Il Papa Benedetto XVI domenica 20 giugno nell'omelia dell'Eucaristia in cui sono stati ordinati 14 nuovi presbiteri della Diocesi di Roma ha offerto notevoli spunti di riflessione che vanno al di là della mera caratterizzazione dello spirito che deve animare un presbitero e che coinvolgono ogni cristiano che voglia essere tale.
In particolare mi ha colpito il seguente pensiero:
«Chi vuole soprattutto realizzare una propria ambizione, raggiungere un proprio successo sarà sempre schiavo di se stesso e dell’opinione pubblica. Per essere considerato, dovrà adulare; dovrà dire quello che piace alla gente; dovrà adattarsi al mutare delle mode e delle opinioni e, così, si priverà del rapporto vitale con la verità, riducendosi a condannare domani quel che avrà lodato oggi. Un uomo che imposti così la sua vita, un sacerdote che veda in questi termini il proprio ministero, non ama veramente Dio e gli altri, ma solo se stesso e, paradossalmente, finisce per perdere se stesso. Il sacerdozio - ricordiamolo sempre - si fonda sul coraggio di dire sì ad un’altra volontà, nella consapevolezza, da far crescere ogni giorno, che proprio conformandoci alla volontà di Dio, «immersi» in questa volontà, non solo non sarà cancellata la nostra originalità, ma, al contrario, entreremo sempre di più nella verità del nostro essere e del nostro ministero.».
Si può vivere veramente così? Certamente si! Il segreto, ci ricorda Benedetto XVI, è "rimanere con Gesù".
Il Cristianesimo non è una filosofia, un sapere, è primariamente un'incontro con la Persona viva di Gesù ed un permanere in questa relazione vitale: «Solamente chi ha un rapporto intimo con il Signore viene afferrato da Lui, può portarlo agli altri, può essere inviato. Si tratta di un "rimanere con Lui" che deve accompagnare sempre l’esercizio del ministero sacerdotale; deve esserne la parte centrale, anche e soprattutto nei momenti difficili, quando sembra che le «cose da fare» debbano avere la priorità. Ovunque siamo, qualunque cosa facciamo, dobbiamo sempre "rimanere con Lui"».
Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. (Rm. 12,2)
sabato 26 giugno 2010
lunedì 14 giugno 2010
G. K. Chesterton - considerazioni profetiche - 2
«Non abbiamo bisogno di una religione che sia nel giusto quando anche noi siamo nel giusto. Quello che ci occorre è una religione che sia nel giusto quando noi abbiamo torto.» (La Chiesa Cattolica, Dove tutte le verità si danno appuntamento, Ed. Lindau, febbraio 2010, p. 87)
In realtà si assite oggi, come forse in ogni epoca, al fatto che le persone non fanno altro che prendere, quello che Chesterton definisce «lo stato d’animo moderno, e il molto che ha di piacevole e di anarchico e di semplicemente noioso e banale, pretendendo poi che ogni credo venga ridimensionato per adattarsi a quello stato d’animo. Ma lo stato d’animo esisterebbe anche senza il credo. Dicono di volere una religione sociale, mentre invece vorrebbero essere sociali senza alcuna religione. Dicono di volere una religione pratica, mentre vorrebbero essere pratici senza religione. (...) Dicono di volere una religione così perché loro sono già così. Dicono di volerla, mentre intendono dire che possono farne a meno.» (p. 87).
In una parola, diremmo, le persone non vogliono essere disturbate ma confermate nelle loro opinioni o nei loro vizi. In fondo questa è quella che il Papa Benedetto XVI definisce come la "dittatura del relativismo". Tutto è relativo per non dover ingaggiare un serio confronto con ciò che è fuori di noi ed in un senso più serio e profondo con noi stessi.
La religione, quella vera invece, «realmente concepita come legame, lega gli uomini alla loro moralità anche quando non coincide con il loro stato d’animo.» (ivi). "Moralità" ecco la parola ostica al nostro tempo la dove essa non sia ridotta a stato d'animo o ad opinione.
