Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. (Rm. 12,2)
lunedì 8 luglio 2019
Questo piccolo brano di questo interessante libro esprime tutta la drammaticità della riduzione dell’essenza dell’amore operata dalla cultura occidentale ultracapitalista. L’individuo solo, liquefatto, destrutturato mediante l’eliminazione sistematica di tutte le strutture comunitarie (Stato, corpi sociali intermedi, Chiesa, famiglia), ingannato sull’equivalenza tra interconnessione e comunicazione/comunione, tra “social” e socialità/socievolezza, è stato espropriato pure dell’amore (eros e agape) depotenziato a plus-godimento (amore in “fare sesso”, genederizzazione del “love is love”, ecc.). È la disperante esperienza quotidiana dei nostri giovani. L’incapacità di riconoscere veramente l’altro per quello che è in sé e non «a intendere e a trattare l’altro come mezzo in vista del proprio egoismo acquisitivo» (ivi). Non importa se “egoismo a due”, o co-uso di sé e dell’altro. Il drammatico naufragio di tanti matrimoni, i femminicidi, l’uccisione dei propri figli quale vendetta all’abbandono dell’altro, gli abusi sessuali su minori e non, lungi dall’essere retaggi di una cultura maschilista ed illiberale, esprimono in tutta la drammaticità la “non verità” delle relazioni che questa cultura occidentale ha instaurato ponendo la rimozione di Dio quale unica possibilità per l’uomo di essere libero. L’ignobile affermazione che è “meglio un buon divorzio che un cattivo matrimonio” esprime tutta l’impotenza di questa cultura e di questo ordine sociale a dare la vita e perciò stesso è essenzialmente “cultura di morte” e destinata al suo annichilimento. “Dare la vita” per molti coincide superficialmente con “il fare figli”. Ma “dare la vita” significa anche e soprattutto spenderla a favore di un altro. E in questo spendersi-per, che è vera fecondità, si apre lo spazio gratuito per accogliere i figli. Non siamo stati educati a questo! Ma al contrario siamo stati educati a pensare l’altro in funzione della propria convenienza, del proprio utile. Per questo è davanti a noi l’impressionante quantità di separazioni e divorzi che caratterizzano le società occidentali. Ma il Capitale post-indistriale (la finanza vero potere reale dell’Occidente) lungi dal dispiacersi della dissoluzione delle relazioni familiari, se ne compiace e le favorisce perché consegue con ciò la riduzione dell’io a merce manipolabile, l’uomo a “resistenza zero” (zero drag) (cf. Zigmund Bauman, Consumo dunque sono, Ed. Laterza). Quello che è fatto credere dai media e dalla cultura radical una conquista ed un accrescimento delle proprie libertà individuali è in realtà uno degli obiettivi del lucido progetto del rampante liberismo post 1989 per mercificare l’umano. Da qui l’imporsi della credenza dell’impossibilità dell’amore come relazione con l’altro che implica il “per-sempre”! Una credenza volutamente cieca, ipocritamente cieca sulle drammatiche conseguenze di questa “visione” sul destino dei nostri figli. Scrive San Tommaso d’Aquino che «È amore in senso pieno quello con cui si ama un essere affinché vi sia per lui il bene». L’amore è dunque l’unico atto rivoluzionario capace di contrastare questa imperante cultura di morte sia in campo economico che sociale. Ma quale Amore? L’esperienza dell’umano è quella della “penuria” e dell’ ”espediente”. Penuria di amore vero e ricerca di tecniche per colmare tale penuria. Gesù Cristo ha rivelato in se stesso la via, la verità, la vita. Anche oggi, festa del Corpus Domini, Gesù ci rivela che lui è l’unico in grado di sfamare ciascuno di noi, l’umanità intera con 5 pani e 2 pesci (Lc. 9,12-17). Ma Gesù si serve della sua Chiesa: dice ai suoi discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare». «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa», ordina Gesù. Anche il “mangiare” per l’uomo riveste una dimensione relazionale e comunitaria, tutto il contrario dell’odierna alimentazione “massificata”, alla fast food, e solitaria. Occorre fare “piccole comunità” ove prendere il cibo della vita – i 5 pani esprimono la Thorà ovvero la Parola di Dio il cui compimento e Gesù stesso – e poter entrare nel “riposo”. I 2 pesci esprimono la doppia razione di manna che Israele nel deserto riceve dal Signore alla vigilia dello shabbat, del sabato. Ove riposo non è sinonimo di “stasi” ma al contrario di agape di amore pieno, totale. Il riposo per un ebreo è essere nello “shalom” che noi approssimativamente