In un tempo in cui si osanna Ipazia, la "santa laica” massacrata da "biechi sgherri cattolici al soldo del Vescovo di Alessandria" (così vuole la leggenda nera ben evidenziata dallo studioso Luigi Copertino nell'intervista concessa a Giovanna Canzano), vale la pena ricordare quanto scrive il filosofo laico Giustino (100 - 167 d.C.) massacrato in odio alla fede cattolica da "santi e illuminati" pagani:
«1. La nostra dottrina dunque appare più splendida di ogni dottrina umana, perché per noi si è manifestato il Logos totale, Cristo, apparso per noi in corpo, mente, anima.
2. Infatti tutto ciò che rettamente enunciarono e trovarono via via filosofi e legislatori, in loro è frutto di ricerca e speculazione, grazie ad una parte di Logos.
3. Ma poiché non conobbero il Logos nella sua interezza, che è Cristo, spesso si sono anche contraddetti.» (Giustino, Apologia seconda, X).
Questa affermazione lungi dall’essere segno di “oscurantismo”, come qualcuno potrebbe argomentare, è in realtà l’asse che fonda la fiducia cattolica nella capacità della ragione umana di attingere la piena comprensione del reale nella sua interezza. Giustino è quello che comprende per primo la rilevanza dell’Avvenimento Cristiano per il pieno compimento di significato dell’uomo e del suo “amore di sapienza”.
Giustino è filosofo in quanto cristiano e questa è la lezione magistralmente ripresa da Papa Benedetto XVI che in questi tempi di luce oscura (la cultura della morte per dirla con Papa Giovanni Paolo II) innalza ancora il vessillo della Ragione, scevra però da tutti gli “ismi” frutto dell’Illuminismo e della sua pretesa di riduzione della realtà a ciò che è pensato.
E’ il Logos che, rendendosi partecipe del destino dell’uomo, apre la ragione umana nella direzione del giusto com-prendere il reale. Da qui lo sviluppo di tutto il sapere che nel corso dei secoli ha fatto della Chiesa Cattolica e dei suoi figli un faro di civiltà per tutti i popoli (luce delle genti), a cominciare dai popoli “barbari” che, irrompendo nell’impero romano e distruggendolo, avrebbero cancellato ogni traccia di sapere “all’occidentale” e che invece, grazie alla Chiesa Cattolica, hanno saputo apprendere la novità della vita Cristiana e la superiore dignità di ogni uomo anche del più debole perché, va subito ricordato, la filosofia “cristianizzata” non è più soltanto amore di sapienza ma sapienza dell’Amore!
Per quanti torti e contraddizioni palesi con il Vangelo abbiano avuto gli uomini di Chiesa, i loro meriti a favore dell’intera umanità sono infinitamente maggiori. Perciò l’affermazione di G.K. Chesterton: «Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo.», lungi dall’essere una provocazione è piuttosto una constatazione (La Chiesa Cattolica, Dove tutte le verità si danno appuntamento, Ed. Lindau, ed. febbraio 2010, pp. 117, con prefazione a cura di Marco Sermarini, p.79).
Anche tutta la diatriba interna al cristianesimo ed alle sue lacerazioni va ripensata serenamente. Occorre recuperare oggi più che mai l’unità cattolica dei Cristiani perché il momento presente lancia sfide ineludibili a chi ancora crede che l’uomo è un “animal rationale”.
Prosegue Chesterton: «Ciò che oggi chiamiamo libero pensiero è apprezzato non perché sia libero, ma perché è libertà dal pensiero: è libera mancanza di pensiero» (ivi p.80).
L'affermazione di Chesterton è fatta nel contesto di quel sottile gioco di obiezioni che si scatena intorno a colui che intende farsi cattolico.
La realtà, come osserva l'autore, è che questa "libera mancanza di pensiero" vuole ridurre la Chiesa Cattolica ad una delle tante sette cristiane e conseguentemente porre tutte le religioni sullo stesso piano, "credi tutti uguali, in un cosmo indifferente". Niente di più falso e di irragionevole di questo tentativo. L’analisi che svolge Chesterton, infatti, sottolinea come questo tentativo sia un grave errore filosofico. Solo della Chiesa Cattolica si può propriamente dire “Ecclesia”, le confessioni cristiane che se ne sono staccate non sono sul suo stesso piano: «chiamare i recuperatori perché demoliscano una nave non trasforma la nave in una delle sue travi» (ivi p. 70).