Anche qui Chesterton fa giustamente osservare che «La Chiesa non schiaccia la coscienza dell’uomo. È l’uomo che schiaccia la propria coscienza e poi, quando si è quasi dimenticato di averla avuta, scopre che essa aveva ragione.» (p. 90)
Chesterton proprio per la sua personale esperienza di conversione alla Chiesa Cattolica afferma: «In effetti, posso giustificare l’intera teologia cattolica a patto che mi venga concesso di cominciare dalla sacralità e dal valore supremo di due cose: Ragione e Libertà. Il fatto che la maggioranza delle persone ritenga siano queste le due cose proibite ai cattolici, è un’osservazione illuminante sull’attuale propaganda anticattolica.» (p. 99, il grassetto è mio). Viviamo ormai in un'epoca che potremmo definire "illuminismo da bar" dove l'acrimonia e la menzogna verso la Chiesa Cattolica hanno davvero del sorprendente perchè destituite di ogni fondamento storico.
Chesterton conclude: «Potrei smettere di credere in Dio; ma non potrei smettere di pensare che un Dio, il quale ha creato liberi gli uomini e gli angeli, sia meglio di quello che li ha costretti alla comodità. Potrei smettere di credere in una qualsiasi vita futura, ma non potrei smettere di pensare che una dottrina per la quale siamo noi a scegliere e costruire la nostra vita futura sia migliore di quella che ce la offre già attrezzata come un hotel — dove siamo condotti a bordo di un omnibus celeste, obbligatorio quanto una Maria Nera [I Black Maria erano furgoni cellulari della polizia inglese usati per il trasporto dei prigionieri]. So che il cattolicesimo è troppo grande per me, e che ancora non ho esplorato le sue meravigliose e terribili verità. Ma so anche che l’universalismo mi va stretto; e che non potrei tornare a strisciare in quella sicurezza monotona, dopo aver contemplato la visione vertiginosa della libertà.» (p. 100).
In realtà si assite oggi, come forse in ogni epoca, al fatto che le persone non fanno altro che prendere, quello che Chesterton definisce «lo stato d’animo moderno, e il molto che ha di piacevole e di anarchico e di semplicemente noioso e banale, pretendendo poi che ogni credo venga ridimensionato per adattarsi a quello stato d’animo. Ma lo stato d’animo esisterebbe anche senza il credo. Dicono di volere una religione sociale, mentre invece vorrebbero essere sociali senza alcuna religione. Dicono di volere una religione pratica, mentre vorrebbero essere pratici senza religione. (...) Dicono di volere una religione così perché loro sono già così. Dicono di volerla, mentre intendono dire che possono farne a meno.» (p. 87).
In una parola, diremmo, le persone non vogliono essere disturbate ma confermate nelle loro opinioni o nei loro vizi. In fondo questa è quella che il Papa Benedetto XVI definisce come la "dittatura del relativismo". Tutto è relativo per non dover ingaggiare un serio confronto con ciò che è fuori di noi ed in un senso più serio e profondo con noi stessi.
La religione, quella vera invece, «realmente concepita come legame, lega gli uomini alla loro moralità anche quando non coincide con il loro stato d’animo.» (ivi). "Moralità" ecco la parola ostica al nostro tempo la dove essa non sia ridotta a stato d'animo o ad opinione.
Anche qui Chesterton fa giustamente osservare che «La Chiesa non schiaccia la coscienza dell’uomo. È l’uomo che schiaccia la propria coscienza e poi, quando si è quasi dimenticato di averla avuta, scopre che essa aveva ragione.» (p. 90)
Chesterton proprio per la sua personale esperienza di conversione alla Chiesa Cattolica afferma: «In effetti, posso giustificare l’intera teologia cattolica a patto che mi venga concesso di cominciare dalla sacralità e dal valore supremo di due cose: Ragione e Libertà. Il fatto che la maggioranza delle persone ritenga siano queste le due cose proibite ai cattolici, è un’osservazione illuminante sull’attuale propaganda anticattolica.» (p. 99, il grassetto è mio). Viviamo ormai in un'epoca che potremmo definire "illuminismo da bar" dove l'acrimonia e la menzogna verso la Chiesa Cattolica hanno davvero del sorprendente perchè destituite di ogni fondamento storico.
