G. K. Chesterton è certamente uno degli uomini più perspicaci del XX secolo. Nato nel 1874 ha saputo, con ironia e lucida intelligenza, mettere a nudo i limiti del pensiero moderno anticristiano ma soprattutto “suicida” più che “debole”, come si suole definire in certi ambienti. Infatti Chesterton non è preoccupato dall’anticristianesimo del moderno razionalismo ma preoccupato per la salute della Ragione stessa ritenendo che vada difesa da se stessa.
Nel secondo capitolo del libro “Ortodossia” Chesterton, prendendo a spunto l’affermazione di un suo amico editore che asseriva «Quell’uomo farà strada perché crede in se stesso», afferma che i manicomi sono pieni di uomini che credono fermamente in se stessi. Ovvero, fuor di metafora, una Regione che crede fermamente in se stessa ha come esito la pazzia, ovvero la sua distruzione per troppa logicità. A tal proposito scrive con profonda arguzia:
“Il fatto in sé è semplice. La poesia è sana perché galleggia con facilità nel mare dell’infinito; la ragione tenta di attraversare il mare dell’infinito per renderlo finito. Il risultato è l’esaurimento nervoso, come l’esaurimento fisico di Holbein. Accettare ogni cosa è un esercizio, capire ogni cosa è uno sforzo. Il poeta desidera solamente l’esaltazione e l’espansione, un mondo entro cui espandersi. Il poeta chiede solo di levare la propria testa fino ai cieli. È il logico che cerca di spingere i cieli dentro la sua testa. Ed è la sua testa a spaccarsi. (…) L’ultima cosa che si può dire di un pazzo è che le sue azioni siano senza causa. (…) Il pazzo non è l’uomo che ha perso la ragione. Il pazzo è l’uomo che ha perso tutto tranne la ragione.” (G.K. Chesterton, Ortodossia, ed. Lindau, 2010, p. 22 e ss.).
In questo senso egli paragona il suo tempo, che è ancora il nostro ed in questo è a mio avviso davvero profetico, come il luogo del “suicidio del pensiero”. Chesterton ribadisce infatti che sua intenzione “non era quella di attaccare l’autorità della ragione; piuttosto l’obiettivo ultimo è di difenderla. Perché ha bisogno di essere difesa. L’intero mondo moderno è in guerra con la ragione, e la torre già vacilla.” (ivi, p. 44).
Un esempio di questo “vacillare” della ragione è l’evoluzionismo.
“L’evoluzione è un buon esempio di quella moderna intelligenza che, se distrugge qualcosa, è se stessa. L’evoluzione è un’innocente descrizione scientifica di come sono nate certe cose terrene; oppure, se è più di questo, è un attacco al pensiero stesso. Se c’è qualcosa che l’evoluzione distrugge, non è la religione, ma il razionalismo. Se l’evoluzione vuol dire semplicemente che una cosa materiale nota come scimmia è diventata molto lentamente una cosa materiale nota come uomo, non provoca l’ortodosso più convinto, perché un Dio personale potrebbe fare le cose sia lentamente sia velocemente, specialmente se, come il Dio cristiano, fosse al di fuori del tempo. Ma se significa qualcosa di più, vuol dire che non esiste una scimmia da cambiare, né un uomo in cui essa debba essere trasformata. Significa che non esiste niente. Al massimo, esiste una sola cosa, e cioè un flusso di tutto e di niente. Questo è un attacco non alla fede, ma all’intelligenza; non si può pensare se non ci sono cose a cui pensare. Non si può pensare se non si è separati dall’oggetto preso in considerazione dal pensiero. Cartesio diceva: «Penso, dunque sono». Il filosofo evoluzionista capovolge l’epigramma al negativo e dice: «Non sono, dunque non posso pensare».” (ivi, p. 47s.).
