogni tappa della vita, i vent’anni, i trenta, i quaranta, è una svolta; ma quella fra i cinquanta e i sessanta è la più radicale. La cosa che più incide sull’accettazione di questo passaggio è la solitudine, che a questa età si fa più acuta e immanente.»
La qualità di questa "solitudine" non è fisico spaziale, meramente quantitativa, «non basta avere una famiglia, per non essere soli. Può esistere una solitudine interiore anche quando si è padri e madri e mogli. Si può essere soli tra figli e nipoti, perché nel primo mostrarsi della vecchiaia la divaricazione degli orizzonti di senso si fa incolmabile».
In una parola quello che nella gioventù appare come una prospettiva sconfinata in un orizzonte aperto e tutte le strade possibili, nella svolta dei cinquant'anni «si realizza improvvisamente che il futuro non è più infinito; che la strada ha un termine. E il nocciolo di ciò che Emily Dickinson chiama “infinitudine finita”».
Prosegue Borgna: «A livello patologico in questa età possono insorgere problemi psichici tipici, paradigmatici: il senso di vuoto può arrivare a generare sindromi allucinatorie, che hanno proprio lo scopo di riempire quel vuoto, di ricreare un dialogo interiore. È una età in cui si cammina ai bordi degli abissi. Si salva chi ha uno spettro di risorse interiori tali da sopravvivere anche nel restringimento degli orizzonti concreti».

Ognuno di noi ha un "pozzo interiore" in cui forse mai si è affacciato perchè mai gli è stato insegnato ed anche perchè la cultura dei mass-media si è affrettata ad occultare, rendendo quasi impossibile una conoscenza di sé.
Certo tutto questo non può accadere senza una fatica e senza anche il dolore del ricordare anche ciò che non può più essere sanato.
C'è una dimenzione, quella dell'interiorità, della profondità, che chi «ha puntato tutto, nei primi cmquant’anni, su risorse “deperibili”, come la bellezza, il successo, l’invidia» fatica a recuperare cosicché «in questo deperimento delle risorse può accadere di perdere la certezza di essere capaci di realizzare ancora ciò che dà senso alla vita». Proprio queste necessità invece vengono conculcate da una pressione forte, "come una censura e una bugia collettiva", che spinge invece ad aggrapparsi agli idoli della gioventù. L'effetto è la condanna al non-senso.

Per questo ho titolato che la solitudine è la malattia del "Secolo" intendendo con ciò che questa è la malattia mortale del "secolo", non solo del nostro tempo, ma di ogni tempo che si fà e si dà senza una relazione significativa con l'Eterno.

Molto ha inciso su questi esiti l'Illuminismo con la sua antropologia riduzionista del reale entro i limiti della c.d. Ragione. Una ragione "divorziata" dal Logos e quindi incapace di cogliere il Reale in tutta la sua profondità di senso.

Qui si aprirebbe uno scenario estremamente stimolante su cui Chesterton non ha mancato di acuta osservazione scrivendo di San Tommaso d'Aquino. Il Reale non è nella misura in cui "io lo pongo", come asserisce fantasiosamente e anti-scientificamente il pensiero moderno, dimostrando con ciò un pessimo uso della ragione. Il Reale mi precede, così come l'IO non comincia dal nulla (il puro cominciamento hegeliano). Ma su questo tornerò con un prossimno post se Dio vorrà.

Quello che mi preme ancora osservare è che la solitudine, così ben definita dallo psichiatra Eugenio Borgna, nasce da queste false premesse. False sull'uomo e false su Dio ridotto, se ammesso come ipotesi di lavoro, alla impersonale solitudine del "Principio", del Teismo. Il Dio cristiano, rivelatosi nella carne di Gesù di Nazaret (vero uomo e vero Dio) ci dice che Dio non è solitudine in-finita. Così come l'esperienza umana, ci ricorda Borgna, testimonia che «noi non siamo isole lontane dal mondo, la vita ci dimostra che ci possiamo aiutare e organizzare soltanto quando siamo insieme agli altri». L'uomo non è solitudine in-finita.

«Come molto bene dice la Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II (n. 22): Dio, nel mentre si comunica all'uomo in Cristo (e mediante lo Spirito Santo), svela nello stesso tempo “pienamente l'uomo all’uomo”…Come dice la Sacra Scrittura, l'essere umano è creato «a immagine e somiglianza di Dio». Se ora questo Dio non è semplicemente un essere supremo "compatto", bensì una comunione di vita e di amore, allora ciò "deve" avere delle conseguenze anche per l'uomo: solo guardando al Dio uni-trino possiamo riconoscere sino in fondo che cosa la creatura dotata di spirito esattamente riproduce e a che cosa il suo essere-immagine-di-Dio precisamente rimanda». Così Gisbert Greshake, La fede nel Dio Trinitario, Queriniana, Brescia 1999, p. 10.

