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domenica 2 giugno 2013

Le tette di plastica della Jolie e ... la paura della morte.

La notizia è comparsa su tutti i giornali: la Jolie per prevenire un ipotetico tumore si è fatta asportare i due seni perfettamente sani e li ha sostituiti con due protesi.

La notizia ci consente di fare qualche piccola riflessione, non tanto per il comportamento assunto dall'attrice, quanto per la sua risonanza mediatica e l'influenza che può avere sul comportamento della gente comune.
È chiaro che ognuno cerca la felicità. Questo desiderio è iscritto nel cuore di ogni uomo; è quello che Sant'Agostino definisce come il desiderio della vita beata.

Il problema è che viviamo sotto l'influenza di una cultura che cerca disperatamente di eternare l'attimo presente riducendo l'umanità, che è in ciascuno di noi, ad un simulacro di se stessa, proprio come le tette di plastica della Jolie.
Ci si crede più umani eliminando da noi tutto quello che ci rimanda a qualcosa che va oltre un presente disperatamente eternato. La morte, la sofferenza, la malattia, la vecchiaia lungi dall'essere anti-umane sono altrettanto costitutive della determinatezza dell'essere umano. Possono essere oggetto di lode come ci ricorda San Francesco con il suo cantico delle creature. Ma per far questo occorre un certo Spirito ... quello Santo!

La nostra generazione ritiene di risolvere il problema del limite, di cui la morte segna il confine invalicabile, negandolo e/o rimuovendolo.
Dice San Paolo che è proprio la paura della morte che rende l'uomo schiavo del demonio per tutta la vita e che lo costringe a peccare.
Infatti peccare, prima che declinarsi nelle sue 7 caratteristiche fondamentali, è, mancare il bersaglio, non cogliere l'obiettivo, fallire! Non realizzarsi effettivamente.

Sotto un'altra visuale, il fallire è quello che San Paolo identifica nel "vivere per se stesso" che è la più grande forma di peccato. Vivere per se stesso è, in fondo, ridurre il rapporto con gli altri nella categoria dell'utile. Utilizzare gli altri e persino se stessi, il proprio corpo per esorcizzare la paura della morte.
Solo Gesù, con la sua morte e risurrezione, ci offre la vera possibilità di accogliere tutta la nostra umanità senza necessità di alienarci o di farci degli idoli nella scienza, nella tecnica o nella medicina.

È interessante osservare che Gesù risorto si manifesta ai suoi discepoli in Galilea. Ovvero come dice Eloi Leclerc, in quei luoghi dove Gesù era vissuto vicino a loro. Con ciò rendendo evidente che la gloria del Padre nella quale Gesù era entrato non si doveva ricercare nell'alto dei cieli, ma, al contrario, in questa comunione di vita che egli aveva inaugurato con gli uomini attraverso la sua incarnazione.
È precisamente questa comunione tra i discepoli che visibilizza la potenza di Gesù risorto. Gesù è l'unico capace di abbattere il muro di separazione tra me e l'altro. Possiamo amare veramente, perché possiamo amare i nostri nemici. Amare cioè senza dover nutrire il nostro io malato, amare veramente, amare gratuitamente. Non a caso, afferma Leclerc, il vangelo di Matteo al suo inizio colloca la scelta di Gesù di abitare in Cafarnao ai confini della terra di Zabulon e Neftali perché si compisse la parola del profeta Isaia: "...Galilea delle Genti! Il popolo che era immerso nelle tenebre ha visto una grande luce: su coloro che abitavano l'oscuro paese della morte una luce risplendette." (Is. 8, 23-9, 1).

Questa certezza che in Gesù la morte è vinta è per tutti, per ogni uomo della terra! C'è speranza! La grande Speranza di cui ha parlato magistralmente Benedetto XVI. Gesù ha veramente il potere di farci felici! In Lui possiamo dare inizio ad una nuova civiltà. Possiamo tornare a vivere per qualcosa più grande di noi! Possiamo uscire dal nostro egoismo! Possiamo uscire a gridare la gioia!