Le confessioni protestanti sono tante idee cattoliche parcellizzate ed assolutizzate e perciò rese sterili. «Il principio vitale delle confessioni protestanti, se non è un principio di morte, è costituito da ciò che hanno conservato del cristianesimo cattolico; e al cristianesimo cattolico le varianti del protestantesimo sono sempre tornate per rivitalizzarsi. So che sembrerà un’affermazione contestabile, ma è la verità. (…) Un altro modo di vedere le cose è dire che siamo giunti a considerare tutte queste figure storiche come personaggi della storia cattolica, anche se non sono cattoliche. E in un certo senso, ovvero in senso storico e non teologico, non smettono mai di essere cattoliche. Non sono persone che abbiano creato qualcosa di interamente nuovo, finché non oltrepassano il confine della ragione e danno vita a incubi più o meno insensati. Ma gli incubi non durano, e la maggior parte di questa gente ancora adesso si trova in una fase di risveglio. I protestanti sono cattolici che hanno fatto uno sbaglio: è questo che si intende realmente dicendo che sono cristiani. In alcuni casi il loro è stato un grosso sbaglio, ma sono rare le volte in cui hanno portato avanti un errore tutto loro. Così il calvinista è un cattolico ossessionato dall’idea cattolica della sovranità di Dio. Ma quando le attribuisce il significato che Dio desidera la dannazione di alcune persone, possiamo affermare, senza timore di esagerare, che è un cattolico morboso. In effetti, è un cattolico malato; e la malattia, lasciata a se stessa, porta alla morte o alla pazzia. La malattia però non è durata molto e ormai è praticamente scomparsa. Ma ogni volta che il calvinista fa un passo indietro verso l’umanità, si riavvicina al cattolicesimo. (…)
Per noi, dunque, da questo momento in poi è impossibile vedere il quacchero come una figura agli albori di una nuova storia quacchera o il calvinista come il fondatore di un nuovo mondo calvinista. E’ assolutamente palese che sono soltanto personaggi della nostra storia cattolica, i quali si sono però limitati a provocare un bel po’ di guai cercando di fare qualcosa che a noi riusciva meglio e che loro in realtà non hanno mai fatto. Ora alcuni possono supporre che una cosa del genere sia valida per vecchie sette come il calvinismo e il quaccherismo ma non per movimenti moderni come il socialismo o lo spiritismo. Tuttavia si sbagliano, il carattere inclusivo o continentale della Chiesa si applica tanto alle manie moderne che alle vecchie manie religiose, e quindi tanto ai materialisti, o agli spiritisti, che ai puritani. In tutte ritroviamo un dogma cattolico che subisce sempre lo stesso destino: all’inizio gli adepti del movimento lo danno per scontato, poi lo esagerano fino a corromperlo, quindi gli si rivoltano contro e lo respingono come errore, tornando indietro di qualche passo sulla strada verso casa. E questo è quasi sempre il segno distintivo di un simile eretico: il fatto che, pur contestando forsennatamente qualsiasi altro dogma del cattolicesimo, non si sognerà mai di mettere in discussione il suo dogma cattolico preferito e non sembra nemmeno rendersi conto che si potrebbe contestarlo.» (pp. 72 -74).
Argutamente e profeticamente Chesterton osserva che queste assolutizzazioni di verità cattoliche proprio in ragione della loro assolutizzazione si trasformano o nel loro opposto o in un vero e proprio incubo.
