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lunedì 8 luglio 2019


Scusatemi ma le analisi di Diego Fusaro sul nuovo ordine erotico che la cultura liberal, dominante in tutto l’Occidente ci sta propalando come unica verità globale, mi intrigano moltissimo e vorrei farvene partecipe nella speranza che vi incuriosiscano e che vi portino a comperare e leggere tutto il libro.
È evidente che l’ ”oggi” in cui siamo immersi non nasce a caso né dal nulla. È il portato di ideologie di élite culturali che datano secoli addietro e che progressivamente dai libri sono divenuti prassi di un “capitalismo” che pare aver trovato nella scienza e nella tecnica gli strumenti efficaci per il dominio globale dell’umano e del reale ridotto a cosa manipolabile, bruta fatticità o fattualità che dir si voglia.  Diviene così evidente, come afferma Remì Brague, la sostanza nichilista di questa “Europa moderna” che con tanta acredine combatte populisti e sovranisti cioè persone che non si rassegnano ad essere “liquefatte” nella logica/dinamica dell’ “uomo precario” e che non si rassegnano all’incapacità di questo “nuovo ordine mondiale”  di guidare la ricerca umana di senso di ciascuno.
Perché vi invito alla lettura di questo lungo brano del libro di Diego Fusaro? Semplicemente perché spero che possiamo tutti prendere consapevolezza che la questione della dissoluzione della famiglia e di ogni “ordine morale”,  che la “genderizzazione” vuole imporre con la dittatura del considerare omofobo chi non si adegua, è “passione da utili idioti”., cioè una passione nichilista, distruttiva! Che che se ne dica ci stiamo estinguendo.
Come afferma Remì Brague: «tutta un’antropologia è in gioco. Si è potuto definire la modernità come il tentativo di liberarsi sia dell’Antichità pagana che del cristianesimo giocandoli l’uno contro l’altro. Lo stesso avviene per i due modelli antropologici che la hanno preceduta. Contro il cristianesimo, la modernità dispiega il naturalismo. Per lei, l’uomo è un puro prodotto della natura, il che le consente di rigettare l’autorità divina. Ma al tempo stesso, contro il paganesimo, l’uomo moderno continua a rivendicare l’eredità biblica e la sua missione di sottomettere e dominare la terra. Perciò deve sostenere di essere qualcosa di più degli esseri naturali. In una parola, l’uomo moderno pretende di essere natura, senza tuttavia avere natura.
Niente lo colloca più nell’essere, niente lo afferma nella sua legittimità se non se stesso. Cioè un nulla. «Ho fondato la mia causa su nulla», questa frase di Max Stirner potrebbe servire da insegna all’uomo moderno.
È questo uomo moderno che popola l’Europa di oggi o che in ogni caso le dà il tono. È lui che tiene le leve del comando, nell’economia come nella politica nazionale o di Bruxelles. È lui che, spesso senza saperlo, controlla la coscienza dei popoli europei, facendo loro vedere le cose attraverso le proprie categorie. (…) Si vedono comparire statistiche inquietanti che riguardano la sopravvivenza stessa dell’umanità. Quanto all’Europa, la Commissione di Bruxelles ha lanciato l’idea che, per conservare il livello di vita, sarebbe necessaria una immigrazione massiccia. L’Europa è chiamata a vivere sempre di più sotto perfusione. E sotto perfusione da popoli che hanno conservato credenze e pratiche pre-moderne. L’Europa potrà dunque sopravvivere solo se il resto dell’umanità non ne adotterà i costumi. La “dialettica dell’Illuminismo” cara alla scuola di Francoforte trova qui una concreta realizzazione: la speranza di sopravvivenza del modo di vita moderno risiede proprio nel fallimento del suo progetto, che era di innalzare fino a sé l’umanità intera.»
C’è di che pensare! È possibile uscirne vivi? Sono certo di si, nella misura in cui diveniamo tutti consapevoli della posta in gioco e divenuti tali ci rendiamo conto che non siamo soli (che che ne dica Vasco)!
C’è speranza, si, c’è la Speranza che è Cristo Gesù e la sua Chiesa, Suo prolungamento nella storia!