rendiamo con “pace”, ma che esprime benessere, completezza, prosperità, felicità. La Chiesa è il luogo dove si possono costruire relazioni autentiche tra gli uomini, relazioni capaci di fondare e sostenere quelle civili. Questo grazie ad un’accoglienza incondizionata da parte di ciascuno di noi della buona notizia che è il Vangelo: Cristo è Risorto! La morte è vita! La morte, non solo quella fisica ma tutto quello che ci mortifica. L’altro, senza Cristo - come afferma Sarte - è il mio inferno! Perenne frustrazione di un “io” che si ostina a pensarsi come auto-fondantesi e quindi in perenne contesa con l’altro che è o funzionale al mio progetto o nemico. Gesù ha manifestato nella sua morte e resurrezione che l’amore al nemico e l’unità – uniche condizioni di relazioni autentiche – sono possibili possiamo avere accesso alla vera felicità! Ricordo con gratitudine il mio vecchio parroco che nella mia giovinezza, quando mi stavo aprendo al mondo e a tante esperienze fuori casa mi dette quest’unico consiglio: «dovunque sei cerca la Chiesa!» Un consiglio prezioso che ho messo in pratica e che ha segnato un lungo percorso di benedizioni per me e successivamente per quel “noi”, che sono con mia moglie, e per i nostri figli. Non credo di essere un’eccezione, credo al contrario che la grazia di un incontro salvifico con Cristo è offerta ad ogni uomo! Anche a te che mi stai leggendo! Shalom!!!
domenica 26 maggio 2013
Santa Trinità, fonte di comunione e di rinascita in un Occidente dissolto nella solitudine.
La Solennità della Santa Trinità ci aiuta a prendere coscienza di quanto profonda sia la crisi della società e della Civiltà Occidentale.
E' sotto gli occhi di tutti che questa è una civiltà che manifesta sempre più i segni di una dissoluzione sociale ed individuale. La "solitudine" appare sempre come la condizione costitutiva degli individui. Una solitudine che neanche le nuove frontiere della comunicazione digitale riescono a rompere. Anzi certo uso di tali strumenti mass mediatici in realtà ha posto le basi della dissoluzione della democrazia stessa quale forma associativa degli uomini. In questo senso Grillo segna il passaggio non ad una democrazia digitale ma ad una democrazia virtuale. Violenza alle donne, rifiuto della natalità e più in generale della vita tout court (aborto, eutanasia, eugenetica, infanticidio), negazione della dimensione biologica della persona come fattore costitutivo della propria identità, negazione della famiglia, negazione di alcune deviazioni psichiche (es. pedofilia. omosessualità) sono l'ultima frontiera di una dissoluzione antropologica dell'uomo occidentale che nella resurrezione di Cristo aveva riconosciuto come costitutivo del sé la relazione, la comunione con l'Altro e con gli altri. In buona sostanza si assiste all'ultima frontiera della dissoluzione dell'identità cristiana dell'occidente. Quella che Papa Benedetto XVI nel suo discorso alla curia del 21/12/2012 pone come questione esiziale: la questione della capacità dell’uomo di legarsi oppure della sua mancanza di legami. Quello che per San Paolo è la più grande disgrazia che possa capitare ad ogni uomo, il vivere per se stesso, oggi la nostra civiltà la spacciata come la perfetta realizzazione di sé, la frontiera ultima della felicità. Ma gli effetti pratici sono devastanti .... e li leggiamo quotidianamente o li "gustiamo" visivamente e quasi on line in internet o in TV. La situazione di oggi fa del cristianesimo, di Gesù stesso, quello che il Cardinale Schönborn definisce in un suo breve scritto come una "feconda estraneità". Gesù corpo estraneo eppure radice di una speranza di rinascita per l'Europa e per tutta l'umanità.Il saggio di Angela Pellicciari su Lutero("Martin Lutero", editrice Cantagalli,2013, pp. 174) mette ben in evidenza come sia proprio la deriva luterana alla base della dissoluzione del cristianesimo dall'Europa. La più grande mistificazione di Lutero è proprio il principio della cosiddetta "Sola Scriptura". Su questo sono estremamente illuminanti le riflessioni di Benedetto XVI nella sua enciclica Spe Salvi: «Come ha potuto svilupparsi l'idea che il messaggio di Gesù sia strettamente individualistico e miri solo al singolo? Come si è arrivati a interpretare la «salvezza dell'anima» come fuga davanti alla responsabilità per l'insieme, e a considerare di conseguenza il programma del cristianesimo come ricerca egoistica della salvezza che si rifiuta al servizio degli altri?» (capo 16).