«Al calvinista non era mai venuto in mente che qualcuno avrebbe potuto usare la sua libertà per negare o limitare l’onnipotenza divina, o al quacchero che qualcuno avrebbe potuto mettere in dubbio la supremazia della semplicità. Il socialista è nella stessa situazione. Il bolscevismo, e ogni sua variante teorica basata sulla fratellanza, si fonda su un dogma cattolico profondamente mistico, cioè l’uguaglianza degli uomini. I comunisti puntano tutto sull’uguaglianza dell’uomo, proprio come i calvinisti puntavano tutto sull’onnipotenza di Dio. Cavalcano questo dogma fino a sfiancarlo esattamente come gli altri facevano con il loro, trasformando il cavallo in un incubo. Ma non sembrano mai pensare che qualcuno possa non credere nel dogma cattolico dell’uguaglianza mistica degli uomini. Eppure molti, persino tra i cristiani, sono così eretici da dubitarne. Nel tentativo di metterlo in pratica, i socialisti finiscono in un bel pasticcio: scendono a compromessi con i loro ideali, modificano la loro dottrina e così, come i quaccheri e i calvinisti dopo le loro somme stravaganze, si ritrovano ad aver coperto un giorno di marcia in più verso Roma.» (p. 76).
In questo l’esperienza della conversione di Chesterton è simile a quella di Giustino:
«Dopo aver visto il mondo in questo modo, e cioè una volta che sia riuscito a distinguervi alcune idee in equilibrio e altre che invece l’equilibrio lo hanno perso, il convertito non affronta i disagi che avrebbe potuto ragionevolmente temere prima di quella rivoluzione silenziosa ma sorprendente. Non si agita se gli dicono che nello spiritismo o nella Christian Science c’è qualcosa. Sa che c’è qualcosa in tutto. Ma si commuove per il fatto straordinario di trovare tutto in qualcosa. E ha l’assoluta certezza che quegli altri ricercatori lo cercheranno nello stesso posto, non appena smetteranno di accontentarsi di una cosa qualsiasi e cercheranno davvero tutto. In questo senso, essi lo preoccupano molto meno ora di quando pensava che fossero gli unici in grado di entrare in comunicazione con i misteri superiori, e ovviamente anche di mandare quella comunicazione a carte quarantotto. (…) Egli non invidia al bolscevico la rivoluzione più di quanto invidi la diga al castoro, poiché sa che la sua civiltà è capace di opere assai più complicate e meno monotone. Ma questo lo pensa della sua civiltà e della sua religione, e non solo di se stesso. Non c’è niente di altezzoso nel suo atteggiamento poiché sa benissimo di aver solo esplorato la superficie del maniero spirituale in cui ora si aggira liberamente. In altre parole, il convertito non abbandona affatto la ricerca e nemmeno l’avventura. Non pensa di sapere tutto, né ha perso interesse per ciò che non conosce. Ma l’esperienza gli ha insegnato che quasi tutto si trova da qualche parte all’interno di quel maniero, e che al di fuori molti non trovano quasi nulla. Poiché il maniero non è solo un giardino curato o una fattoria ben organizzata: dentro i suoi confini la caccia e la pesca sono ricche e, come si dice, c’è di che fare un buon bottino.» (p. 78-79).
Altro che sonno dogmatico di hegeliana memoria! Il convertito cattolico ha autentico gusto per la ricerca e l’avventura: « È questo il suo significato [della conversione n.d.r.] proprio come guarire da una paralisi non significa rinunciare a muoversi, ma imparare a farlo. Per la prima volta il convertito cattolico dispone di una base solida per un pensiero chiaro e forte. Ha modo di appurare per la prima volta la verità di qualsiasi questione. Considerando come va il mondo, soprattutto in questo momento, sono gli altri — i pagani e gli eretici — che sembrano possedere ogni virtù tranne quella di un pensiero coerente.» (pp. 79-80).
Interessante è l’osservazione su come gli altri colgono il movimento della conversione e la situazione del convertito: «Quanti si trovano all’esterno stanno lì e vedono, o credono di vedere, il convertito che entra a capo chino in una specie di piccolo tempio che nella loro convinzione internamente è attrezzato come una prigione, se non come una vera a propria camera di tortura. Ma per certo sanno solo che ha attraversato una porta. Ignorano che non è entrato nell’oscurità interiore, ma che è uscito invece nella piena luce. In realtà l’outsider, nella meravigliosa accezione letterale di chi sta all’esterno, è il convertito.» (p. 80 s.).
