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domenica 24 luglio 2011

Evoluzionismo, disegno intelligente, non senso ……

G. K. Chesterton è certamente uno degli uomini più perspicaci del XX secolo. Nato nel 1874 ha saputo, con ironia e lucida intelligenza, mettere a nudo i limiti del pensiero moderno anticristiano ma soprattutto “suicida” più che “debole”, come si suole definire in certi ambienti. Infatti Chesterton non è preoccupato dall’anticristianesimo del moderno razionalismo ma preoccupato per la salute della Ragione stessa ritenendo che vada difesa da se stessa.
Nel secondo capitolo del libro “Ortodossia” Chesterton, prendendo a spunto l’affermazione di un suo amico editore che asseriva «Quell’uomo farà strada perché crede in se stesso», afferma che i manicomi sono pieni di uomini che credono fermamente in se stessi. Ovvero, fuor di metafora, una Regione che crede fermamente in se stessa ha come esito la pazzia, ovvero la sua distruzione per troppa logicità. A tal proposito scrive con profonda arguzia:
“Il fatto in sé è semplice. La poesia è sana perché galleggia con facilità nel mare dell’infinito; la ragione tenta di attraversare il mare dell’infinito per renderlo finito. Il risultato è l’esaurimento nervoso, come l’esaurimento fisico di Holbein. Accettare ogni cosa è un esercizio, capire ogni cosa è uno sforzo. Il poeta desidera solamente l’esaltazione e l’espansione, un mondo entro cui espandersi. Il poeta chiede solo di levare la propria testa fino ai cieli. È il logico che cerca di spingere i cieli dentro la sua testa. Ed è la sua testa a spaccarsi. (…) L’ultima cosa che si può dire di un pazzo è che le sue azioni siano senza causa. (…) Il pazzo non è l’uomo che ha perso la ragione. Il pazzo è l’uomo che ha perso tutto tranne la ragione.” (G.K. Chesterton, Ortodossia, ed. Lindau, 2010, p. 22 e ss.).
In questo senso egli paragona il suo tempo, che è ancora il nostro ed in questo è a mio avviso davvero profetico, come il luogo del “suicidio del pensiero”. Chesterton ribadisce infatti che sua intenzione “non era quella di attaccare l’autorità della ragione; piuttosto l’obiettivo ultimo è di difenderla. Perché ha bisogno di essere difesa. L’intero mondo moderno è in guerra con la ragione, e la torre già vacilla.” (ivi, p. 44).
Un esempio di questo “vacillare” della ragione è l’evoluzionismo.
“L’evoluzione è un buon esempio di quella moderna intelligenza che, se distrugge qualcosa, è se stessa. L’evoluzione è un’innocente descrizione scientifica di come sono nate certe cose terrene; oppure, se è più di questo, è un attacco al pensiero stesso. Se c’è qualcosa che l’evoluzione distrugge, non è la religione, ma il razionalismo. Se l’evoluzione vuol dire semplicemente che una cosa materiale nota come scimmia è diventata molto lentamente una cosa materiale nota come uomo, non provoca l’ortodosso più convinto, perché un Dio personale potrebbe fare le cose sia lentamente sia velocemente, specialmente se, come il Dio cristiano, fosse al di fuori del tempo. Ma se significa qualcosa di più, vuol dire che non esiste una scimmia da cambiare, né un uomo in cui essa debba essere trasformata. Significa che non esiste niente. Al massimo, esiste una sola cosa, e cioè un flusso di tutto e di niente. Questo è un attacco non alla fede, ma all’intelligenza; non si può pensare se non ci sono cose a cui pensare. Non si può pensare se non si è separati dall’oggetto preso in considerazione dal pensiero. Cartesio diceva: «Penso, dunque sono». Il filosofo evoluzionista capovolge l’epigramma al negativo e dice: «Non sono, dunque non posso pensare».” (ivi, p. 47s.).