La sola scriptura infatti getta le basi della dissoluzione del corpo che è la Chiesa e poi ed insieme della stessa idea di una possibile incarnazione storica dell'universale (l'impero cristiano): Comuni, stati nazionali, parcellizzazione/dissoluzione dello stesso stato nazionale nella realtà post industriale odierna(es. federalismo su base pseudo etnica ma in realtà spesso sulla base del mantenimento del proprio benessere spesso conquistato sfruttando ciò da cui oggi ci si vuole separare), dissoluzione dell'io biologico e relazionale nella vacuità solipsista del "gender", sono gli esiti ultimi di una riflessione dell'Occidente sul Cristo e sul cristianesimo senza più Corpo (Chiesa), ormai "spiritualizzato" (Kant, Hegel), prima ridotto nelle sue tragiche derive totalitarie (Nietzeshe, Shopenauer, Marx, Lenin) ed infine concentrato sull'individuo non più definito dai suoi bisogni, ma identificato progressivamente nelle sue pulsioni (Freud, Jung), poi dai suoi desideri auto-fondanti e cosificanti l'altro da sé (ad es. Sartre).
Molti potrebbero essere i filoni di lettura e di interpretazione della vacuità e della dissoluzione del presente ai vari livelli: politico, sociale, individuale. Ma a mio avviso è proprio la dimenticanza pratica e filosofica della natura intima del Dio rivelato da Gesù Cristo che sta alla base dell'odierna crisi di civiltà. La stessa Sinistra, con la sua deriva ecologista ed al contempo individualistica (le battaglie contro la famiglia tradizionale, i cosiddetti diritti all'aborto, all'eutanasia, al genere sessuale, al figlio ad ogni costo) mostra tutto il limite del suo "solidarismo" perché incapace di cogliere la dimensione costitutiva dell'essere dell'uomo che è la comunione.
Interessante in questa direzione è la lettura del libro di Gisbert Greshake, La fede nel Dio trinitario, una chiave per comprendere. (ed. Queriniana) che consiglio caldamente.
L'autore evidenzia come costitutiva della Santa Trinità la pericoresi. Il termine pericoresi (dal greco περιχώρησις, pericóresis, "penetrazione", derivato di περιχωρέω, pericoréo, "ruotare", "movimento circolare") è specifico della Teologia Trinitaria, ed indica la compenetrazione reciproca e necessaria delle Tre Persone divine nella Trinità, sulla base dell'unità di essenza in Dio. Le tre ipostasi del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo "si muovono l'una nell'altra", ossia si appartengono a vicenda.(http://it.cathopedia.org/wiki/Pericoresi)
Optare per un Dio di cui si esalta l'unicità a scapito della Comune-unione (una natura, che è Amore, in tre Persone) fa la differenza e sta alla base della ricordata domanda di Benedetto XVI alla Curia Romana.
Dice Gesù alla Samaritana: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». (Gv. 4,10 ).
Questa donna non ha nome perché essa è ciascuno di noi. E' a noi che Gesù rivolge questa domanda "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti parla...". Il dono di Dio! Gesù è venuto non a portare pesi agli uomini ma a distribuire doni. Doni che discendono dall'unico dono: lo Spirito Santo, "sorgente che zampilla per la vita eterna" (Gv. 4,14), per la vita, cioè, che non ha più fine e che comincia qui ed ora dato che: "l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato." (Rm. 5,5).
