Che tristezza vedere genitori che accompagnano bambini vestiti da streghe, diavoli o fantasmi! E ancor più frotte di adolescenti con i medesimi costumi scorrazzare suonando campanelli e ripetendo quel demenziale "dolcetto o scherzetto"! Eh sì, sono proprio politicamente scorretto!! Perché criticare quando tante Parrocchie cattoliche si affannano ad assicurare la bontà dell'iniziativa?
Mi vengono in mente le considerazioni "anacronistiche" che Louis Bouyer nel 1948 scriveva a proposito delle pericolose illusioni monistiche dei cristiani del suo tempo di una sperata "conversione del mondo". Ancora siamo vittime di questa visione hegeliana della storia in cui si va inutilmente a "conciliare" Cristo ed il Mondo.
Non me la prendo con quei poveracci che scorrazzano in costume, che sono solo il segno esteriore di una devastazione, per loro stessi spesso inconsapevole, della Verità Cattolica sulla morte e sul destino dei morti. Ma me la prendo con chi ancora si definisce cattolico e che approva questo effluvio di apostasia come lo definirebbe Bernanos. Ridurre infatti la festa di tutti i Santi a quella di sbiaditi e spesso demoniaci fantasmi è davvero qualcosa di dolorosamente triste!
Per questo ritengo utile riportare qui alcune considerazioni di Bouyer contenute in un suo scritto intitolato "Cristianesimo ed Escatologia".
«Non «la conversione del mondo» ma «l’odio del mondo» ecco cosa si attendevano gli apostoli andando ad annunciare il Vangelo. Inimicizia del mondo, manifestata sempre più chiaramente e sempre più scopertamente radicale e definitiva; ma al tempo stesso «vittoria sul mondo». (...) è un fatto che i cristiani di oggi non possono sopportare di avere dei nemici. Vorrebbero essere contro tutto quello che è contro e a favore di tutto quello che è a favore. Non c’è più modo, oggi, di essere non credenti. Potete ingegnarvi ad accumulare bestemmie. Tempo perso. Che siate Nietzsche, Proudhon o anche il marchese De Sade, o semplicemente Jean-Paul Sartre, ci sarà certamente un ecclesiastico illuminato che scriverà un libro in cui sarete dolcemente sollecitati, generosamente interpretati, ed abilmente accaparrati. Come il profeta Ezechiele attaccava i cherubini babilonesi al carro della Shekinah, vi troverete, senza sapere come, a pestare nella noria per far montare l’acqua di un mulino gesuita o domenicano… finora nessuno è riuscito a sfuggire!... (...) Quali che siano gli «ismi» che appassionano e divertono i nostri contemporanei, possiamo essere certi di vederne spuntare dopo un po’ un modello ridotto ed accuratamente sterilizzato, ad uso dei cristiani, munito di una etichetta che ne certifica il battesimo in bella forma. Ma il risultato è che quando i non credenti ci ascoltano un po’, non trovano nelle nostre parole che un surrogato ad usum delphini delle loro stesse creazioni, e si voltano dall’altra parte, disinteressati, senza neanche notare il discreto aroma di acqua benedetta che la nostra fallace speranza si sarebbe accontentata di far loro ammettere.»
Questa è la triste realtà. Abbiamo perduto il significato di affermazione, ci guardiamo bene dal considerare che affermare Cristo è negare il mondo con le sue illusioni e le sue idolatrie.
Risuonano veramente profetici gli interrogativi di Bouyer con i quali concludo questo post invitandovi, se amate veramente Cristo o se siete più semplicemente interessati a fare buon uso della massa celebrale che il buon Dio vi ha donato, a lasciarvi seriamente interrogare:
«Non si può affermare niente senza negare il suo contrario, e la nostra paura malata di scandalizzare o dispiacere, ci trattiene sempre dal dire un no categorico. I nostri antenati predicavano il Vangelo per salvare le anime dei loro fratelli. Ma salvarli attraverso il Vangelo non implicava l’idea che senza di esso si sarebbero perduti? Immediatamente, il cristiano moderno è pronto a tutto pur di lavarsi di una simile imputazione. Non solo non è per salvare gli uomini che andrà a parlare con loro, ma è anche persuaso che, nella loro invincibile ignoranza, è molto più sicuro che loro siano salvati che lui: il suo triste privilegio non è forse essere illuminato sugli obblighi onerosi che a loro non toccano? Ma allora, che interesse pensa che il suo Vangelo possa avere per quelli cui ciò nonostante lo offre? Da un canto non osa metterci che quello in cui loro già credono, abbellito solo da una fraseologia ecclesiastica di cui lui è il solo a percepirne l’interesse; dall’altro, il suo scrupolo ossessivo lo porta a insistere continuamente che non ne aspetta affatto la salvezza dei fratelli. La salvezza è scontata e non pretende di aggiungervi nulla attraverso la sua testimonianza. Se le cose stanno così perché stupirsi che le sue timide avances incontrano così poco successo? Chi entrerebbe in una locanda in cui si cominciasse a dirgli che in essa non starà più al coperto che se restasse fuori e non vi troverà nulla da mangiare se non quello che lui stesso ha portato con sé?».
