Giorgio Israel, sul settimanale Tempi del 1 settembre 2010 ha sviluppato una interessante riflessione su come oggi tutto nell’uomo è ricondotto, in uno pseudo causa ed effetto, a funzioni celebrali che più che l'intelligenza evidenzia la rozzezza concettuale di certi scienziati:«Quel che lascia esterrefatti è la rozzezza concettuale con cui si stabilisce un rapporto di causa-effetto tra quel che accade nel cervello e i sentimenti del soggetto. È come se dicessi che, siccome il cuore di un soggetto alla vista della persona amata batte più velocemente, la tachicardia è causa dell’amore.».
Ecco l’Articolo: buona lettura!
«QUELLA NATURA CHE SPINGE A DESIDERARE COSE GRANDI È IL CUORE» è il motto del Meeting di Rimini di quest’anno. È curioso sentir parlare di “cuore”.
Non perché quest’organo abbia perso importanza dal punto di vista strettamente fisio-patologico. È curioso e insolito perché da ogni altro punto di vista il cuore è fuori moda. Provate a proporre la frase con i puntini — «Quella natura che spinge a desiderare cose grandi è . ..» — e poi chiedete di sostituire ai puntini la parola adatta. Sono pronto a scommettere che la risposta di gran lunga più frequente sarà “cervello”. Ormai quando si ha a che fare con qualcosa che riguardi il pensiero, i sentimenti o qualche funzione che non si presenti in termini materiali, si parla di “cervello”. Persino il richiamo in patria dei ricercatori italiani che si sono distinti all’estero è definito come “rientro dei cervelli”, e non delle “menti”.
Fa venire in mente un corteo di flaconi contenenti organi immersi in soluzione alcoolica.
Eppure questa tendenza a ridurre tutto a cervello è, oltre che ossessiva, priva di qualsiasi fondamento razionale, per cui nel motto del Meeting occorre salutare un sano richiamo al ruolo che nell’uomo ha la
capacità di emozioni e di sentimenti che non sono direttamente riducibili a processi logici i quali sarebbero impersonati da danze di neuroni e sinapsi. Ma l’ossessione “cerebrale” che viene dalle neuroscienze, o piuttosto dalle neurofilosofie che proliferano su di esse, è dilagante.
Leggevo di recente il seguente annuncio di una scoperta “scientifica”: «Il coraggio è una faccenda di cervello». Con i soliti procedimenti di risonanza magnetica si è osservata l’attività cerebrale di alcuni soggetti man mano che vincevano la paura provocata dall’esperimento consistente nell’avvicinare un serpente fino a pochi centimetri dalla loro testa. Si sarebbero intravisti alcuni meccanismi neurologici «legati al ceraggio». Lasciamo pure perdere il proposito baggiano di usare queste “scoperte” per realizzare trattamenti capaci di annullare la paura: trovereste ragionevole sopprimere la paura in un automobilista? Quel che lascia esterrefatti è la rozzezza concettuale con cui si stabilisce un rapporto di causa-effetto tra quel che accade nel cervello e i sentimenti del soggetto. È come se dicessi che, siccome il cuore di un soggetto alla vista della persona amata batte più velocemente, la tachicardia è causa dell’amore.
Quel che lascia sconcertati è il volgare materialismo consistente nel ridurre tutto a funzioni cerebrali. Ed è triste constatare quante persone che pure attribuiscono un ruolo fondamentale ai sentimenti, in particolare al sentimento religioso, si lascino abbindolare da questo materialismo. Ho letto il rapporto di una recente ricerca che avrebbe identificata un’area cerebrale responsabile dei sentimenti di “trascendenza”. Insomma, la predisposizione a credere in un Dio trascendente sarebbe iscritta nel cervello. Vi è bisogno di dire che questo è un modo di ridicolizzare il sentimento religioso e l’idea stessa dell’esistenza di Dio, degradando il tutto a una caratteristica materiale dei singoli individui? Una persona crederebbe in Dio soltanto perché il suo cervello è fatto in un certo modo, un’altra sarebbe atea per una diversa conformazione cerebrale. Quel che è sommamente triste è che gli “scienziati” che hanno prodotto questa gran trovata si dichiarano credenti e ritengono di aver contribuito a dimostrare il fondamento della fede, in quanto ne avrebbero determinato le basi “oggettive”. Altro che relativismo, questo è sbandamento mentale e morale. Contro l’ossessione “cerebrale” occorre difendere le ragioni del cuore.»
Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. (Rm. 12,2)
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giovedì 2 settembre 2010
lunedì 2 agosto 2010
Aborto: non una necessità, ma la tragica assenza di una sana educazione alla vita!
In articolo del settimanale Tempi del 7 luglio la giornalista Benedetta Frigerio analizza il triste fenomeno delle donne recidive all'aborto. In Italia il grave e delittuoso fenomeno è in forte crescita.
L'articolo riporta che «Secondo la rivista Ostetricia e Ginecologia, nel 2007 il 21,5 per cento degli aborti è stato recidivo. Il 18 per conto di questi è successivo a due interruzioni precedenti, l’11 per cento a tre o più».
Lo psichiatra Italo Carta (titolare della IV Cattedra di Psichiatria dell’Università Statale di Milano, dirigente dell’Unità Operativa Psichiatrica a Monza) intervistato osserva che in questo della recidiva all'aborto che può certamente definirsi come un approccio psicologico alla realtà è mancata una educazione sin dalla tenera età: «In questo caso è centrale: ci sono tre fasi che descrivono la crescita. La fase della libido: dove il bimbo conosce e si soddisfa con la bocca. Quella anale, in cui scopre che quel che ha dentro si può staccare da sé: fondamentale per il riconoscimento dell’alterità. E la fase fallica. Se non si superano coerentemente questi passaggi si possono presentare manie di autocontrollo, di rifiuto dell’altro e di autodistruzione. Sono sempre meno gli adolescenti che arrivano alla quarta fase, quella genitale, in cui si è pronti ad accettare un oggetto diverso da sé e investirlo d’amore per tutta la vita».
Il passaggio da una cultura repressiva ad una permissiva ha avuto come conseguenza negli adolescenti il loro essere apatici o frustrati davanti ai limiti che si presentano, generando una incapacità di cogliere positivamente il reale in tutta la sua complessità. Altro fattore che incide sulla recidiva all'aborto o al crescente fenomeno dell'abbandono dei figli è l'ideologia femminista che ha mascolinizzato la sessualità famminile negando la naturalità della maternità e dpiù in generale della generazione. Afferma Carta: «Molte donne, poi, non accettano il figlio perché non sanno accettare la diversità. Significa spesso che non è stato soddisfatto in maniera adeguata il loro bisogno di bene: non hanno ricevuto i beni primari necessari o, al contrario, sono state investite di troppe cose e oggetti inutili». In questo incide fortemente l'incapacità dei genitori di corrispondere a questo bisogno così come il clima culturale e sociale in cui si vive: «il consumismo, l’immagine, la superficialità banalizzano la complessità umana. Non sappiamo di cosa abbiamo davvero bisogno. C’è un vuoto affettivo, che si riempie da soli e con aggressività, oppure si presentano l’apatia e la noia perché il bisogno lo si è colmato con troppi e inutili oggetti».
Invece «noi abbiamo bisogno del rapporto con la diversità per essere felici». Quest'affermazione all'apparenza così evidente è invece oggi ridotta al suo esatto contrario. L'altro è ridotto nelle categorie dell'utile del fruire nell'istante senza alcuna "durata" che non sia l'istante. In un certo senso si percepisce l'altro ma solo in quanto prolungamento del sé che è l'opposto dell'altro che ci è posto accanto proprio perché la sua diversità ci faccia uscire dal nostro io. Nel nostro solipsismo egotico o nella solitudine dell'età avanzata, dove appare più evidente la menzogna del vivere per se stessi, si rende evidente l'incapacità per questa generazione di cogliere il "reale". In questo ha avuto responsabilità anche molta cultura religiosa (protestante e cattolica) purista e repressiva che non ha saputo cogliere tutta la complessità della "persona" umana.