Dice San Serafino di Sarov che tutta la vita cristiana consiste nell'acquisizione dello Spirito Santo! Ed è proprio questa acquisizione che ci fa inscindibilmente prossimi cioè in relazione con gli altri perché: «Se diciamo di essere in comunione con lui [Dio] e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato.» (1Gv. 1,6s).
Questa è la grande speranza! Che possa accedere in me ed in tutti questa nuova Pentecoste!
Questa è l'unica grande speranza di rinascita per l'Europa e l'Occidente. Occorre un nuovo Rinascimento, una nuova antropologia, che ponga l'uomo-Dio Gesù Cristo a metro e misura di tutta la creazione. Gesù, Figlio di Dio, è l'unico uomo libero, proprio perché consapevolmente ed esistenzialmente Figlio.
sabato 2 febbraio 2013
Finalmente il quadro del gender è completo!
C'è posto anche per i pedofili!
In questa improbabile sitemazione della materia l'articolo osserva che oltre alla riabilitazione della pedofilia il manuale afferma che nel caso in cui la persona sia completamente anaffettiva, la sua tendenza non sarà da considerarsi patologica. Al contrario il lutto diventa malattia. Il dolore provato per la perdita di un caro è considerato al pari della depressione. Sono state respinte, e quindi non considerate patologie, il “disturbo di dipendenza sessuale” e l’“alienazione parentale”, sindrome che affligge molti figli di separati.
In questo turbillon, quasi onirico, di new entry e di uscite clamorose dall'elenco delle malattie mentali (ma ce l'abbiamo un cervello, dato che l'uomo non è più il suo dato biologico?)alcuni esperti del settore osservano che «Un gruppo di psichiatri si mette d’accordo su una lista di comportamenti atipici e sul fatto che costituiscano un disturbo mentale. La creazione di nuove categorie è allora una specie di gioco da salotto priva di qualunque validità scientifica». Così, continua, l’insensibilità diventa «l’assetto ideale della normalità», mentre è «una pulsione d’annullamento» che ostacola la relazione umana derivando da «un fallimento dei rapporti inter-umani».
C'è da convenire con Benedetto XVI che «nella questione della famiglia non si tratta soltanto di una determinata forma sociale, ma della questione dell’uomo stesso – della questione di che cosa sia l’uomo e di che cosa occorra fare per essere uomini in modo giusto. Le sfide in questo contesto sono complesse. C’è anzitutto la questione della capacità dell’uomo di legarsi oppure della sua mancanza di legami.». In questa capacità di legarsi o meno sta la svolta antropologica del gender con tutte le catastrofiche conseguenza in cui esito ben è stato dipinto da Sartre: l'altro è il mio inferno! Se io "sono" in quanto progetto (pro-jectum = gettarsi avanti) cioè sono il prodotto del mio produrmi, l'altro non è che il limite bruciante delle mie pulsioni, della mia volontà di potenza. Allora la relazione "autentica" non sarà che una non-relazione cioè la "cosificazione" dell'altro, la sua riduzione a funzione/oggetto del mio progetto.
Come osserva però il Santo Padre: «Il rifiuto del legame umano, che si diffonde sempre più a causa di un’errata comprensione della libertà e dell’autorealizzazione, come anche a motivo della fuga davanti alla paziente sopportazione della sofferenza, significa che l’uomo rimane chiuso in se stesso e, in ultima analisi, conserva il proprio “io” per se stesso, non lo supera veramente. Ma solo nel dono di sé l’uomo raggiunge se stesso, e solo aprendosi all’altro, agli altri, ai figli, alla famiglia, solo lasciandosi plasmare nella sofferenza, egli scopre l’ampiezza dell’essere persona umana.».
domenica 11 novembre 2012
Il Particolare, l'universale e l'eros
Ho volutamente attribuito il maiuscolo al "Particolare" ed il minuscolo all' "universale".
La ragione di tale scelta sta nella volontà di evidenziare la parabola culturale dell'Occidente.