Chesterton conclude: «Potrei smettere di credere in Dio; ma non potrei smettere di pensare che un Dio, il quale ha creato liberi gli uomini e gli angeli, sia meglio di quello che li ha costretti alla comodità. Potrei smettere di credere in una qualsiasi vita futura, ma non potrei smettere di pensare che una dottrina per la quale siamo noi a scegliere e costruire la nostra vita futura sia migliore di quella che ce la offre già attrezzata come un hotel — dove siamo condotti a bordo di un omnibus celeste, obbligatorio quanto una Maria Nera [I Black Maria erano furgoni cellulari della polizia inglese usati per il trasporto dei prigionieri]. So che il cattolicesimo è troppo grande per me, e che ancora non ho esplorato le sue meravigliose e terribili verità. Ma so anche che l’universalismo mi va stretto; e che non potrei tornare a strisciare in quella sicurezza monotona, dopo aver contemplato la visione vertiginosa della libertà.» (p. 100).
lunedì 7 giugno 2010
San Giustino Marire - Un pagina di rilevante attualità!
In un tempo in cui si osanna Ipazia, la "santa laica” massacrata da "biechi sgherri cattolici al soldo del Vescovo di Alessandria" (così vuole la leggenda nera ben evidenziata dallo studioso Luigi Copertino nell'intervista concessa a Giovanna Canzano), vale la pena ricordare quanto scrive il filosofo laico Giustino (100 - 167 d.C.) massacrato in odio alla fede cattolica da "santi e illuminati" pagani:
«1. La nostra dottrina dunque appare più splendida di ogni dottrina umana, perché per noi si è manifestato il Logos totale, Cristo, apparso per noi in corpo, mente, anima.
2. Infatti tutto ciò che rettamente enunciarono e trovarono via via filosofi e legislatori, in loro è frutto di ricerca e speculazione, grazie ad una parte di Logos.
3. Ma poiché non conobbero il Logos nella sua interezza, che è Cristo, spesso si sono anche contraddetti.» (Giustino, Apologia seconda, X).
Questa affermazione lungi dall’essere segno di “oscurantismo”, come qualcuno potrebbe argomentare, è in realtà l’asse che fonda la fiducia cattolica nella capacità della ragione umana di attingere la piena comprensione del reale nella sua interezza. Giustino è quello che comprende per primo la rilevanza dell’Avvenimento Cristiano per il pieno compimento di significato dell’uomo e del suo “amore di sapienza”.
Giustino è filosofo in quanto cristiano e questa è la lezione magistralmente ripresa da Papa Benedetto XVI che in questi tempi di luce oscura (la cultura della morte per dirla con Papa Giovanni Paolo II) innalza ancora il vessillo della Ragione, scevra però da tutti gli “ismi” frutto dell’Illuminismo e della sua pretesa di riduzione della realtà a ciò che è pensato.
E’ il Logos che, rendendosi partecipe del destino dell’uomo, apre la ragione umana nella direzione del giusto com-prendere il reale. Da qui lo sviluppo di tutto il sapere che nel corso dei secoli ha fatto della Chiesa Cattolica e dei suoi figli un faro di civiltà per tutti i popoli (luce delle genti), a cominciare dai popoli “barbari” che, irrompendo nell’impero romano e distruggendolo, avrebbero cancellato ogni traccia di sapere “all’occidentale” e che invece, grazie alla Chiesa Cattolica, hanno saputo apprendere la novità della vita Cristiana e la superiore dignità di ogni uomo anche del più debole perché, va subito ricordato, la filosofia “cristianizzata” non è più soltanto amore di sapienza ma sapienza dell’Amore!