Può sembrare poca cosa, tenendo conto degli attacchi furiosi che questa istituzione divina sta subendo. Certo come ha fatto notare Benedetto XVI con la sua recente nota “la Chiesa e lo scandalo degli abusi sessuali” c’è del marcio anche lì ma la verità di questo marcio non è la pedofilia - che semmai ne è un effetto! - ma la mancanza di fede! Scrive Benedetto XVI «In primo luogo direi che, se volessimo veramente sintetizzare al massimo il contenuto della fede fondata nella Bibbia, potremmo dire: il Signore ha iniziato con noi una storia d’amore e vuole riassumere in essa l’intera creazione. L’antidoto al male che minaccia noi e il mondo intero ultimamente non può che consistere nel fatto che ci abbandoniamo a questo amore. Questo è il vero antidoto al male. La forza del male nasce dal nostro rifiuto dell’amore a Dio. È redento chi si affida all’amore di Dio. Il nostro non essere redenti poggia sull’incapacità di amare Dio. Imparare ad amare Dio è dunque la strada per la redenzione degli uomini. (…) Una società nella quale Dio è assente - una società che non lo conosce più e lo tratta come se non esistesse - è una società che perde il suo criterio. Nel nostro tempo è stato coniato il motto della «morte di Dio». Quando in una società Dio muore, essa diviene libera, ci è stato assicurato. In verità, la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché viene meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvisa mente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia.
Teorizzata ancora non troppo tempo fa come del tutto giusta, essa si è diffusa sempre più. E ora, scossi e scandalizzati, riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commettono cose che rischiano di distruggerli. Che questo potesse diffondersi anche nella Chiesa e tra i sacerdoti deve scuoterci e scandalizzarci in misura particolare.
Come ha potuto la pedofilia raggiungere una dimensione del genere? In ultima analisi il motivo sta nell’assenza di Dio. Anche noi cristiani e sacerdoti preferiamo non parlare di Dio, perché è un discorso che non sembra avere utilità pratica. Dopo gli sconvolgimenti della Seconda guerra mondiale, in Germania avevamo adottato la nostra Costituzione dichiarandoci esplicitamente responsabili davanti a Dio come criterio guida. Mezzo secolo dopo non era più possibile, nella Costituzione europea, assumere la responsabilità di fronte a Dio come criterio di misura. Dio viene visto come affare di partito di un piccolo gruppo e non può più essere assunto come criterio di misura della comunità nel suo complesso. In questa decisione si rispecchia la situazione dell’Occidente, nel quale Dio è divenuto fatto privato di una minoranza.»
Leggiamo ora Fusaro, un punto di vista non certamente confessionale, che fa largo uso di critica neo-marxiana al sistema global-capitalistico, ma che pure apre stimoli molto interessanti.
«Il precariato sentimentale
«Una vogliuzza per il giorno e una per la notte, salva restando la salute. “Noi abbiamo inventato la felicità” dicono gli ultimi uomini e strizzano l’occhio.»
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra
Al di là delle pur rilevanti differenze essenziali, ἔρως e ἀγάπη presentano, come tratto in comune, la donatività generosa e l’altruismo, dunque la rivendicata opposizione all’economia dello scambio e all’egoismo individualistico. L’io che ama si espande donandosi all’amato, affinché quest’ultimo liberamente e integralmente sia nella propria plenitudo essendi.
È anche per via della particolarità legata al nome proprio dell’amato che non si dà ragione che valga a spiegare la locuzione «ti amo», la quale sfugge alla presa di ogni possibile definizione. Di più, si risolve in quella forma tautologica che, condensabile nell’espressione «ti amo perché ti amo», rappresenta in modo adamantino il carattere resistente a ogni omologazione proprio dell’esperienza veritativa dell’amore.
Anche in ciò si dà una niente affatto marginale inimicizia tra l’amore e la logica illogica dell’economico assolutizzato in misura planetaria. Il capitalismo globale si pone, per sua essenza, come ideologia del medesimo e, di conseguenza, come livellamento omologante degli essenti sotto il segno della forma merce: non conosce nomi propri.
Non si rivolge a nessuno in particolare e, di più, si regge sulla neutralizzazione del nome proprio, poiché il suo riferimento è il profilo omologato e indifferenziato su scala planetaria del consumatore universale, unità seriale che eroga forza lavoro e consuma compulsivamente merci circolanti.