Cristo, invece, afferma Italo Carta «ha compiuto il primo miracolo trasformando l’acqua nel vino che mancava. La prima volta che incontra i suoi li sfama. E anche dopo la resurrezione l’elemento terreno resta decisivo. Tanto che raduna al tavolo gli apostoli. La fisicità per lui non è da eliminare, Cristo abbraccia e si fa lavare i piedi. Poi, fa qualcosa in più. È il primo a capire che queste istanze esprimono il bisogno di assoluto e di infinito». La fisicità tanto "esaltata" da questa cultura edonista, in realtà viene misconosciuta nella sua dimensione ontologica. Mi vengono in mente le parole di Chesterton a proposito del genio di San Tommaso d'Aquino che, grazie alla sua peculiare visione teologica, "battezzò" Aristotele. Chesterton nel suo libro San Tommaso d'Aquino (faccio riferimento alla pubblicazione della editrice Fede e Cultura, novembre 2008 pp. 110) afferma: «Essa ci dà realmente una ragione nuova per considerare i sensi e le sensazioni del corpo e le esperienze dell’uomo con riverente deferenza — deferenza che avrebbe meravigliato Aristotele e che il mondo antico non sarebbe stato in grado di comprendere. Il Corpo, crocefisso, risorto dalla tomba, non è più la cosa morta di cui parlano Platone e i vecchi mistici. L’anima ormai non poteva più disdegnare i sensi diventati istrumento del soprannaturale. Platone poteva disprezzare la carne, non Dio: i sensi erano stati veramente santificati, come erano stati benedetti nel battesimo cattolico. “Vedere è credere” non sarà più la banale affermazione d’uno sciocco o d’un individuo comune, bensì una vera e propria convinzione» (p.71 s.). E' Dio stesso che in Gesù Cristo ha visto con gli occhi di carne, ha udito, toccato, assaporato la realtà! «Poiché l’incarnazione era diventata il perno della nostra civiltà, era necessario un ritorno al materialismo, nel senso della giusta valutazione della materia e del corpo. Cristo era risorto: inevitabilmente doveva risorgere anche Aristotele» (ivi).
In una parola ciò significa che Gesù Cristo non censura, ma arriva fino a rispondere agli istinti che l’uomo ha in comune con gli altri esseri. Gesù Cristo è la misura della capacità di cogliere tutta la realtà nel suo valore.
L'articolo riporta che «Secondo la rivista Ostetricia e Ginecologia, nel 2007 il 21,5 per cento degli aborti è stato recidivo. Il 18 per conto di questi è successivo a due interruzioni precedenti, l’11 per cento a tre o più».
Lo psichiatra Italo Carta (titolare della IV Cattedra di Psichiatria dell’Università Statale di Milano, dirigente dell’Unità Operativa Psichiatrica a Monza) intervistato osserva che in questo della recidiva all'aborto che può certamente definirsi come un approccio psicologico alla realtà è mancata una educazione sin dalla tenera età: «In questo caso è centrale: ci sono tre fasi che descrivono la crescita. La fase della libido: dove il bimbo conosce e si soddisfa con la bocca. Quella anale, in cui scopre che quel che ha dentro si può staccare da sé: fondamentale per il riconoscimento dell’alterità. E la fase fallica. Se non si superano coerentemente questi passaggi si possono presentare manie di autocontrollo, di rifiuto dell’altro e di autodistruzione. Sono sempre meno gli adolescenti che arrivano alla quarta fase, quella genitale, in cui si è pronti ad accettare un oggetto diverso da sé e investirlo d’amore per tutta la vita».