La ragione profonda di tale giusta osservazione critica sull’evoluzionismo è l’evidenza che "il mondo moderno non è cattivo; in un certo senso è perfino troppo buono. È pieno di virtù incontrollate e sprecate. Quando un sistema religioso viene mandato in frantumi (così come la cristianità è stata mandata in frantumi dalla Riforma), non sono solo i vizi a venir messi in libertà. I vizi, in effetti, vengono lasciati in libertà, e vanno in giro a fare danni. Ma anche le virtù vengono liberate; e le virtù vanno in giro in maniera più sregolata, e arrecano danni più terribili. Il mondo moderno è pieno di antiche virtù cristiane impazzite. Le virtù sono impazzite perché sono state isolate l’una dall’altra e stanno vagando sole." (p. 40 e s).
A questo mondo moderno manca in particolare la virtù dell’umiltà che per Chesterton è la virtù cristiana per eccellenza. “La civiltà scoprì l’umiltà cristiana per la stessa impellente ragione per cui scopri la fede e la carità, ovvero perché se non l’avesse scoperta, la civiltà cristiana sarebbe morta. (…) Ora, la scoperta psicologica si riduce a questo: benché sì ritenesse che il massimo godimento fosse possibile solo estendendo il nostro ego all’infinito, la verità è che il massimo godimento è possibile solo azzerando il nostro ego.” (G.K. Chesterton, Eretici, ed. Lindau, 2010, p. 132 e ss.).
Lo stesso accade con il pensiero. “Ma ciò di cui soffriamo oggigiorno è l’umiltà fuori posto. La modestia ha abbandonato l’organo dell’ambizione e si è insediata nell’organo della convinzione; là dove non ci si aspettava che sarebbe finita. Ci si aspettava che l’uomo nutrisse dei dubbi su se stesso, non che dubitasse della verità, ma la cosa è stata completamente capovolta. Oggigiorno la parte di sé che un uomo fa valere è esattamente la parte che non dovrebbe far valere. La parte di cui dubita è esattamente la parte di cui non dovrebbe dubitare: la Ragione Divina. Huxley predicava un’umiltà che fosse soddisfatta di imparare dalla natura. Ma il nuovo scettico è talmente umile che dubita perfino di poter imparare. Perciò ci sbaglieremmo se dicessimo frettolosamente che non esiste un’umiltà tipica della nostra epoca. La verità è che esiste una vera umiltà tipica della nostra epoca, ma in pratica è un’umiltà più dannosa delle più estreme prostrazioni ascetiche. L’umiltà di una volta era uno sperone che impediva all’uomo di fermarsi non un chiodo nello stivale che gli impedisce di andare avanti. Perché l’umiltà di una volta faceva sì che l’uomo avesse dei dubbi sui suoi sforzi, cosa che poteva spingerlo a lavorare ancora più sodo. Ma la nuova umiltà fa sì che l’uomo nutra dei dubbi sui propri obiettivi, cosa che lo porterà a smettere del tutto di lavorare.” (G.K. Chesterton, Ortodossia, ed. Lindau, 2010, p. 43 e s.).
E’ proprio questo nutrire dubbi sugli obiettivi, sul “senso” della realtà e in particolare sul suo senso ultimo, che è il “suicidio del pensiero”, il suo cortocircuito.
E’ questo “cortocircuito” del pensiero l’approccio tipico del matematico Odifreddi il quale nel suo blog nell’articolo d’apertura, che è anche il suo programma, intitolato “Il non-senso della vita”, afferma: “Guardandosi attorno, ci si accorge che la grandiosità delle domande che la gente si pone è inversamente proporzionale alla loro capacità di capire le eventuali risposte. Le cosiddette “domande di senso” costituiscono l’esempio tipico: invece di domandarsi come funziona un telefonino, ci si chiede qual è il senso della vita. E non ci si accontenta della risposta che non solo il senso non c’è, ma che non ha neppure senso chiedersi se ci sia. A voler essere sensati, bisognerebbe precisare che il senso è una proprietà delle frasi del linguaggio, e non delle cose del mondo. Chiedersi qual è il senso della vita è come chiedersi che colore abbia, o quale sia il senso di un elettrone. Purtroppo, meno le domande sono sensate, e più suonano bene: non a caso se le pongono i poeti, i romanzieri, i teologi e i filosofi, che in vari gradi si interessano di letteratura fantastica.”.