Nella civiltà massificata della neobarbarie tecnicizzata, ciascuno vive come si vive, pensa come si pensa e consuma come si consuma.
Anche per questo, l’amore come unità duale dei nomi propri aspirante all’eterno è sempre più massicciamente sciolta nel panconsumismo sessuale degli atomi unisex e anonimi, consumatori indifferenziati che solo cercano il proprio godimento istantaneo in forma di merce disponibile.
In modo diametralmente opposto, come già si è adombrato, l’amore è sempre amore per il nome proprio, che non si lascia universalizzare, né ridurre a cosa. Da una diversa prospettiva, in antitesi con il regno delle merci, ove prevalente è la quantità degli essenti disponibili e serialmente sostituibili, nella dimensione dell’amore trionfa la qualità della persona unica e ad altro incommensurabile.
Esso fa irrompere l’esperienza dell’unico insostituibile, del nome proprio autentico e a null’altro rapportabile: che non può essere comprato né scambiato, venduto né ceduto.
Le merci difettose, diverse da quelle ordinariamente perfette, sono inappellabilmente destinate a essere sostituite e rottamate. Nel regno dell’amore, in modo diametralmente opposto, non si ama la perfezione o una specifica qualità dell’amato: lo si ama tutto, persino nei suoi difetti, quand’anche a farci innamorare sia sempre «il non so che» (le je ne sais quoi), come lo chiamava Montesquieu.
L’amato è, appunto, unico e insostituibile. Ed è per questo che respingeremmo in forma apriorica e incondizionata l’idea di un suo possibile miglioramento o, a maggior ragione, di una sua sostituzione con un altro «migliore» rispetto a lui. E se non v’è attributo che basti a rendere ragione di cosa amiamo dell’altro, ciò dipende dal fatto che quel che amiamo è irriducibile ad attributi singoli.
Da una diversa prospettiva, non amiamo l’altro per «qualcosa» che esso specificamente è, ma per il suo essere, per la totalità particolare che è o, come direbbe Lacan, per il suo nome proprio.
L’omologazione universalizzante del regno planetarizzato delle merci non può conciliarsi con lo spazio dell’autenticità dell’insostituibile sentimento personale d’amore: le merci possono essere infinitamente rimpiazzate, secondo una sequenza seriale potenzialmente infinita. Per parte sua, l’amato è unico, è un tu che non può essere liberamente e discrezionalmente sostituito da un altro analogo.
Ancora una volta, non desta meraviglia che, al tempo del capitale assoluto, la relazione autenticamente amorosa tenda in misura vieppiù crescente a essere annullata a favore del godimento cinico e mercificato: che, secondo la norma del «cattivo infinito» del plusgodimento neolibertino, rende ogni relazione «consumata» analoga alle strategie della sfera della circolazione delle merci. Ogni rapporto, in coerenza con il principio della prestazione occasionale e del consumismo erotico, non è né unico, né insostituibile, ma sempre pronto a essere celermente rimpiazzato da un altro e, più precisamente, dal prossimo nella sequenza temporale.
La temporalità lineare-accelerata del mondo delle merci, dove l’inseguimento febbrile del nuovo, al ritmo incalzante della moda, coesiste aporeticamente con l’eterno ritorno zarathustriano del medesimo, ossia con la sempre rinnovata ripetizione, potenzialmente illimitata, del gesto nichilistico del consumo, è anche quella che contraddistingue le nuove figure alienate dell’eros al tempo del capitalismo flessibile.
La specifica irruzione dell’evento amoroso, che scombina l’ordine del tempo e aspira a darsi la forma del durare eterno e della fedeltà all’insostituibilità dell’unico, sempre più è dissolta a favore della nuova logica dell’erotica capitalistica dello scorrimento illimitato e onnidirezionale delle merci.
Tale erotica fa essa stessa coesistere, come nell’ambito del consumo delle merci, la dimensione – espressa in forma paradigmatica dalla figura di don Giovanni – della sequenza lineare-accelerata e della ripetizione eterna del medesimo gesto: è, come dicevamo in precedenza, l’ordine anomico di una scelta che non si stabilizza mai e che, dunque, non trapassa mai nella figura della vita etica della fedeltà al medesimo.