Per quanti torti e contraddizioni palesi con il Vangelo abbiano avuto gli uomini di Chiesa, i loro meriti a favore dell’intera umanità sono infinitamente maggiori. Perciò l’affermazione di G.K. Chesterton: «Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo.», lungi dall’essere una provocazione è piuttosto una constatazione (La Chiesa Cattolica, Dove tutte le verità si danno appuntamento, Ed. Lindau, ed. febbraio 2010, pp. 117, con prefazione a cura di Marco Sermarini, p.79).
Anche tutta la diatriba interna al cristianesimo ed alle sue lacerazioni va ripensata serenamente. Occorre recuperare oggi più che mai l’unità cattolica dei Cristiani perché il momento presente lancia sfide ineludibili a chi ancora crede che l’uomo è un “animal rationale”.
Prosegue Chesterton: «Ciò che oggi chiamiamo libero pensiero è apprezzato non perché sia libero, ma perché è libertà dal pensiero: è libera mancanza di pensiero» (ivi p.80).
L'affermazione di Chesterton è fatta nel contesto di quel sottile gioco di obiezioni che si scatena intorno a colui che intende farsi cattolico.
La realtà, come osserva l'autore, è che questa "libera mancanza di pensiero" vuole ridurre la Chiesa Cattolica ad una delle tante sette cristiane e conseguentemente porre tutte le religioni sullo stesso piano, "credi tutti uguali, in un cosmo indifferente". Niente di più falso e di irragionevole di questo tentativo. L’analisi che svolge Chesterton, infatti, sottolinea come questo tentativo sia un grave errore filosofico. Solo della Chiesa Cattolica si può propriamente dire “Ecclesia”, le confessioni cristiane che se ne sono staccate non sono sul suo stesso piano: «chiamare i recuperatori perché demoliscano una nave non trasforma la nave in una delle sue travi» (ivi p. 70).
Le confessioni protestanti sono tante idee cattoliche parcellizzate ed assolutizzate e perciò rese sterili. «Il principio vitale delle confessioni protestanti, se non è un principio di morte, è costituito da ciò che hanno conservato del cristianesimo cattolico; e al cristianesimo cattolico le varianti del protestantesimo sono sempre tornate per rivitalizzarsi. So che sembrerà un’affermazione contestabile, ma è la verità. (…) Un altro modo di vedere le cose è dire che siamo giunti a considerare tutte queste figure storiche come personaggi della storia cattolica, anche se non sono cattoliche. E in un certo senso, ovvero in senso storico e non teologico, non smettono mai di essere cattoliche. Non sono persone che abbiano creato qualcosa di interamente nuovo, finché non oltrepassano il confine della ragione e danno vita a incubi più o meno insensati. Ma gli incubi non durano, e la maggior parte di questa gente ancora adesso si trova in una fase di risveglio. I protestanti sono cattolici che hanno fatto uno sbaglio: è questo che si intende realmente dicendo che sono cristiani. In alcuni casi il loro è stato un grosso sbaglio, ma sono rare le volte in cui hanno portato avanti un errore tutto loro. Così il calvinista è un cattolico ossessionato dall’idea cattolica della sovranità di Dio. Ma quando le attribuisce il significato che Dio desidera la dannazione di alcune persone, possiamo affermare, senza timore di esagerare, che è un cattolico morboso. In effetti, è un cattolico malato; e la malattia, lasciata a se stessa, porta alla morte o alla pazzia. La malattia però non è durata molto e ormai è praticamente scomparsa. Ma ogni volta che il calvinista fa un passo indietro verso l’umanità, si riavvicina al cattolicesimo. (…)