La ragione profonda di tale giusta osservazione critica sull’evoluzionismo è l’evidenza che "il mondo moderno non è cattivo; in un certo senso è perfino troppo buono. È pieno di virtù incontrollate e sprecate. Quando un sistema religioso viene mandato in frantumi (così come la cristianità è stata mandata in frantumi dalla Riforma), non sono solo i vizi a venir messi in libertà. I vizi, in effetti, vengono lasciati in libertà, e vanno in giro a fare danni. Ma anche le virtù vengono liberate; e le virtù vanno in giro in maniera più sregolata, e arrecano danni più terribili. Il mondo moderno è pieno di antiche virtù cristiane impazzite. Le virtù sono impazzite perché sono state isolate l’una dall’altra e stanno vagando sole." (p. 40 e s).
A questo mondo moderno manca in particolare la virtù dell’umiltà che per Chesterton è la virtù cristiana per eccellenza. “La civiltà scoprì l’umiltà cristiana per la stessa impellente ragione per cui scopri la fede e la carità, ovvero perché se non l’avesse scoperta, la civiltà cristiana sarebbe morta. (…) Ora, la scoperta psicologica si riduce a questo: benché sì ritenesse che il massimo godimento fosse possibile solo estendendo il nostro ego all’infinito, la verità è che il massimo godimento è possibile solo azzerando il nostro ego.” (G.K. Chesterton, Eretici, ed. Lindau, 2010, p. 132 e ss.).
Lo stesso accade con il pensiero. “Ma ciò di cui soffriamo oggigiorno è l’umiltà fuori posto. La modestia ha abbandonato l’organo dell’ambizione e si è insediata nell’organo della convinzione; là dove non ci si aspettava che sarebbe finita. Ci si aspettava che l’uomo nutrisse dei dubbi su se stesso, non che dubitasse della verità, ma la cosa è stata completamente capovolta. Oggigiorno la parte di sé che un uomo fa valere è esattamente la parte che non dovrebbe far valere. La parte di cui dubita è esattamente la parte di cui non dovrebbe dubitare: la Ragione Divina. Huxley predicava un’umiltà che fosse soddisfatta di imparare dalla natura. Ma il nuovo scettico è talmente umile che dubita perfino di poter imparare. Perciò ci sbaglieremmo se dicessimo frettolosamente che non esiste un’umiltà tipica della nostra epoca. La verità è che esiste una vera umiltà tipica della nostra epoca, ma in pratica è un’umiltà più dannosa delle più estreme prostrazioni ascetiche. L’umiltà di una volta era uno sperone che impediva all’uomo di fermarsi non un chiodo nello stivale che gli impedisce di andare avanti. Perché l’umiltà di una volta faceva sì che l’uomo avesse dei dubbi sui suoi sforzi, cosa che poteva spingerlo a lavorare ancora più sodo. Ma la nuova umiltà fa sì che l’uomo nutra dei dubbi sui propri obiettivi, cosa che lo porterà a smettere del tutto di lavorare.” (G.K. Chesterton, Ortodossia, ed. Lindau, 2010, p. 43 e s.).
E’ proprio questo nutrire dubbi sugli obiettivi, sul “senso” della realtà e in particolare sul suo senso ultimo, che è il “suicidio del pensiero”, il suo cortocircuito.
E’ questo “cortocircuito” del pensiero l’approccio tipico del matematico Odifreddi il quale nel suo blog nell’articolo d’apertura, che è anche il suo programma, intitolato “Il non-senso della vita”, afferma: “Guardandosi attorno, ci si accorge che la grandiosità delle domande che la gente si pone è inversamente proporzionale alla loro capacità di capire le eventuali risposte. Le cosiddette “domande di senso” costituiscono l’esempio tipico: invece di domandarsi come funziona un telefonino, ci si chiede qual è il senso della vita. E non ci si accontenta della risposta che non solo il senso non c’è, ma che non ha neppure senso chiedersi se ci sia. A voler essere sensati, bisognerebbe precisare che il senso è una proprietà delle frasi del linguaggio, e non delle cose del mondo. Chiedersi qual è il senso della vita è come chiedersi che colore abbia, o quale sia il senso di un elettrone. Purtroppo, meno le domande sono sensate, e più suonano bene: non a caso se le pongono i poeti, i romanzieri, i teologi e i filosofi, che in vari gradi si interessano di letteratura fantastica.”.