Questa affermazione è palesemente falsa, ma apparentemente “funziona”. Falsa perché riduce il senso a coerenza del linguaggio; come se il linguaggio, che è un “medio”, prescindesse da ciò che nomina. O meglio riducesse a sé ciò che è da esso nominato. Vale qui quanto afferma Chesterton: “Si dice spesso che gli uomini dotti non riescano a trovare una risposta all’enigma della religione. Ma il problema dei nostri intellettuali non è che non riescono a trovare la risposta, è che non riescono a vedere nemmeno l’enigma. Sono come bambini talmente stupidi da non notare niente di paradossale quando affermano giocosamente che una porta non è una porta.” (G.K. Chesterton, Ortodossia, ed. Lindau, 2010, p. 44 e s.).
In sostanza si può dire ad Odifreddi e compagni che “La ragione in se stessa è una questione di fede. È un atto di fede affermare che i nostri pensieri non abbiano una qualsiasi relazione con la realtà. Se si è veri scettici, prima o poi ci si deve porre la domanda: «Perché una qualsiasi cosa dovrebbe essere giusta, perfino l’osservazione e la deduzione? Perché la buona logica non dovrebbe essere fuorviante come la cattiva logica? Entrambe sono movimenti nel cervello di una scimmia confusa». Lo scettico moderno dice: «Ho il diritto di pensare con la mia testa». Ma lo scettico di una volta, lo scettico assoluto, dice: «Non ho il diritto di pensare con la mia testa. Non ho nessun diritto di pensare».” (ivi p. 45 e s.).
Tirare in ballo Kurt Gödel ed i suoi teoremi dell’incompletezza come esempi che dimostrano che non tutte le domande sensate ammettono risposta, poiché non possono essere né dimostrate né refutate , come fa Odifreddi, che pure è un matematico, per “giocare” sul non senso oltre che sciocco è pure “indegno” per uno studioso di matematica. Gödel con i suoi teoremi afferma l’esatto contrario. Io che non sono matematico e quindi ho meno possibilità di Odifreddi, stando a quanto asserito da Chesterton, di divenire pazzo, leggo su wikipedia e quindi, con beneficio di inventario: “Merito di Gödel fu dunque l'aver esibito tale proposizione e la vera potenza di tale teorema è che vale "per ogni teoria affine", cioè per qualsiasi teoria formalizzata, forte quanto l'aritmetica elementare. In particolare Gödel dimostrò che l'aritmetica stessa risulta incompleta: vi sono dunque delle realtà vere ma non dimostrabili“ (wikipedia).
In questo senso è più naturale concludere per il teismo che per l’ateismo non vi pare? O meglio l’uno e l’altro non sono che atti di fede. A maggior ragione se assumiamo il secondo teorema di Gödel dato che: “Nessun sistema coerente può essere utilizzato per dimostrare la sua stessa coerenza.” (wikipedia).
Le affermazioni di Gödel non possono essere utilizzare fuori dal loro contesto ed assolutizzate come fa Odifreddi perché fanno dire a Gödel più di quello che egli pensi veramente. Se poi chiedersi il senso delle cose possa essere un esercizio inutile ciò contraddice al principio del sapere che è per Aristotele lo stupore, la meraviglia, la curiosità, tutte posizioni psicologiche che presuppongono una questione di senso da risolvere e dunque il progresso stesso del sapere. Come dice Chesterton in altre parole è l’umiltà che manca al nostro tempo, è la vera umiltà ciò che ti manca caro Odifreddi.