Per noi, dunque, da questo momento in poi è impossibile vedere il quacchero come una figura agli albori di una nuova storia quacchera o il calvinista come il fondatore di un nuovo mondo calvinista. E’ assolutamente palese che sono soltanto personaggi della nostra storia cattolica, i quali si sono però limitati a provocare un bel po’ di guai cercando di fare qualcosa che a noi riusciva meglio e che loro in realtà non hanno mai fatto. Ora alcuni possono supporre che una cosa del genere sia valida per vecchie sette come il calvinismo e il quaccherismo ma non per movimenti moderni come il socialismo o lo spiritismo. Tuttavia si sbagliano, il carattere inclusivo o continentale della Chiesa si applica tanto alle manie moderne che alle vecchie manie religiose, e quindi tanto ai materialisti, o agli spiritisti, che ai puritani. In tutte ritroviamo un dogma cattolico che subisce sempre lo stesso destino: all’inizio gli adepti del movimento lo danno per scontato, poi lo esagerano fino a corromperlo, quindi gli si rivoltano contro e lo respingono come errore, tornando indietro di qualche passo sulla strada verso casa. E questo è quasi sempre il segno distintivo di un simile eretico: il fatto che, pur contestando forsennatamente qualsiasi altro dogma del cattolicesimo, non si sognerà mai di mettere in discussione il suo dogma cattolico preferito e non sembra nemmeno rendersi conto che si potrebbe contestarlo.» (pp. 72 -74).
Argutamente e profeticamente Chesterton osserva che queste assolutizzazioni di verità cattoliche proprio in ragione della loro assolutizzazione si trasformano o nel loro opposto o in un vero e proprio incubo.
«Al calvinista non era mai venuto in mente che qualcuno avrebbe potuto usare la sua libertà per negare o limitare l’onnipotenza divina, o al quacchero che qualcuno avrebbe potuto mettere in dubbio la supremazia della semplicità. Il socialista è nella stessa situazione. Il bolscevismo, e ogni sua variante teorica basata sulla fratellanza, si fonda su un dogma cattolico profondamente mistico, cioè l’uguaglianza degli uomini. I comunisti puntano tutto sull’uguaglianza dell’uomo, proprio come i calvinisti puntavano tutto sull’onnipotenza di Dio. Cavalcano questo dogma fino a sfiancarlo esattamente come gli altri facevano con il loro, trasformando il cavallo in un incubo. Ma non sembrano mai pensare che qualcuno possa non credere nel dogma cattolico dell’uguaglianza mistica degli uomini. Eppure molti, persino tra i cristiani, sono così eretici da dubitarne. Nel tentativo di metterlo in pratica, i socialisti finiscono in un bel pasticcio: scendono a compromessi con i loro ideali, modificano la loro dottrina e così, come i quaccheri e i calvinisti dopo le loro somme stravaganze, si ritrovano ad aver coperto un giorno di marcia in più verso Roma.» (p. 76).
In questo l’esperienza della conversione di Chesterton è simile a quella di Giustino:
«Dopo aver visto il mondo in questo modo, e cioè una volta che sia riuscito a distinguervi alcune idee in equilibrio e altre che invece l’equilibrio lo hanno perso, il convertito non affronta i disagi che avrebbe potuto ragionevolmente temere prima di quella rivoluzione silenziosa ma sorprendente. Non si agita se gli dicono che nello spiritismo o nella Christian Science c’è qualcosa. Sa che c’è qualcosa in tutto. Ma si commuove per il fatto straordinario di trovare tutto in qualcosa. E ha l’assoluta certezza che quegli altri ricercatori lo cercheranno nello stesso posto, non appena smetteranno di accontentarsi di una cosa qualsiasi e cercheranno davvero tutto. In questo senso, essi lo preoccupano molto meno ora di quando pensava che fossero gli unici in grado di entrare in comunicazione con i misteri superiori, e ovviamente anche di mandare quella comunicazione a carte quarantotto. (…) Egli non invidia al bolscevico la rivoluzione più di quanto invidi la diga al castoro, poiché sa che la sua civiltà è capace di opere assai più complicate e meno monotone. Ma questo lo pensa della sua civiltà e della sua religione, e non solo di se stesso. Non c’è niente di altezzoso nel suo atteggiamento poiché sa benissimo di aver solo esplorato la superficie del maniero spirituale in cui ora si aggira liberamente. In altre parole, il convertito non abbandona affatto la ricerca e nemmeno l’avventura. Non pensa di sapere tutto, né ha perso interesse per ciò che non conosce. Ma l’esperienza gli ha insegnato che quasi tutto si trova da qualche parte all’interno di quel maniero, e che al di fuori molti non trovano quasi nulla. Poiché il maniero non è solo un giardino curato o una fattoria ben organizzata: dentro i suoi confini la caccia e la pesca sono ricche e, come si dice, c’è di che fare un buon bottino.» (p. 78-79).