Questa affermazione è palesemente falsa, ma apparentemente “funziona”. Falsa perché riduce il senso a coerenza del linguaggio; come se il linguaggio, che è un “medio”, prescindesse da ciò che nomina. O meglio riducesse a sé ciò che è da esso nominato. Vale qui quanto afferma Chesterton: “Si dice spesso che gli uomini dotti non riescano a trovare una risposta all’enigma della religione. Ma il problema dei nostri intellettuali non è che non riescono a trovare la risposta, è che non riescono a vedere nemmeno l’enigma. Sono come bambini talmente stupidi da non notare niente di paradossale quando affermano giocosamente che una porta non è una porta.” (G.K. Chesterton, Ortodossia, ed. Lindau, 2010, p. 44 e s.).
In sostanza si può dire ad Odifreddi e compagni che “La ragione in se stessa è una questione di fede. È un atto di fede affermare che i nostri pensieri non abbiano una qualsiasi relazione con la realtà. Se si è veri scettici, prima o poi ci si deve porre la domanda: «Perché una qualsiasi cosa dovrebbe essere giusta, perfino l’osservazione e la deduzione? Perché la buona logica non dovrebbe essere fuorviante come la cattiva logica? Entrambe sono movimenti nel cervello di una scimmia confusa». Lo scettico moderno dice: «Ho il diritto di pensare con la mia testa». Ma lo scettico di una volta, lo scettico assoluto, dice: «Non ho il diritto di pensare con la mia testa. Non ho nessun diritto di pensare».” (ivi p. 45 e s.).
Tirare in ballo Kurt Gödel ed i suoi teoremi dell’incompletezza come esempi che dimostrano che non tutte le domande sensate ammettono risposta, poiché non possono essere né dimostrate né refutate , come fa Odifreddi, che pure è un matematico, per “giocare” sul non senso oltre che sciocco è pure “indegno” per uno studioso di matematica. Gödel con i suoi teoremi afferma l’esatto contrario. Io che non sono matematico e quindi ho meno possibilità di Odifreddi, stando a quanto asserito da Chesterton, di divenire pazzo, leggo su wikipedia e quindi, con beneficio di inventario: “Merito di Gödel fu dunque l'aver esibito tale proposizione e la vera potenza di tale teorema è che vale "per ogni teoria affine", cioè per qualsiasi teoria formalizzata, forte quanto l'aritmetica elementare. In particolare Gödel dimostrò che l'aritmetica stessa risulta incompleta: vi sono dunque delle realtà vere ma non dimostrabili“ (wikipedia).
In questo senso è più naturale concludere per il teismo che per l’ateismo non vi pare? O meglio l’uno e l’altro non sono che atti di fede. A maggior ragione se assumiamo il secondo teorema di Gödel dato che: “Nessun sistema coerente può essere utilizzato per dimostrare la sua stessa coerenza.” (wikipedia).
Le affermazioni di Gödel non possono essere utilizzare fuori dal loro contesto ed assolutizzate come fa Odifreddi perché fanno dire a Gödel più di quello che egli pensi veramente. Se poi chiedersi il senso delle cose possa essere un esercizio inutile ciò contraddice al principio del sapere che è per Aristotele lo stupore, la meraviglia, la curiosità, tutte posizioni psicologiche che presuppongono una questione di senso da risolvere e dunque il progresso stesso del sapere. Come dice Chesterton in altre parole è l’umiltà che manca al nostro tempo, è la vera umiltà ciò che ti manca caro Odifreddi.
Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. (Rm. 12,2)
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domenica 24 luglio 2011
sabato 5 marzo 2011
RAGIONE E FEDE
Agli amici atei tipo Odifreddi e Margherita Hack.
