domenica 11 novembre 2012

Il Particolare, l'universale e l'eros

Ho volutamente attribuito il maiuscolo al "Particolare" ed il minuscolo all' "universale".
La ragione di tale scelta sta nella volontà di evidenziare la parabola culturale dell'Occidente.
Occidente, terra dell'occaso (del tramonto), con l'illuminismo si è eletto "terra dei lumi" (della ragione) senza però il Lume. Come osserva Chesterton, però, un logos privo del Logos torna alle aporie del pensiero greco-romano classico anche se peggiorate.
Quando si parla di "ritorno" si vuole in realtà evidenziare l'analogia dell'esito, non certo quella delle modalità attuative. Infatti il pensiero greco ha fatto un grande dono all'umanità con la scoperta dell'universale del mondo delle idee.
La consapevolezza dei filosofi greci, anche se ancora incerta, che il reale fosse retto da una logica univoca (universo), è infatti pienamente "inverata e superata" dal pensiero ebraico-cristiano (per un approfondimento rimando al bellissimo saggio di Romano Guardini "La conversione di di Sant'Agostino" Ed. Morcelliana).

In questa prospettiva è veramente interessante la riflessione che Eloì Leclerc, sviluppa ne "IL popolo di Dio nella notte" (Biblioteca francescana edizioni, 1981).

«Israele non è il solo popolo che ha fatto approdare l'uomo all'universale. I filosofi greci hanno scoperto il «logos», la ragione, come dimensione essenziale e universale dell'uomo. E questa presa di coscienza fu anche un grande momento nella storia dell'uomo: una fortuna per l'umanità. Rivelandosi uomo in forza del possesso del «logos», cioè assieme della parola e dell'attitudine a cogliere l'essenza delle cose, l'uomo si elevava al disopra non solamente della natura e dell'animale ma anche dei suoi propri particolarismi. Egli si dava uno spazio umano universale. Tuttavia questa presa di coscienza dei filosofi greci aveva i suoi limiti. Non si può dimenticare che è proprio nel nome stesso della ragione e del suo valore superiore che questi filosofi giustificano la schiavitù. Perché, dicevano, se tutti gli uomini partecipano della ragione, non però vi partecipano ugualmente; essi non hanno dunque la stessa dignità. «Lo schiavo, scrive uno di essi, è un uomo che partecipa della ragione quanto basta per percepirla, ma non al punto di possederla veramente». Non c'è da sorprendersi che un tale ideale d'umanità abbia condotto l'intelligenza greca a una specie di inaridimento, del quale la sofistica e lo scetticismo furono i segni. L'ellenismo, proprio a motivo del suo razionalismo, si è allontanato sempre più dalle sorgenti profonde di comunione, e alla fine non poté resistere alle religioni misteriche, venute dall'Oriente e che rispondevano precisamente a questo bisogno di comunione.
Senza dubbio Platone aveva tentato di assumere Eros e di associarlo alla vita più alta dello spirito, orientandone le energie di comunione e di adorazione verso la contemplazione della bellezza soprasensibile. Ma l'Eros platonico è una forza ascensionale che non libera l'uomo se non strappandolo al mondo sensibile e vivente e a quello della storia. Esso non è, in fin dei conti, altra cosa che uno slancio entusiasta e lirico per il mondo delle Idee. Questo Eros celeste si perde in un universale astratto, lasciando lontano dietro a sé l'Eros terrestre, abbandonato al suo arcaismo. Questo non è salvato. Per quanto possa sembrarlo a prima vista, la teoria platonica dell'amore non abolisce l'innato dualismo che ispira tutto il pensiero del maestro. Esso non assume veramente il mondo della materia e della vita, con le sue forze oscure. L'amore, presso Platone, non si universalizza che disincarnandosi. Non è un amore degli esseri ma dell'Idea. Un tale amore ignora gli esseri nella loro storia personale e collettiva. A dire il vero, non conosce nessuno e non comunica con nessuno.
Era riservato a Israele d'aprire l'uomo all'universale personalizzandolo. I profeti ricollocano l'uomo al centro del suo essere vivente, nel punto più sensibile; lo riportano al suo proprio «cuore», là dove è veramente se stesso, con la sua vita segreta, dolorosa e appassionata, anche con tutte le sue possibilità di comunione. E proprio qui si conclude la Alleanza nuova, in un incontro singolare di tutto l'uomo con lo Spirito «patetico» di Jahvé.
Celebrando le nozze dello Spirito di Dio con il «cuore di carne», i profeti danno al nuovo popolo di Dio la dimensione dell'universale. Niente più lo limita né nello spazio né nel tempo. La discendenza d'Abramo può .mietere tutte le stelle del cielo. Essa è dovunque si trovano dei «cuori spezzati», aperti al grande stupore dello Spirito.
»