Il principio del consumismo amoroso è quello peculiarmente signoreggiante nel regno delle merci: una sorta di nichilistica distruzione creatrice, con cui l’oggetto-merce si dissolve nell’atto stesso del consumo. E sempre da capo riappare, scintillante e suadente, nell’ambito della circolazione: qui si presenta formalmente diverso ma, di fatto, esprime sempre il medesimo, la norma del plusgodimento che fa dell’altro, per quanto sempre da capo rinnovato, solo un medium per il piacere dell’atomo gaudente e senza reali legami.
Fondato sulla norma dello sradicamento e della transitorietà liquida del just in time, il capitalismo assoluto, come sappiamo, spezza i legami solidi e comunitari: li sostituisce con altri a tempo determinato, insocievolmente socievoli e orientati alla crescita lineare-accelerata del profitto.
Per questo, esso opera affinché si destrutturi ogni possibile impegno serio e duraturo, complice la strategia del marketing pubblicitario e del suo rilancio fantasmagorico della danse macabre dei desideri sempre risorgenti: senza i quali, il cattivo infinito del sistema stesso della circolazione si incepperebbe. E, con esso, imploderebbe l’intero modo della produzione.
Di qui discende l’esigenza vitale, per il capitale liquido-finanziario, di disincentivare le relazioni amorose stabili in generale e, al grado sommo, quelle eticizzate nella forma familiare del legame solido.
La sua strategia pubblicitaria consiste nel celebrare l’isolazionismo affettivo e la solitudine errante come capace di molteplici esperienze e di sempre nuove entusiasmanti avventure, di contro alla sempre schernita monotonia della vita etica matrimoniale centrata sulla fedeltà alla scelta.
La relazione con l’oggetto desiderato deve, quindi, porsi come effimera e a scadenza ravvicinata, di modo che il rinnovarsi incessante dell’impulso consumistico garantisca la struttura fondamentale di un modo della produzione che finge di voler soddisfare i consumatori, operando in realtà affinché essi non lo siano mai in forma definitiva. E, di conseguenza, sempre di nuovo accedano desideranti alla sfera della circolazione.
Il legame con l’oggetto deve, dunque, essere istantaneo e non duraturo, fugace e senza prospettiva, in vista del prodursi ininterrotto di sempre nuovi legami dello stesso genere. Le relazioni amorose vengono sempre più usualmente intese e praticate come ordinarie merci disponibili, da consumare e da abbandonare disinvoltamente in vista delle successive che il sistema della produzione immetterà nella sfera sempre rinnovantesi della circolazione illimitata.
È in questa cornice di senso che, nel 2017, «Cosmopolitan», la Bibbia dello sradicamento individualistico postnazionale, poteva disinvoltamente proporre ai suoi lettori un articolo a tutta pagina dall’inequivocabile titolo: Meglio single. L’obiettivo era, more solito, la celebrazione ad alto tasso ideologico del nuovo lifestyle postmoderno, con annessa trasformazione dell’impossibilità di dare vita al legame solido e solidale della vita etica familiare in un’esperienza seducente ed emancipativa, degna di essere vissuta con piena euforia dalle monadi dal legame sociale interrotto, ma dal plusgodimento individuale garantito.
La comunità solida e solidale si scioglie nel «sistema dell’atomistica» degli atomi single sradicati postidentitari, votati solo al plusgodimento neolibertino acefalo e al plusvalore neoliberista cinico, alleggeriti da ogni responsabilità e progettualità, sciolti da ogni legame non a tempo determinato. La relazione solida ed eticizzata si dissolve nell’incontro istantaneo, nella prestazione occasionale e nel piacere confinato nello spazio effimero del consumo erotico a scadenza ravvicinata.
È questo, in effetti, nei suoi tratti generali il profilo antropologico del precario sentimentale e del consumatore erotico: il quale è impossibilitato dalle condizioni economiche e materiali (disoccupazione, contratti intermittenti, new economy del debito, eccetera) a stabilizzare nelle forme etiche familiari la propria esistenza. E, insieme, è sempre di nuovo esortato dalle narrative pubblicitarie e dagli aedi della postmodernizzazione cosmopolita ad affrancarsi da ogni legame stabile e di lunga durata, di modo da poter godere appieno, secondo l’imperativo neoedonista del life is now, della cornucopia dei beni materiali e immateriali che il regno del consumo liberalizzato gli mette a disposizione a buon mercato.