«Il vizio del moderno concetto di progresso mentale è che è sempre qualcosa che ha a che fare con legami spezzati, confini cancellati e dogmi rifiutati. Ma se esiste qualcosa come la crescita intellettuale, deve trattarsi di una crescita verso convinzioni sempre più definite, verso dogmi sempre più numerosi. Il cervello umano è una macchina per giungere a conclusioni; se non può farlo, si arrugginisce. Quando sentiamo parlare di un uomo troppo intelligente per credere, sentiamo parlare di qualcosa che potremmo quasi definire una contraddizione in termini. È come sentire parlare di un chiodo che era troppo perfetto per tenere fermo un tappeto, o di un chiavistello che era troppo forte per tenere chiusa una porta.» (Chesterton, Eretici)
«Il vizio del moderno concetto di progresso mentale è che è sempre qualcosa che ha a che fare con legami spezzati, confini cancellati e dogmi rifiutati. Ma se esiste qualcosa come la crescita intellettuale, deve trattarsi di una crescita verso convinzioni sempre più definite, verso dogmi sempre più numerosi. Il cervello umano è una macchina per giungere a conclusioni; se non può farlo, si arrugginisce. Quando sentiamo parlare di un uomo troppo intelligente per credere, sentiamo parlare di qualcosa che potremmo quasi definire una contraddizione in termini. È come sentire parlare di un chiodo che era troppo perfetto per tenere fermo un tappeto, o di un chiavistello che era troppo forte per tenere chiusa una porta.» (Chesterton, Eretici)
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lunedì 10 maggio 2010
G. K. Chesterton - considerazioni profetiche - 1
La Chiesa Cattolica, Dove tutte le verità si danno appuntamento (ed. Lindau, ed. febbraio 2010, pp. 117, con prefazione a cura di Marco Sermarini) è un'agevole quanto piacevole opuscolo che narra il percorso della conversione alla Chiesa Cattolica dell'autore. Al contempo però è una miniera di sorprendenti considerazioni sul nostro tempo e sulle ovvietà dei detrattori della fede cattolica.
Una prima asserzione profetica: La Chiesa è l'unica a difendere qualsiasi cosa nel momento in cui è stupidamente disprezzata. E già ora sta facendo suo il ruolo di unico campione della ragione nel XX secolo, come nel XIX lo è stata della tradizione. (p. 19).
Già Papa Giovanni Paolo II con il suo lungo magistero, ricordo per tutti i suoi pronunciamenti la splendida enciclica Fides et Ratio, ed ancor più ora, con Papa Benedetto XVI, emerge in tutta evidenza la verità di questa affermazione di Chesterton. Il Magistrale discorso di Ratisbona del 2006 in cui si pone con forza lo stretto legame tra fede e ragione, un legame direi ontologico: "non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio" è certamente, al di là della polemica montatura dei paesi mussulmani, una bella sfida che avrebbe dovuto far riflettere l'Occidente ed il suo presunto "razionalismo" di cui Margherita Hack. Odifreddi e compagnia cantando si beano di rappresentare, quando a bella posta parlano di oscurantismo della fede. Ma su tale tema ho già fatto alcune considerazioni cui rimando (Perchè l'ateismo non è scientifico, ma un atto di fede nel nulla.).
Mi preme qui osservare la luminosità dell'esempio addotto da Chesterton a dimostrazione dell'assunto che la Chiesa è l'unica a difendere qualsiasi cosa nel momento in cui è stupidamente attaccata e sottolineo lo "stupidamente". E qui il mio pensiero corre all'aborto, all'eutanasia, all'eugenetica, al divorzio stesso. Sorprende piacevolmente invece come l'esempio addotto dall'autore è la difesa della "tradizione", tipico argomento dei protestanti (ricorderete il luterano sola scriptura, sola fide).
Giova ricordare che per Chesterton "il marchio della Fede non è la tradizione: è la conversione." (p. 20), dato che il Cattolicesimo è di per sé una novità nel senso che sempre "agisce nel suo ambiente con la forza e la freschezza tipici di una cosa nuova." (p. 13). Anche in questa affermazione c'è un'assonanza con una riflessione di Papa Ratzinger sulla fede: «In quell’epoca [immediatamente dopo il Concilio] io avevo inviato un piccolo lavoro ad Hans Urs von Balthasar, il quale come sempre mi ringraziò immediatamente con un cartoncino ed al ringraziamento aggiunse una frase pregnante che per me divenne indimenticabile: non presupporre, ma proporre la fede. Fu un imperativo che mi colpì. L’ampio spaziare in nuovi campi era buono e necessario, ma solo a partire dal presupposto che esso stesso traesse origine dalla luce centrale della fede e da questa luce fosse sostenuto. La fede non ha permanenza di per se stessa. Non la si può mai semplicemente presupporre come una cosa già in se conclusa. Deve continuamente essere rivissuta. E poiché è un atto, che abbraccia tutte le dimensioni della nostra esistenza, deve anche essere sempre ripensata e sempre di nuovo testimoniata» (da La fede della Chiesa di Roma, dell’allora cardinal Joseph Ratzinger, durante il Sinodo Romano, il 18 gennaio 1993, relazione tenuta per presentare il Catechismo della Chiesa Cattolica. Il testo è apparso sui Quaderni-Nuova Serie del Sinodo Romano, n.2, Vicariato di Roma, 1993, pp. 67-73).