In una qualche misura a detta del teologo tedesco l'esito del pensiero moderno è preparato da una riduzione, tutta interna al pensiero cristiano dell'ultima scolastica, del Dio cristiano al Dio dei filosofi pagani.
Continua Greshake asserendo che nella misura in cui, all'inizio dell'evo moderno e per motivi che non possiamo qui elencare, la fede nel Dio uni-trino andò scemando e perse la propria capacità di incidere sulla vita, scomparve in larga misura anche questa concezione relazionale della persona. Dio fu concepito sempre più solo come un Dio unitario (cioè come il Dio uno indifferenziato), come soggetto “solitario" supremo, e non più come il Dio comunionale e sociale.
E in corrispondenza anche l'uomo si concepì come un soggetto incentrato sul proprio io. «L'essere persona comporta necessariamente un'ultima solitudine», afferma Duns Scoto alla soglia dell'evo moderno (Ord. III, 1, 1 n. 17), preannunciando così una immagine dell’essere umano che ebbe in fondo conseguenze disastrose, perché le sue carenze si assommarono ancora a un altro importante fattore.
Un tratto essenziale dell'età moderna consistette (e consiste) nel fatto che l'uomo cercò di scalzare questo Dio unitario e aspirò a prenderne il posto perlomeno in punti importanti. Non più Dio, bensì l'uomo deve governare, organizzare e trasformare il mondo secondo i propri progetti. Non più la legge di Dio bensì la ragione umana costituisce la norma e conferisce un senso e una finalità a tutto il comportamento e a tutta l'azione. Non più l'aspirazione a una patria celeste futura vicino a Dio, bensì la volontà di creare qui e ora una felicità terrena si impadronisce del cuore dell’uomo.

La fede nella Trinità pone perciò fortemente in luce una doppia polarità nell’uomo: l'uomo è, da un lato, un individuo dotato di libertà e, dall’altro lato, un membro della società umana legato in molti modi con altri e solo assieme ad essi veramente uomo. (Gisbert Greshake, Il Dio Unitrino pp. 51.)

L'uomo non è un Singolo, un Individuo e neanche una massa, ma è una persona: «Essendo ad immagine di Dio, l’individuo umano ha la dignità di persona; non è soltanto qualche cosa, ma qualcuno. È capace di conoscersi, di possedersi, di liberamente donarsi e di entrare in comunione con altre persone; è chiamato, per grazia, ad un’alleanza con il suo Creatore, a dargli una risposta di fede e di amore che nessun altro può dare in sua sostituzione» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 357).

Solo recuperando questa consapevolezza di sé come "persona", di essere relazionale, si può rompere questo orizzonte "deperibile", che ci è imposto dal conformismo imperante dei media, del politicamente corretto, si può uscire dall'"idolatria", cioé da un'immagine (eidolon) illusoria si sé.

«[Marina Corradi] Come certe figure tragiche di vecchie signore tirate, truccate, abbronzate, che si incrociano nel centro di Milano o Roma o in Riviera...
[Borgna] È vero, tragiche, perché senza alcuna altra possibilità che restare attaccate a ciò che non possono più essere.
[Marina Corradi] Ma come si fa, professore, a tirare fuori le proprie risorse?
[Borgna] Le nostre risorse sono essenzialmente legate a impulsi dialogici. Occorre uscire dall’egocentrismo e comprendere e condividere la fragilità di chi ci sta accanto. Ci si salva se si sa vivere insieme all’altro, nella comunione della vita e della sofferenza. L’aprirsi alla sofferenza dell’altro fa si che anche io viva.
».

Impulsi dialogici ... uscire dell'egocentrismo ... comprendere e condividere la fragilità di chi ci sta accanto... Si può vivere veramente così?

«[Borgna] Il guardarsi indietro senza sapere dare un senso al passato uccide il futuro. Sognare di ripetere ciò che eravamo, come nel tempo ciclico dei greci, fa del passato una gabbia che chiude le porte alla speranza».

Rientrare in se stessi e scoprirvi il Dio di Gesù Cristo( più intimo a noi che noi stessi) è la fonte di acqua viva che dentro di noi zampilla per la VITA ETERNA, una vita non post-mortem ma nel già e non ancora dell'oggi quotidiano.

Questa è la vera "torcia" di cui parla Borgna, cioè «La capacità di vivere ciò che accade come se non fosse mai accaduto prima. La capacità di stupirsi, lo thauma, che per i greci era il fondamento di ogni espressione filosofica. L’aprirsi ogni giorno di nuovo a ciò che accade agli altri. Qualcosa che mi sembra di riconoscere anche nello sguardo di Benedetto XVI – come il filo di un’adolescenza interiore che gli si scorge negli occhi. Il contrario del chiudersi in sé, che è la morte».