Occidente, terra dell'occaso (del tramonto), con l'illuminismo si è eletto "terra dei lumi" (della ragione) senza però il Lume. Come osserva Chesterton, però, un logos privo del Logos torna alle aporie del pensiero greco-romano classico anche se peggiorate.
Quando si parla di "ritorno" si vuole in realtà evidenziare l'analogia dell'esito, non certo quella delle modalità attuative. Infatti il pensiero greco ha fatto un grande dono all'umanità con la scoperta dell'universale del mondo delle idee.
La consapevolezza dei filosofi greci, anche se ancora incerta, che il reale fosse retto da una logica univoca (universo), è infatti pienamente "inverata e superata" dal pensiero ebraico-cristiano (per un approfondimento rimando al bellissimo saggio di Romano Guardini "La conversione di di Sant'Agostino" Ed. Morcelliana).
In questa prospettiva è veramente interessante la riflessione che Eloì Leclerc, sviluppa ne "IL popolo di Dio nella notte" (Biblioteca francescana edizioni, 1981).
«Israele non è il solo popolo che ha fatto approdare l'uomo all'universale. I filosofi greci hanno scoperto il «logos», la ragione, come dimensione essenziale e universale dell'uomo. E questa presa di coscienza fu anche un grande momento nella storia dell'uomo: una fortuna per l'umanità. Rivelandosi uomo in forza del possesso del «logos», cioè assieme della parola e dell'attitudine a cogliere l'essenza delle cose, l'uomo si elevava al disopra non solamente della natura e dell'animale ma anche dei suoi propri particolarismi. Egli si dava uno spazio umano universale. Tuttavia questa presa di coscienza dei filosofi greci aveva i suoi limiti. Non si può dimenticare che è proprio nel nome stesso della ragione e del suo valore superiore che questi filosofi giustificano la schiavitù. Perché, dicevano, se tutti gli uomini partecipano della ragione, non però vi partecipano ugualmente; essi non hanno dunque la stessa dignità. «Lo schiavo, scrive uno di essi, è un uomo che partecipa della ragione quanto basta per percepirla, ma non al punto di possederla veramente». Non c'è da sorprendersi che un tale ideale d'umanità abbia condotto l'intelligenza greca a una specie di inaridimento, del quale la sofistica e lo scetticismo furono i segni. L'ellenismo, proprio a motivo del suo razionalismo, si è allontanato sempre più dalle sorgenti profonde di comunione, e alla fine non poté resistere alle religioni misteriche, venute dall'Oriente e che rispondevano precisamente a questo bisogno di comunione.
Senza dubbio Platone aveva tentato di assumere Eros e di associarlo alla vita più alta dello spirito, orientandone le energie di comunione e di adorazione verso la contemplazione della bellezza soprasensibile. Ma l'Eros platonico è una forza ascensionale che non libera l'uomo se non strappandolo al mondo sensibile e vivente e a quello della storia. Esso non è, in fin dei conti, altra cosa che uno slancio entusiasta e lirico per il mondo delle Idee. Questo Eros celeste si perde in un universale astratto, lasciando lontano dietro a sé l'Eros terrestre, abbandonato al suo arcaismo. Questo non è salvato. Per quanto possa sembrarlo a prima vista, la teoria platonica dell'amore non abolisce l'innato dualismo che ispira tutto il pensiero del maestro. Esso non assume veramente il mondo della materia e della vita, con le sue forze oscure. L'amore, presso Platone, non si universalizza che disincarnandosi. Non è un amore degli esseri ma dell'Idea. Un tale amore ignora gli esseri nella loro storia personale e collettiva. A dire il vero, non conosce nessuno e non comunica con nessuno.
Era riservato a Israele d'aprire l'uomo all'universale personalizzandolo. I profeti ricollocano l'uomo al centro del suo essere vivente, nel punto più sensibile; lo riportano al suo proprio «cuore», là dove è veramente se stesso, con la sua vita segreta, dolorosa e appassionata, anche con tutte le sue possibilità di comunione. E proprio qui si conclude la Alleanza nuova, in un incontro singolare di tutto l'uomo con lo Spirito «patetico» di Jahvé.