Oggi l'accusa rivolta al cristianesimo da Nietzsche, cioè "che avrebbe dato da bere del veleno all'eros, che, pur non morendone, ne avrebbe tratto la spinta a degenerare in vizio", è diventata l'ultima frontiera con cui il pensiero debole ed anticristiano cerca di estirpare del mondo la salvezza cristiana.
La tesi esposta da Leclerc evidenzia il contrario e di fatto oggi ci troviamo nella posizione analoga ovvero un eros "non salvato" in quanto destrutturato (scisso dalla sua duplice realtà unitiva e procreativa), generalizzato (nel senso di gender, perciò de-naturalizzato). Siamo cioè di fronte ad un eros ancora una volta disincarnato e spersonalizzato.
Come opportunamente chiosa Leclerc «Un tale amore ignora gli esseri nella loro storia personale e collettiva. A dire il vero, non conosce nessuno e non comunica con nessuno».

Benedetto XVI nell'enciclica Deus Caritas est, scrive:«Ma è veramente così? Il cristianesimo ha davvero distrutto l'eros? Guardiamo al mondo pre-cristiano. I greci — senz'altro in analogia con altre culture — hanno visto nell'eros innanzitutto l'ebbrezza, la sopraffazione della ragione da parte di una « pazzia divina » che strappa l'uomo alla limitatezza della sua esistenza e, in questo essere sconvolto da una potenza divina, gli fa sperimentare la più alta beatitudine. Tutte le altre potenze tra il cielo e la terra appaiono, così, d'importanza secondaria: « Omnia vincit amor », afferma Virgilio nelle Bucoliche — l'amore vince tutto — e aggiunge: « et nos cedamus amori » — cediamo anche noi all'amore.[2] Nelle religioni questo atteggiamento si è tradotto nei culti della fertilità, ai quali appartiene la prostituzione « sacra » che fioriva in molti templi. L'eros venne quindi celebrato come A questa forma di religione, che contrasta come potentissima tentazione con la fede nell'unico Dio, l'Antico Testamento si è opposto con massima fermezza, combattendola come perversione della religiosità. Con ciò però non ha per nulla rifiutato l'eros come tale, ma ha dichiarato guerra al suo stravolgimento distruttore, poiché la falsa divinizzazione dell'eros, che qui avviene, lo priva della sua dignità, lo disumanizza. Infatti, nel tempio, le prostitute, che devono donare l'ebbrezza del Divino, non vengono trattate come esseri umani e persone, ma servono soltanto come strumenti per suscitare la « pazzia divina »: in realtà, esse non sono dee, ma persone umane di cui si abusa. Per questo l'eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, « estasi » verso il Divino, ma caduta, degradazione dell'uomo. Così diventa evidente che l'eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all'uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell'esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende.» (Deus Caritas est,4).
Prosegue Benedetto XVI «Oggi non di rado si rimprovera al cristianesimo del passato di esser stato avversario della corporeità; di fatto, tendenze in questo senso ci sono sempre state. Ma il modo di esaltare il corpo, a cui noi oggi assistiamo, è ingannevole. L'eros degradato a puro « sesso » diventa merce, una semplice « cosa » che si può comprare e vendere, anzi, l'uomo stesso diventa merce. In realtà, questo non è proprio il grande sì dell'uomo al suo corpo. Al contrario, egli ora considera il corpo e la sessualità come la parte soltanto materiale di sé da adoperare e sfruttare con calcolo. Una parte, peraltro, che egli non vede come un ambito della sua libertà, bensì come un qualcosa che, a modo suo, tenta di rendere insieme piacevole ed innocuo. In realtà, ci troviamo di fronte ad una degradazione del corpo umano, che non è più integrato nel tutto della libertà della nostra esistenza, non è più espressione viva della totalità del nostro essere, ma viene come respinto nel campo puramente biologico. L'apparente esaltazione del corpo può ben presto convertirsi in odio verso la corporeità. La fede cristiana, al contrario, ha considerato l'uomo sempre come essere uniduale, nel quale spirito e materia si compenetrano a vicenda sperimentando proprio così ambedue una nuova nobiltà. Sì, l'eros vuole sollevarci « in estasi » verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni.» (ivi, 6).