La tradizione è dunque la possibilità della ripresa per il singolo, del farsi contemporaneo con Cristo, della sequela personale in una compagnia che è la Chiesa Cattolica.
Tornando alle osservazioni di Chesterton circa "il disinteresse del XIX secolo per la tradizione e la sua fissazione per i documenti" egli conclude che sono entrambe "assurdi" (p. 19). Il paragone addotto è adamantino nella sua arguzia: "Era come dire che gli uomini mentono sempre ai bambini, ma non sbagliano mai nello scrivere i libri." (p.19 s.).
Infatti se come dicono i protestanti la tradizione cattolica (la Chiesa Cattolica) ha adulterato, falsificato, il vero significato della Sacra Scrittura (il che equivale a dire "gli uomini mentono sempre ai bambini") come mai gli stessi uomini, la Chiesa Cattolica, (dato che, come osservava Tertulliano nella Prescrizione contro gli eretici, essi l'hanno scritta, a loro appartiene) quando scrive non mente? (il che equivale "ma non sbagliano mai nello scrivere i libri?"). Sembra un'ovvietà eppure di questi "errori palesi" è zeppa l'acrimonia anti-cattolica.
Del resto è evidente che chi comincia a minare la bona fide della tradizione, ad ingenerare una cultura del sospetto, prima o poi arriva a minare le sue stesse basi: quelle della Scrittura. E' evidente il pantano in cui versa l'attuale esegesi biblica.
Osserva a tal proposito Chesterton: "Perchè mai l'uomo della strada dovrebbe dire che un particolare rotolo non è una stupidaggine, bensì l'unica verità sulla base della quale ogni altra cosa cosa va condannata? Perchè venerare i rotoli non dovrebbe essere altrettanto supestizioso che venerare le statue di quella particolare processione?" (p. 28), dato che si tratta di un rotolo "che era sempre appartenuto a loro e che aveva sempre fatto parte dei loro trucchi, se di trucchi si trattava?" (ivi). Anche qui evidenti sono le allusioni agli argomenti "irragionevoli" della critica protestante alla Chiesa Cattolica detentrice di tutti i trucchi, quindi compreso il rotolo (la Sacra Scrittura) per ingannare il popolo.