FELICE "TUTTI I SANTI"!!
Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. (Rm. 12,2)
domenica 31 ottobre 2010
domenica 24 ottobre 2010
In margine al Sinodo dei Vescovi sul Medio Oriente
Al Sinodo dei vescovi, conclusosi in data odierna in Vaticano, dedicato al medio oriente dal titolo: "La Chiesa Cattolica nel Medio Oriente: Comunione e testimonianza", è stato da più parti rimproverato sui media di aver espresso posizioni fortemente anti-israeliane.
Su IL FOGLIO del 23 ottobre 2010 ho letto un intervento di Padre Rino Rossi pieno di speranza e di possibile comunione con gli ebrei che sono certamente i fratelli maggiori oltre che dei cristiani anche dei mussulmani (piaccia o non piaccia così è).
Lo riporto per una comune consolazione:
In pace con Israele, in nome di Gesù
La cittadella neocatecumenale affacciata sul lago di "Tiberiade"
Roma. “All’apertura della Domus Galilaeae moltissimi ebrei hanno cominciato a visitarci e a tornare. Solo l'anno socrso ne sono passati più di centomila... Noi sentiamo che dobbiamo accoglierli e servirli come fratelli”. Lo ha detto, intervenendo al Sinodo sul medio oriente, padre Rino Rossi, dal 2003 responsabile della Domus Galilaeae, il centro per la formazione dei missionari del Cammino neocatecumenale che sorge sul Monte delle Beatitudini, non lontano dal lago di Tiberiade. Era stata benedetta nel 2000, mentre era ancora in costruzione, da Giovanni Paolo II, e da allora non ha mai smesso di essere un simbolo di amicizia tra il movimento fondato dallo spagnolo Kiko Argilello e il popolo ebraico (a partire dal progetto, opera dell’architetto di Haifa Dan Mochly e dell’argentino padre Daniel Cevilan). Al punto che alla Domus, affrescata dallo stesso Argüello, qualcuno ha ritenuto di dover rimproverare un eccesso di contaminazione, con l’esposizione di una Torah del XV secolo, del candelabro di Hanukkà, o per il canto-preghiera “Shemah Israel” che accoglie i visitatori.
Al Foglio, padre Rossi spiega che il Cammino neocatecumenale “è in contatto stretto sia con le chiese locali sia con la realtà ebraica, che ci ha offerto una buona accoglienza. Naturalmente è stata fondamentale la visita di Papa Wojtyla, e l’opportunità che ci fu data di organizzare la grande messa sul Monte delle Beatitudini, a fianco della Domus. Per la prima volta tutte le televisioni israeliane trasmisero una cerimonia cristiana di quell’imponenza, con più di centomila persone riunite”. I simboli ebraici nella Domus Galilaeae, spiega ancora padre Rossi, “dicono che dobbiamo andare alle nostre radici e mettere al centro la parola di Dio, come ha raccomandato il Concilio Vaticano II. Questo ci porta a riscoprire la nostra fondamentale connessione con il popolo ebraico e con le sue tradizioni. Gesù Cristo è ebreo e non possiamo capire la sua predicazione nel Nuovo testamento se non conosciamo l’Antico. Il Cammino neocatecumenale si inserisce nella scia del Concilio, e poi del magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI”.