Celebrando le nozze dello Spirito di Dio con il «cuore di carne», i profeti danno al nuovo popolo di Dio la dimensione dell'universale. Niente più lo limita né nello spazio né nel tempo. La discendenza d'Abramo può .mietere tutte le stelle del cielo. Essa è dovunque si trovano dei «cuori spezzati», aperti al grande stupore dello Spirito.»
Oggi l'accusa rivolta al cristianesimo da Nietzsche, cioè "che avrebbe dato da bere del veleno all'eros, che, pur non morendone, ne avrebbe tratto la spinta a degenerare in vizio", è diventata l'ultima frontiera con cui il pensiero debole ed anticristiano cerca di estirpare del mondo la salvezza cristiana.
La tesi esposta da Leclerc evidenzia il contrario e di fatto oggi ci troviamo nella posizione analoga ovvero un eros "non salvato" in quanto destrutturato (scisso dalla sua duplice realtà unitiva e procreativa), generalizzato (nel senso di gender, perciò de-naturalizzato). Siamo cioè di fronte ad un eros ancora una volta disincarnato e spersonalizzato.
Come opportunamente chiosa Leclerc «Un tale amore ignora gli esseri nella loro storia personale e collettiva. A dire il vero, non conosce nessuno e non comunica con nessuno».
Benedetto XVI nell'enciclica Deus Caritas est, scrive:«Ma è veramente così? Il cristianesimo ha davvero distrutto l'eros? Guardiamo al mondo pre-cristiano. I greci — senz'altro in analogia con altre culture — hanno visto nell'eros innanzitutto l'ebbrezza, la sopraffazione della ragione da parte di una « pazzia divina » che strappa l'uomo alla limitatezza della sua esistenza e, in questo essere sconvolto da una potenza divina, gli fa sperimentare la più alta beatitudine. Tutte le altre potenze tra il cielo e la terra appaiono, così, d'importanza secondaria: « Omnia vincit amor », afferma Virgilio nelle Bucoliche — l'amore vince tutto — e aggiunge: « et nos cedamus amori » — cediamo anche noi all'amore.[2] Nelle religioni questo atteggiamento si è tradotto nei culti della fertilità, ai quali appartiene la prostituzione « sacra » che fioriva in molti templi. L'eros venne quindi celebrato come A questa forma di religione, che contrasta come potentissima tentazione con la fede nell'unico Dio, l'Antico Testamento si è opposto con massima fermezza, combattendola come perversione della religiosità. Con ciò però non ha per nulla rifiutato l'eros come tale, ma ha dichiarato guerra al suo stravolgimento distruttore, poiché la falsa divinizzazione dell'eros, che qui avviene, lo priva della sua dignità, lo disumanizza. Infatti, nel tempio, le prostitute, che devono donare l'ebbrezza del Divino, non vengono trattate come esseri umani e persone, ma servono soltanto come strumenti per suscitare la « pazzia divina »: in realtà, esse non sono dee, ma persone umane di cui si abusa. Per questo l'eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, « estasi » verso il Divino, ma caduta, degradazione dell'uomo. Così diventa evidente che l'eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all'uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell'esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende.» (Deus Caritas est,4).
Prosegue Benedetto XVI «Oggi non di rado si rimprovera al cristianesimo del passato di esser stato avversario della corporeità; di fatto, tendenze in questo senso ci sono sempre state. Ma il modo di esaltare il corpo, a cui noi oggi assistiamo, è ingannevole. L'eros degradato a puro « sesso » diventa merce, una semplice « cosa » che si può comprare e vendere, anzi, l'uomo stesso diventa merce. In realtà, questo non è proprio il grande sì dell'uomo al suo corpo. Al contrario, egli ora considera il corpo e la sessualità come la parte soltanto materiale di sé da adoperare e sfruttare con calcolo. Una parte, peraltro, che egli non vede come un ambito della sua libertà, bensì come un qualcosa che, a modo suo, tenta di rendere insieme piacevole ed innocuo. In realtà, ci troviamo di fronte ad una degradazione del corpo umano, che non è più integrato nel tutto della libertà della nostra esistenza, non è più espressione viva della totalità del nostro essere, ma viene come respinto nel campo puramente biologico. L'apparente esaltazione del corpo può ben presto convertirsi in odio verso la corporeità. La fede cristiana, al contrario, ha considerato l'uomo sempre come essere uniduale, nel quale spirito e materia si compenetrano a vicenda sperimentando proprio così ambedue una nuova nobiltà. Sì, l'eros vuole sollevarci « in estasi » verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni.» (ivi, 6).