Anche qui il pensiero corre spontaneo alle considerazioni che Papa Benedetto XVI fa sull'esegesi moderna nel suo libro "Gesù di Nazareth" commentate da Julián Carròn, responsabile di Comunione e Liberazione, (in una relazione di cui consiglio la lettura integrale):
«Esattamente questa è l’ingannevole impressione che grava culturalmente su tutti noi: che di Gesù possiamo sapere poco, e che siamo addirittura ingenui nel credere ancora nella verità di questa figura! Continua il Papa: “questa impressione, nel frattempo è penetrata profondamente nella coscienza comune della cristianità” (p. 8). Tanti cristiani non hanno mai letto questi libri, ma è come se il virus di questo sospetto fosse entrato dentro di loro. Come esemplificazione di quest’ultima affermazione, permettetemi di raccontarvi un episodio che mi è capitato tanti anni fa quando facevo lezione di religione in un liceo madrileno. Dopo un excursus introduttivo, mi accingevo a presentare i documenti che raccontano le origini del cristianesimo. E scrissi sulla lavagna la parola Vangeli. Avevo appena finito di scriverla quando un alunno chiese la parola e intervenne: “Un momento. I Vangeli non sono documenti da cui possiamo imparare qualcosa di certo su Gesù. Sono soggettivi, li hanno scritti i cristiani”. Nel suo linguaggio questo significava che poiché quei documenti erano stati scritti dai cristiani non potevano servire per conoscere la verità storica e oggettiva delle origini cristiane. Gli risposi: “Allora, secondo te l’atteggiamento più adeguato di fronte alla realtà è il sospetto?”. “Certo”, rispose. E si unirono a lui altri compagni. Allora dissi: “Se l’atteggiamento più adeguato di fronte alla realtà è il sospetto, questa mattina quando tua mamma ti ha messo in tavola il caffè per colazione, le avrai detto: mamma, se prima non lo fai analizzare chimicamente e mi dimostri che non è avvelenato non lo bevo”. Ricordo ancora perfettamente l’espressione del mio allievo mentre, tra l’arrabbiato e il sorpreso per la mia provocazione, alzò le braccia dicendo: “Ma se è da sedici anni che vivo con mia madre!”. “Allora”, obiettai, “ci sono delle occasioni in cui l’atteggiamento di fronte alla realtà non è il sospetto, vero?”. Il ragazzo rimase un po’ imbarazzato. E io continuai: “Ebbene, qual è la differenza tra l’atteggiamento che hai di fronte ai Vangeli (come hai reagito di fronte alla parola Vangeli che ho scritto sulla lavagna) e l’atteggiamento che hai di fronte alla tazza di caffè? Che ti poni di fronte ai Vangeli senza avere sedici anni di convivenza alle spalle, mentre di fronte alla tazza di caffè ti metti con sedici anni carichi di ragioni, le quali ti danno la certezza che tua madre non ha messo del veleno nel caffè”. Questo episodio, che ho raccontato poi tante volte, mi ha fatto comprendere che l’unica posizione ragionevole di fronte ai documenti del Nuovo Testamento, ai Vangeli, è quella che ci ha insegnato la Chiesa, la quale si accosta a essi come il mio allievo alla tazza di caffè: mediante un’esperienza di convivenza nel presente con l’avvenimento cristiano. Chi ha questa esperienza, come il ragazzo con la mamma, quando si accosta ai Vangeli, non è in una posizione ingenua – non è che il mio allievo fosse un ingenuo di fronte alla tazza di caffè, aveva sedici anni pieni di ragioni per avvicinarsi alla tazza di caffè senza alcun sospetto, per cui avrebbe potuto dire, in analogia con Pietro: “Se non credo a mia mamma, non posso credere a quello che vedono i miei occhi” – ma in una posizione carica di ragioni, accumulate durante una convivenza nel tempo. Altro che illusione! Chi ha questa esperienza, si accosta ai Vangeli e scopre quella corrispondenza che cresce con la convivenza nel tempo.».
Una prima asserzione profetica: La Chiesa è l'unica a difendere qualsiasi cosa nel momento in cui è stupidamente disprezzata. E già ora sta facendo suo il ruolo di unico campione della ragione nel XX secolo, come nel XIX lo è stata della tradizione. (p. 19).
Già Papa Giovanni Paolo II con il suo lungo magistero, ricordo per tutti i suoi pronunciamenti la splendida enciclica Fides et Ratio, ed ancor più ora, con Papa Benedetto XVI, emerge in tutta evidenza la verità di questa affermazione di Chesterton. Il Magistrale discorso di Ratisbona del 2006 in cui si pone con forza lo stretto legame tra fede e ragione, un legame direi ontologico: "non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio" è certamente, al di là della polemica montatura dei paesi mussulmani, una bella sfida che avrebbe dovuto far riflettere l'Occidente ed il suo presunto "razionalismo" di cui Margherita Hack. Odifreddi e compagnia cantando si beano di rappresentare, quando a bella posta parlano di oscurantismo della fede. Ma su tale tema ho già fatto alcune considerazioni cui rimando (Perchè l'ateismo non è scientifico, ma un atto di fede nel nulla.).