Altro che sonno dogmatico di hegeliana memoria! Il convertito cattolico ha autentico gusto per la ricerca e l’avventura: « È questo il suo significato [della conversione n.d.r.] proprio come guarire da una paralisi non significa rinunciare a muoversi, ma imparare a farlo. Per la prima volta il convertito cattolico dispone di una base solida per un pensiero chiaro e forte. Ha modo di appurare per la prima volta la verità di qualsiasi questione. Considerando come va il mondo, soprattutto in questo momento, sono gli altri — i pagani e gli eretici — che sembrano possedere ogni virtù tranne quella di un pensiero coerente.» (pp. 79-80).
Interessante è l’osservazione su come gli altri colgono il movimento della conversione e la situazione del convertito: «Quanti si trovano all’esterno stanno lì e vedono, o credono di vedere, il convertito che entra a capo chino in una specie di piccolo tempio che nella loro convinzione internamente è attrezzato come una prigione, se non come una vera a propria camera di tortura. Ma per certo sanno solo che ha attraversato una porta. Ignorano che non è entrato nell’oscurità interiore, ma che è uscito invece nella piena luce. In realtà l’outsider, nella meravigliosa accezione letterale di chi sta all’esterno, è il convertito.» (p. 80 s.).
Così tutte quelle sette antiche o moderne, siano esse religiose o laiche, che professano di «essere un cosmo intero o uno schema di tutte le cose» (p.81). In cui ognuna di esse «sostiene di avere il cielo come cupola o la volta stellata come decorazione» (ivi), non formano oggetto di alcuna attrattiva per il convertito perché «al convertito tutti questi sistemi cosmici sembrano molto più piccoli e persino più semplici del vasto ed equilibrato universo in cui vive. » (p.81).
Per chiarire il concetto Chesterton prende ad esempio l’agnosticismo, la teosofia o buddismo e l’umanitarismo. Quanto alla teosofia commenta: «C’è poi un altro Sistema che viene chiamato teosofia o buddismo; ma egli [il convertito n.d.r.] sa per esperienza che è solo lo stesso tipo di ruota noiosa [l’agnosticismo n.d.r], usata per cose spirituali anziché materiali. Poiché nel suo mondo [la Chiesa Cattolica n.d.r] è libero di fare qualsiasi cosa, persino di andare al diavolo, non vede perché dovrebbe legarsi alla ruota di un semplice destino.» (p. 81 s.)
Conclude Chesterton: « “Dove andrei ora, se lasciassi la Chiesa Cattolica?” Certo da nessuna di queste piccole sette sociali, capaci di esprimere solo un’idea alla volta perché si dà il caso che quell’idea sia di moda in quel momento. La cosa migliore che potrei sperare sarebbe di allontanarmi nei boschi e diventare, non un panteista (poiché anche questa è una noiosa limitazione), ma piuttosto un pagano incline a gridare che qualche particolare vetta alpina o albero fruttifero in fiore è sacro e va venerato. Quello almeno sarebbe ricominciare tutto daccapo, ma alla fine mi riporterebbe allo stesso problema. Se fu ragionevole avere un albero sacro, non fu irragionevole avere un crocifisso sacro; e se la divinità si poteva trovare su una vetta, altrettanto ragionevolmente può trovarsi sotto una guglia. Chi cerca una nuova religione, presto o tardi la trova; e perché dovrei essere scontento di quella che ho trovato? Soprattutto quando, come ho detto all’inizio di questo saggio, è l’unica religione antica che sembra in grado di rimanere nuova.» (p. 82).