In effetti la mercificazione del sesso, la cosificazione del rapporto, la rappresentazione della corporeità astratta dalle sue caratteristiche biologiche, sono chiari segni di una ragione schizofrenica da un lato tanto interessata alla scienza ed alla conoscenza delle leggi della natura quanto, in realtà, tutta impegnata a negare la natura mediante una tecnologia capace di manipolare il reale fino a ricrearlo. Questa illusione prometeica più che salvezza per l'eros e per l'umano è in realtà disumanizzante.

Scrive Benedetto XVI «L'aspetto filosofico e storico-religioso da rilevare in questa visione della Bibbia sta nel fatto che, da una parte, ci troviamo di fronte ad un'immagine strettamente metafisica di Dio: Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere; ma questo principio creativo di tutte le cose — il Logos, la ragione primordiale — è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore. In questo modo l'eros è nobilitato al massimo, ma contemporaneamente così purificato da fondersi con l'agape. Da ciò possiamo comprendere che la ricezione del Cantico dei Cantici nel canone della Sacra Scrittura sia stata spiegata ben presto nel senso che quei canti d'amore descrivono, in fondo, il rapporto di Dio con l'uomo e dell'uomo con Dio. In questo modo il Cantico dei Cantici è diventato, nella letteratura cristiana come in quella giudaica, una sorgente di conoscenza e di esperienza mistica, in cui si esprime l'essenza della fede biblica: sì, esiste una unificazione dell'uomo con Dio — il sogno originario dell'uomo –, ma questa unificazione non è un fondersi insieme, un affondare nell'oceano anonimo del Divino; è unità che crea amore, in cui entrambi — Dio e l'uomo — restano se stessi e tuttavia diventano pienamente una cosa sola: « Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito », dice san Paolo (1 Cor 6, 17).» (Deus caritas est, 10). Prosegue Benedetto XVI: «Due sono qui gli aspetti importanti: l'eros è come radicato nella natura stessa dell'uomo; Adamo è in ricerca e « abbandona suo padre e sua madre » per trovare la donna; solo nel loro insieme rappresentano l'interezza dell'umanità, diventano « una sola carne ». Non meno importante è il secondo aspetto: in un orientamento fondato nella creazione, l'eros rimanda l'uomo al matrimonio, a un legame caratterizzato da unicità e definitività; così, e solo così, si realizza la sua intima destinazione. All'immagine del Dio monoteistico corrisponde il matrimonio monogamico. Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l'icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell'amore umano. Questo stretto nesso tra eros e matrimonio nella Bibbia quasi non trova paralleli nella letteratura al di fuori di essa.» (Deus caritas est, 11).

E' in Gesù che questo eros-agape trova in suo compimento. Scrive Benedetto XVI: «Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo — amore, questo, nella sua forma più radicale. Lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo, di cui parla Giovanni (cfr 19, 37), comprende ciò che è stato il punto di partenza di questa Lettera enciclica: « Dio è amore » (1 Gv 4, 8). È lì che questa verità può essere contemplata. E partendo da lì deve ora definirsi che cosa sia l'amore. A partire da questo sguardo il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare.»(Deus caritas est, 12).

Guarderanno a colui che hanno trafitto! (Zc 12,10; Gv 19,37). Questo è l'augurio che rivolgo a tutti voi ed a me per primo. Perché questo è l'unico amore che ha vinto la morte! Gesù Cristo è risorto! Egli ha vinto tutto quello che ci separa, che ci cosifica, che ci mortifica. Solo questo Amore ha la capacità di unificare ciascuno di noi ponendoci al contempo in reale comunione/comunicazione con gli altri. Ognuno di noi vale il Suo sangue! In lui l'universale si è fatto "carne amante" e nella Sua carne il particolare, il finito, ha accesso all'Amore autentico alla Vita Beata che è l'universale amante da noi amato.

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