In effetti la mercificazione del sesso, la cosificazione del rapporto, la rappresentazione della corporeità astratta dalle sue caratteristiche biologiche, sono chiari segni di una ragione schizofrenica da un lato tanto interessata alla scienza ed alla conoscenza delle leggi della natura quanto, in realtà, tutta impegnata a negare la natura mediante una tecnologia capace di manipolare il reale fino a ricrearlo. Questa illusione prometeica più che salvezza per l'eros e per l'umano è in realtà disumanizzante.
Scrive Benedetto XVI «L'aspetto filosofico e storico-religioso da rilevare in questa visione della Bibbia sta nel fatto che, da una parte, ci troviamo di fronte ad un'immagine strettamente metafisica di Dio: Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere; ma questo principio creativo di tutte le cose — il Logos, la ragione primordiale — è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore. In questo modo l'eros è nobilitato al massimo, ma contemporaneamente così purificato da fondersi con l'agape. Da ciò possiamo comprendere che la ricezione del Cantico dei Cantici nel canone della Sacra Scrittura sia stata spiegata ben presto nel senso che quei canti d'amore descrivono, in fondo, il rapporto di Dio con l'uomo e dell'uomo con Dio. In questo modo il Cantico dei Cantici è diventato, nella letteratura cristiana come in quella giudaica, una sorgente di conoscenza e di esperienza mistica, in cui si esprime l'essenza della fede biblica: sì, esiste una unificazione dell'uomo con Dio — il sogno originario dell'uomo –, ma questa unificazione non è un fondersi insieme, un affondare nell'oceano anonimo del Divino; è unità che crea amore, in cui entrambi — Dio e l'uomo — restano se stessi e tuttavia diventano pienamente una cosa sola: « Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito », dice san Paolo (1 Cor 6, 17).» (Deus caritas est, 10). Prosegue Benedetto XVI: «Due sono qui gli aspetti importanti: l'eros è come radicato nella natura stessa dell'uomo; Adamo è in ricerca e « abbandona suo padre e sua madre » per trovare la donna; solo nel loro insieme rappresentano l'interezza dell'umanità, diventano « una sola carne ». Non meno importante è il secondo aspetto: in un orientamento fondato nella creazione, l'eros rimanda l'uomo al matrimonio, a un legame caratterizzato da unicità e definitività; così, e solo così, si realizza la sua intima destinazione. All'immagine del Dio monoteistico corrisponde il matrimonio monogamico. Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l'icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell'amore umano. Questo stretto nesso tra eros e matrimonio nella Bibbia quasi non trova paralleli nella letteratura al di fuori di essa.» (Deus caritas est, 11).
E' in Gesù che questo eros-agape trova in suo compimento. Scrive Benedetto XVI: «Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo — amore, questo, nella sua forma più radicale. Lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo, di cui parla Giovanni (cfr 19, 37), comprende ciò che è stato il punto di partenza di questa Lettera enciclica: « Dio è amore » (1 Gv 4, 8). È lì che questa verità può essere contemplata. E partendo da lì deve ora definirsi che cosa sia l'amore. A partire da questo sguardo il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare.»(Deus caritas est, 12).
Guarderanno a colui che hanno trafitto! (Zc 12,10; Gv 19,37). Questo è l'augurio che rivolgo a tutti voi ed a me per primo. Perché questo è l'unico amore che ha vinto la morte! Gesù Cristo è risorto! Egli ha vinto tutto quello che ci separa, che ci cosifica, che ci mortifica. Solo questo Amore ha la capacità di unificare ciascuno di noi ponendoci al contempo in reale comunione/comunicazione con gli altri. Ognuno di noi vale il Suo sangue! In lui l'universale si è fatto "carne amante" e nella Sua carne il particolare, il finito, ha accesso all'Amore autentico alla Vita Beata che è l'universale amante da noi amato.