Il passaggio da una cultura repressiva ad una permissiva ha avuto come conseguenza negli adolescenti il loro essere apatici o frustrati davanti ai limiti che si presentano, generando una incapacità di cogliere positivamente il reale in tutta la sua complessità. Altro fattore che incide sulla recidiva all'aborto o al crescente fenomeno dell'abbandono dei figli è l'ideologia femminista che ha mascolinizzato la sessualità famminile negando la naturalità della maternità e dpiù in generale della generazione. Afferma Carta: «Molte donne, poi, non accettano il figlio perché non sanno accettare la diversità. Significa spesso che non è stato soddisfatto in maniera adeguata il loro bisogno di bene: non hanno ricevuto i beni primari necessari o, al contrario, sono state investite di troppe cose e oggetti inutili». In questo incide fortemente l'incapacità dei genitori di corrispondere a questo bisogno così come il clima culturale e sociale in cui si vive: «il consumismo, l’immagine, la superficialità banalizzano la complessità umana. Non sappiamo di cosa abbiamo davvero bisogno. C’è un vuoto affettivo, che si riempie da soli e con aggressività, oppure si presentano l’apatia e la noia perché il bisogno lo si è colmato con troppi e inutili oggetti».
Invece «noi abbiamo bisogno del rapporto con la diversità per essere felici». Quest'affermazione all'apparenza così evidente è invece oggi ridotta al suo esatto contrario. L'altro è ridotto nelle categorie dell'utile del fruire nell'istante senza alcuna "durata" che non sia l'istante. In un certo senso si percepisce l'altro ma solo in quanto prolungamento del sé che è l'opposto dell'altro che ci è posto accanto proprio perché la sua diversità ci faccia uscire dal nostro io. Nel nostro solipsismo egotico o nella solitudine dell'età avanzata, dove appare più evidente la menzogna del vivere per se stessi, si rende evidente l'incapacità per questa generazione di cogliere il "reale". In questo ha avuto responsabilità anche molta cultura religiosa (protestante e cattolica) purista e repressiva che non ha saputo cogliere tutta la complessità della "persona" umana.
Cristo, invece, afferma Italo Carta «ha compiuto il primo miracolo trasformando l’acqua nel vino che mancava. La prima volta che incontra i suoi li sfama. E anche dopo la resurrezione l’elemento terreno resta decisivo. Tanto che raduna al tavolo gli apostoli. La fisicità per lui non è da eliminare, Cristo abbraccia e si fa lavare i piedi. Poi, fa qualcosa in più. È il primo a capire che queste istanze esprimono il bisogno di assoluto e di infinito». La fisicità tanto "esaltata" da questa cultura edonista, in realtà viene misconosciuta nella sua dimensione ontologica. Mi vengono in mente le parole di Chesterton a proposito del genio di San Tommaso d'Aquino che, grazie alla sua peculiare visione teologica, "battezzò" Aristotele. Chesterton nel suo libro San Tommaso d'Aquino (faccio riferimento alla pubblicazione della editrice Fede e Cultura, novembre 2008 pp. 110) afferma: «Essa ci dà realmente una ragione nuova per considerare i sensi e le sensazioni del corpo e le esperienze dell’uomo con riverente deferenza — deferenza che avrebbe meravigliato Aristotele e che il mondo antico non sarebbe stato in grado di comprendere. Il Corpo, crocefisso, risorto dalla tomba, non è più la cosa morta di cui parlano Platone e i vecchi mistici. L’anima ormai non poteva più disdegnare i sensi diventati istrumento del soprannaturale. Platone poteva disprezzare la carne, non Dio: i sensi erano stati veramente santificati, come erano stati benedetti nel battesimo cattolico. “Vedere è credere” non sarà più la banale affermazione d’uno sciocco o d’un individuo comune, bensì una vera e propria convinzione» (p.71 s.). E' Dio stesso che in Gesù Cristo ha visto con gli occhi di carne, ha udito, toccato, assaporato la realtà! «Poiché l’incarnazione era diventata il perno della nostra civiltà, era necessario un ritorno al materialismo, nel senso della giusta valutazione della materia e del corpo. Cristo era risorto: inevitabilmente doveva risorgere anche Aristotele» (ivi).
In una parola ciò significa che Gesù Cristo non censura, ma arriva fino a rispondere agli istinti che l’uomo ha in comune con gli altri esseri. Gesù Cristo è la misura della capacità di cogliere tutta la realtà nel suo valore.
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