Entro certi limiti, come ricordato anche da Bauman, «desiderio e amore si escludono a vicenda». Infatti, il secondo implica un’unità duale incardinata sul principio della fedeltà alla propria scelta, là dove il primo si regge sulla norma del rinnovamento costante dell’oggetto desiderato, sostituito sempre da capo da uno nuovo.
La mutua esclusione di desiderio e amore era anche al centro dei Contributi alla psicologia della vita amorosa (1924) di Freud. La dimensione del godimento e quella dell’amore come dono di sé altro parrebbero, secondo tale prospettiva, respingersi a vicenda, quasi come se l’amore stabilizzato in forme solide negasse intrinsecamente gli spazi del desiderare.
Quale che sia l’interpretazione che – con Freud, oltre Freud – prospettiamo del nesso tra le due sfere, e sempre consapevoli del fatto che l’intimità e la consuetudine vanno indebolendo la vitalità del desiderio, resta difficilmente controvertibile l’assunto secondo cui, nel tempo del nuovo ordine amoroso, il desiderio erotico ha consumato e rioccupato le aree specifiche del legame amoroso stabilizzato. Il desiderio sempre rinnovantesi prevale sull’eticità familiare, il plusgodimento neolibertino sulla relazione stabile e progettuale, l’ideologia della novitas sulla fedeltà alla propria scelta.
Il gesto falsamente innovativo di don Giovanni spodesta in misura sempre crescente la fedeltà al medesimo del padre e della madre di famiglia. Con le grammatiche di Kierkegaard, la «fase estetica» si dilata a tal punto da colonizzare senza residui quella etica e quella religiosa.
Queste ultime, pur nella loro irriducibilità reciproca, sono accomunate dal legame con la stabilità e con quell’esperienza specifica dell’eterno rese possibili dall’amore familiare e dal rapporto con la trascendenza. L’immanentizzazione assoluta connessa con la mercificazione integrale dell’essente procede precarizzando e deeticizzando, destabilizzando e destrutturando ogni nesso con la trascendenza: riconfigura il mondo intero come fondo disponibile per i processi lineare-accelerati della produzione e del consumo, ai quali nulla può sottrarsi.
Figlio dell’accumulazione flessibile del nuovo capitalismo liquido-finanziario, il precariato lavorativo procede di conserva con il nuovo precariato sentimentale dei singoli sradicati sentimentali. Essi consumano i rapporti, sempre più ridotti all’istantaneità effimera della «prestazione occasionale» sciolta da ogni continuità progettuale. Lo short-termism sessuale rioccupa con intensità crescente gli spazi della vita familiare stabilizzata nella scelta matrimoniale.
Il precariato lavorativo e quello sentimentale figurano, a egual titolo, come espressioni della deeticizzazione integrale del mondo della vita sussunto sotto il capitale; espressioni che, vere e proprie tragedie per le vite degli homines precari della tarda modernità, vengono propagandate dall’industria culturale e dalla fabbrica dei consensi come chance emancipative per l’io nomade, cittadino del mondo (cioè privato di ogni cittadinanza), ovunque a casa (cioè privato di ogni fissa dimora), radicato ugualmente in ogni luogo (cioè privato di ogni radicamento), liberato dall’opprimente vincolo familiare (cioè materialmente impossibilitato a costruirsi una famiglia), dotato di open mind (cioè privo di una propria identità culturale e, dunque, «aperto» a tutte quelle che il sistema del consumo vorrà imporgli).
L’astuzia della ragione capitalistica fa apparire come chance emancipative quelle che, invece, sono a tutti gli effetti condanne e dannazioni per i ceti declassati della mondializzazione, figli di un Dio minore. La «fase estetica» di Kierkegaard si rivela, una volta di più, come il luogo epifanico ideale delle logiche del totalitarismo glamour della forma merce, che tutto costringe a esistere nella forma puntiforme del consumo istantaneo e della ripetizione infinita di un nuovo che – secondo il gesto di don Giovanni – è già da sempre il medesimo.»