Mi preme qui osservare la luminosità dell'esempio addotto da Chesterton a dimostrazione dell'assunto che la Chiesa è l'unica a difendere qualsiasi cosa nel momento in cui è stupidamente attaccata e sottolineo lo "stupidamente". E qui il mio pensiero corre all'aborto, all'eutanasia, all'eugenetica, al divorzio stesso. Sorprende piacevolmente invece come l'esempio addotto dall'autore è la difesa della "tradizione", tipico argomento dei protestanti (ricorderete il luterano sola scriptura, sola fide).
Giova ricordare che per Chesterton "il marchio della Fede non è la tradizione: è la conversione." (p. 20), dato che il Cattolicesimo è di per sé una novità nel senso che sempre "agisce nel suo ambiente con la forza e la freschezza tipici di una cosa nuova." (p. 13). Anche in questa affermazione c'è un'assonanza con una riflessione di Papa Ratzinger sulla fede: «In quell’epoca [immediatamente dopo il Concilio] io avevo inviato un piccolo lavoro ad Hans Urs von Balthasar, il quale come sempre mi ringraziò immediatamente con un cartoncino ed al ringraziamento aggiunse una frase pregnante che per me divenne indimenticabile: non presupporre, ma proporre la fede. Fu un imperativo che mi colpì. L’ampio spaziare in nuovi campi era buono e necessario, ma solo a partire dal presupposto che esso stesso traesse origine dalla luce centrale della fede e da questa luce fosse sostenuto. La fede non ha permanenza di per se stessa. Non la si può mai semplicemente presupporre come una cosa già in se conclusa. Deve continuamente essere rivissuta. E poiché è un atto, che abbraccia tutte le dimensioni della nostra esistenza, deve anche essere sempre ripensata e sempre di nuovo testimoniata» (da La fede della Chiesa di Roma, dell’allora cardinal Joseph Ratzinger, durante il Sinodo Romano, il 18 gennaio 1993, relazione tenuta per presentare il Catechismo della Chiesa Cattolica. Il testo è apparso sui Quaderni-Nuova Serie del Sinodo Romano, n.2, Vicariato di Roma, 1993, pp. 67-73).
La tradizione è dunque la possibilità della ripresa per il singolo, del farsi contemporaneo con Cristo, della sequela personale in una compagnia che è la Chiesa Cattolica.
Tornando alle osservazioni di Chesterton circa "il disinteresse del XIX secolo per la tradizione e la sua fissazione per i documenti" egli conclude che sono entrambe "assurdi" (p. 19). Il paragone addotto è adamantino nella sua arguzia: "Era come dire che gli uomini mentono sempre ai bambini, ma non sbagliano mai nello scrivere i libri." (p.19 s.).
Infatti se come dicono i protestanti la tradizione cattolica (la Chiesa Cattolica) ha adulterato, falsificato, il vero significato della Sacra Scrittura (il che equivale a dire "gli uomini mentono sempre ai bambini") come mai gli stessi uomini, la Chiesa Cattolica, (dato che, come osservava Tertulliano nella Prescrizione contro gli eretici, essi l'hanno scritta, a loro appartiene) quando scrive non mente? (il che equivale "ma non sbagliano mai nello scrivere i libri?"). Sembra un'ovvietà eppure di questi "errori palesi" è zeppa l'acrimonia anti-cattolica.
Del resto è evidente che chi comincia a minare la bona fide della tradizione, ad ingenerare una cultura del sospetto, prima o poi arriva a minare le sue stesse basi: quelle della Scrittura. E' evidente il pantano in cui versa l'attuale esegesi biblica.
Osserva a tal proposito Chesterton: "Perchè mai l'uomo della strada dovrebbe dire che un particolare rotolo non è una stupidaggine, bensì l'unica verità sulla base della quale ogni altra cosa cosa va condannata? Perchè venerare i rotoli non dovrebbe essere altrettanto supestizioso che venerare le statue di quella particolare processione?" (p. 28), dato che si tratta di un rotolo "che era sempre appartenuto a loro e che aveva sempre fatto parte dei loro trucchi, se di trucchi si trattava?" (ivi). Anche qui evidenti sono le allusioni agli argomenti "irragionevoli" della critica protestante alla Chiesa Cattolica detentrice di tutti i trucchi, quindi compreso il rotolo (la Sacra Scrittura) per ingannare il popolo.