Così tutte quelle sette antiche o moderne, siano esse religiose o laiche, che professano di «essere un cosmo intero o uno schema di tutte le cose» (p.81). In cui ognuna di esse «sostiene di avere il cielo come cupola o la volta stellata come decorazione» (ivi), non formano oggetto di alcuna attrattiva per il convertito perché «al convertito tutti questi sistemi cosmici sembrano molto più piccoli e persino più semplici del vasto ed equilibrato universo in cui vive. » (p.81).
Per chiarire il concetto Chesterton prende ad esempio l’agnosticismo, la teosofia o buddismo e l’umanitarismo. Quanto alla teosofia commenta: «C’è poi un altro Sistema che viene chiamato teosofia o buddismo; ma egli [il convertito n.d.r.] sa per esperienza che è solo lo stesso tipo di ruota noiosa [l’agnosticismo n.d.r], usata per cose spirituali anziché materiali. Poiché nel suo mondo [la Chiesa Cattolica n.d.r] è libero di fare qualsiasi cosa, persino di andare al diavolo, non vede perché dovrebbe legarsi alla ruota di un semplice destino.» (p. 81 s.)
Conclude Chesterton: « “Dove andrei ora, se lasciassi la Chiesa Cattolica?” Certo da nessuna di queste piccole sette sociali, capaci di esprimere solo un’idea alla volta perché si dà il caso che quell’idea sia di moda in quel momento. La cosa migliore che potrei sperare sarebbe di allontanarmi nei boschi e diventare, non un panteista (poiché anche questa è una noiosa limitazione), ma piuttosto un pagano incline a gridare che qualche particolare vetta alpina o albero fruttifero in fiore è sacro e va venerato. Quello almeno sarebbe ricominciare tutto daccapo, ma alla fine mi riporterebbe allo stesso problema. Se fu ragionevole avere un albero sacro, non fu irragionevole avere un crocifisso sacro; e se la divinità si poteva trovare su una vetta, altrettanto ragionevolmente può trovarsi sotto una guglia. Chi cerca una nuova religione, presto o tardi la trova; e perché dovrei essere scontento di quella che ho trovato? Soprattutto quando, come ho detto all’inizio di questo saggio, è l’unica religione antica che sembra in grado di rimanere nuova.» (p. 82).
In una parola per Chesterton la vera alternativa al Cristianesimo è il paganesimo non le particolari derive del cristianesimo religiose o laiche che siano. Ma come giustamente osserva questo faticoso ritorno appare in qualche modo sterile: «Il paganesimo è meglio del panteismo, poiché paganesimo è libero di immaginare divinità, mentre il panteismo è costretto a fingere, facendo del moralismo, che tutte le cose siano altrettanto divine. Ma non so immaginarmi una divinità abbastanza divina. Se do l’impressione di conoscere quel faticoso ritorno attraverso i boschi, è perché credo di averlo già percorso simbolicamente. Come ho tentato di confessare senza eccessivo egotismo, credo di essere il genere d’uomo che giunge a Cristo dopo aver abbandonato Pan e Dioniso, e non dopo essere stato un seguace di Lutero o di Laud”» (p. 83).
Per Chesterton la conversione, quella vera è dal paganesimo al Cristianesimo il resto non è che ritorno al qual vasto continente che è la Chiesa Cattolica ed il suo pensiero.
«La conversione che comprendo è quella del pagano non quella del puritano; e su quell’antica conversione si fonda l’intero mondo che conosciamo. È una trasformazione molto più vasta e tremenda di qualsiasi cosa che, da molti anni a questa parte, almeno in Inghilterra e in America, sia stata motivo di controversia tra le sette o di divisioni dottrinali. All’apice di quell’antico impero [romano n.d.r] e di quell’esperienza internazionale [l’Ecclesia n.d.r.], l’umanità ebbe una visione. Altre non ne ha avute, escludendo le dispute su quell’unica visione. Il paganesimo era quanto di più grande ci fosse al mondo, ma il cristianèsimo è ancora più grande: in confronto a esso, tutto il resto appare piccolo.» (p. 83).
Con buona pace degli Odifreddi e delle Hack.