E’ capitato qualche fraintendimento, racconta padre Rossi: “Alcuni arabi si sono scandalizzati per il decalogo di Mosè scolpito in ebraico su marmo all’ingresso della nostra biblioteca. Ma quello è un richiamo al momento cruciale che stiamo attraversando. La nostra cultura europea nasce da radici giudaico-cristiane, mentre oggi il nuovo ordine europeo vuole dimenticare quella radice, e cerca di introdurre norme che le sono completamente contrarie (sulla famiglia, per esempio). Il cammino della vita, rivelato da Dio sul Sinai con i dieci comandamenti, è stato ripreso da Gesù sul Monte delle Beatitudini, con quello che è il cuore della sua predicazione: il sermone della montagna”. In quella circostanza, conclude il responsabile della Domus Galilaeae, “Gesù riprende la Torah, non la abolisce ma la porta a compimento: amate coloro che vi odiano, ci dice. Nella Domus è stato messo in evidenza qualcosa che abbiamo in comune con l’ebraismo: il compito di realizzare quel contenuto, questione di vita o di morte per il mondo futuro”.
(da IL FOGLIO del 23/10/2010)
Su IL FOGLIO del 23 ottobre 2010 ho letto un intervento di Padre Rino Rossi pieno di speranza e di possibile comunione con gli ebrei che sono certamente i fratelli maggiori oltre che dei cristiani anche dei mussulmani (piaccia o non piaccia così è).
Lo riporto per una comune consolazione:
In pace con Israele, in nome di Gesù
La cittadella neocatecumenale affacciata sul lago di "Tiberiade"
Roma. “All’apertura della Domus Galilaeae moltissimi ebrei hanno cominciato a visitarci e a tornare. Solo l'anno socrso ne sono passati più di centomila... Noi sentiamo che dobbiamo accoglierli e servirli come fratelli”. Lo ha detto, intervenendo al Sinodo sul medio oriente, padre Rino Rossi, dal 2003 responsabile della Domus Galilaeae, il centro per la formazione dei missionari del Cammino neocatecumenale che sorge sul Monte delle Beatitudini, non lontano dal lago di Tiberiade. Era stata benedetta nel 2000, mentre era ancora in costruzione, da Giovanni Paolo II, e da allora non ha mai smesso di essere un simbolo di amicizia tra il movimento fondato dallo spagnolo Kiko Argilello e il popolo ebraico (a partire dal progetto, opera dell’architetto di Haifa Dan Mochly e dell’argentino padre Daniel Cevilan). Al punto che alla Domus, affrescata dallo stesso Argüello, qualcuno ha ritenuto di dover rimproverare un eccesso di contaminazione, con l’esposizione di una Torah del XV secolo, del candelabro di Hanukkà, o per il canto-preghiera “Shemah Israel” che accoglie i visitatori.
Al Foglio, padre Rossi spiega che il Cammino neocatecumenale “è in contatto stretto sia con le chiese locali sia con la realtà ebraica, che ci ha offerto una buona accoglienza. Naturalmente è stata fondamentale la visita di Papa Wojtyla, e l’opportunità che ci fu data di organizzare la grande messa sul Monte delle Beatitudini, a fianco della Domus. Per la prima volta tutte le televisioni israeliane trasmisero una cerimonia cristiana di quell’imponenza, con più di centomila persone riunite”. I simboli ebraici nella Domus Galilaeae, spiega ancora padre Rossi, “dicono che dobbiamo andare alle nostre radici e mettere al centro la parola di Dio, come ha raccomandato il Concilio Vaticano II. Questo ci porta a riscoprire la nostra fondamentale connessione con il popolo ebraico e con le sue tradizioni. Gesù Cristo è ebreo e non possiamo capire la sua predicazione nel Nuovo testamento se non conosciamo l’Antico. Il Cammino neocatecumenale si inserisce nella scia del Concilio, e poi del magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI”.
E’ capitato qualche fraintendimento, racconta padre Rossi: “Alcuni arabi si sono scandalizzati per il decalogo di Mosè scolpito in ebraico su marmo all’ingresso della nostra biblioteca. Ma quello è un richiamo al momento cruciale che stiamo attraversando. La nostra cultura europea nasce da radici giudaico-cristiane, mentre oggi il nuovo ordine europeo vuole dimenticare quella radice, e cerca di introdurre norme che le sono completamente contrarie (sulla famiglia, per esempio). Il cammino della vita, rivelato da Dio sul Sinai con i dieci comandamenti, è stato ripreso da Gesù sul Monte delle Beatitudini, con quello che è il cuore della sua predicazione: il sermone della montagna”. In quella circostanza, conclude il responsabile della Domus Galilaeae, “Gesù riprende la Torah, non la abolisce ma la porta a compimento: amate coloro che vi odiano, ci dice. Nella Domus è stato messo in evidenza qualcosa che abbiamo in comune con l’ebraismo: il compito di realizzare quel contenuto, questione di vita o di morte per il mondo futuro”.
(da IL FOGLIO del 23/10/2010)
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