Anche qui il pensiero corre spontaneo alle considerazioni che Papa Benedetto XVI fa sull'esegesi moderna nel suo libro "Gesù di Nazareth" commentate da Julián Carròn, responsabile di Comunione e Liberazione, (in una relazione di cui consiglio la lettura integrale):
«Esattamente questa è l’ingannevole impressione che grava culturalmente su tutti noi: che di Gesù possiamo sapere poco, e che siamo addirittura ingenui nel credere ancora nella verità di questa figura! Continua il Papa: “questa impressione, nel frattempo è penetrata profondamente nella coscienza comune della cristianità” (p. 8). Tanti cristiani non hanno mai letto questi libri, ma è come se il virus di questo sospetto fosse entrato dentro di loro. Come esemplificazione di quest’ultima affermazione, permettetemi di raccontarvi un episodio che mi è capitato tanti anni fa quando facevo lezione di religione in un liceo madrileno. Dopo un excursus introduttivo, mi accingevo a presentare i documenti che raccontano le origini del cristianesimo. E scrissi sulla lavagna la parola Vangeli. Avevo appena finito di scriverla quando un alunno chiese la parola e intervenne: “Un momento. I Vangeli non sono documenti da cui possiamo imparare qualcosa di certo su Gesù. Sono soggettivi, li hanno scritti i cristiani”. Nel suo linguaggio questo significava che poiché quei documenti erano stati scritti dai cristiani non potevano servire per conoscere la verità storica e oggettiva delle origini cristiane. Gli risposi: “Allora, secondo te l’atteggiamento più adeguato di fronte alla realtà è il sospetto?”. “Certo”, rispose. E si unirono a lui altri compagni. Allora dissi: “Se l’atteggiamento più adeguato di fronte alla realtà è il sospetto, questa mattina quando tua mamma ti ha messo in tavola il caffè per colazione, le avrai detto: mamma, se prima non lo fai analizzare chimicamente e mi dimostri che non è avvelenato non lo bevo”. Ricordo ancora perfettamente l’espressione del mio allievo mentre, tra l’arrabbiato e il sorpreso per la mia provocazione, alzò le braccia dicendo: “Ma se è da sedici anni che vivo con mia madre!”. “Allora”, obiettai, “ci sono delle occasioni in cui l’atteggiamento di fronte alla realtà non è il sospetto, vero?”. Il ragazzo rimase un po’ imbarazzato. E io continuai: “Ebbene, qual è la differenza tra l’atteggiamento che hai di fronte ai Vangeli (come hai reagito di fronte alla parola Vangeli che ho scritto sulla lavagna) e l’atteggiamento che hai di fronte alla tazza di caffè? Che ti poni di fronte ai Vangeli senza avere sedici anni di convivenza alle spalle, mentre di fronte alla tazza di caffè ti metti con sedici anni carichi di ragioni, le quali ti danno la certezza che tua madre non ha messo del veleno nel caffè”. Questo episodio, che ho raccontato poi tante volte, mi ha fatto comprendere che l’unica posizione ragionevole di fronte ai documenti del Nuovo Testamento, ai Vangeli, è quella che ci ha insegnato la Chiesa, la quale si accosta a essi come il mio allievo alla tazza di caffè: mediante un’esperienza di convivenza nel presente con l’avvenimento cristiano. Chi ha questa esperienza, come il ragazzo con la mamma, quando si accosta ai Vangeli, non è in una posizione ingenua – non è che il mio allievo fosse un ingenuo di fronte alla tazza di caffè, aveva sedici anni pieni di ragioni per avvicinarsi alla tazza di caffè senza alcun sospetto, per cui avrebbe potuto dire, in analogia con Pietro: “Se non credo a mia mamma, non posso credere a quello che vedono i miei occhi” – ma in una posizione carica di ragioni, accumulate durante una convivenza nel tempo. Altro che illusione! Chi ha questa esperienza, si accosta ai Vangeli e scopre quella corrispondenza che cresce con la convivenza nel tempo.».
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