In una parola per Chesterton la vera alternativa al Cristianesimo è il paganesimo non le particolari derive del cristianesimo religiose o laiche che siano. Ma come giustamente osserva questo faticoso ritorno appare in qualche modo sterile: «Il paganesimo è meglio del panteismo, poiché paganesimo è libero di immaginare divinità, mentre il panteismo è costretto a fingere, facendo del moralismo, che tutte le cose siano altrettanto divine. Ma non so immaginarmi una divinità abbastanza divina. Se do l’impressione di conoscere quel faticoso ritorno attraverso i boschi, è perché credo di averlo già percorso simbolicamente. Come ho tentato di confessare senza eccessivo egotismo, credo di essere il genere d’uomo che giunge a Cristo dopo aver abbandonato Pan e Dioniso, e non dopo essere stato un seguace di Lutero o di Laud”» (p. 83).
Per Chesterton la conversione, quella vera è dal paganesimo al Cristianesimo il resto non è che ritorno al qual vasto continente che è la Chiesa Cattolica ed il suo pensiero.
«La conversione che comprendo è quella del pagano non quella del puritano; e su quell’antica conversione si fonda l’intero mondo che conosciamo. È una trasformazione molto più vasta e tremenda di qualsiasi cosa che, da molti anni a questa parte, almeno in Inghilterra e in America, sia stata motivo di controversia tra le sette o di divisioni dottrinali. All’apice di quell’antico impero [romano n.d.r] e di quell’esperienza internazionale [l’Ecclesia n.d.r.], l’umanità ebbe una visione. Altre non ne ha avute, escludendo le dispute su quell’unica visione. Il paganesimo era quanto di più grande ci fosse al mondo, ma il cristianèsimo è ancora più grande: in confronto a esso, tutto il resto appare piccolo.» (p. 83).
Con buona pace degli Odifreddi e delle Hack.
«1. La nostra dottrina dunque appare più splendida di ogni dottrina umana, perché per noi si è manifestato il Logos totale, Cristo, apparso per noi in corpo, mente, anima.
2. Infatti tutto ciò che rettamente enunciarono e trovarono via via filosofi e legislatori, in loro è frutto di ricerca e speculazione, grazie ad una parte di Logos.
3. Ma poiché non conobbero il Logos nella sua interezza, che è Cristo, spesso si sono anche contraddetti.» (Giustino, Apologia seconda, X).
Questa affermazione lungi dall’essere segno di “oscurantismo”, come qualcuno potrebbe argomentare, è in realtà l’asse che fonda la fiducia cattolica nella capacità della ragione umana di attingere la piena comprensione del reale nella sua interezza. Giustino è quello che comprende per primo la rilevanza dell’Avvenimento Cristiano per il pieno compimento di significato dell’uomo e del suo “amore di sapienza”.
Giustino è filosofo in quanto cristiano e questa è la lezione magistralmente ripresa da Papa Benedetto XVI che in questi tempi di luce oscura (la cultura della morte per dirla con Papa Giovanni Paolo II) innalza ancora il vessillo della Ragione, scevra però da tutti gli “ismi” frutto dell’Illuminismo e della sua pretesa di riduzione della realtà a ciò che è pensato.
E’ il Logos che, rendendosi partecipe del destino dell’uomo, apre la ragione umana nella direzione del giusto com-prendere il reale. Da qui lo sviluppo di tutto il sapere che nel corso dei secoli ha fatto della Chiesa Cattolica e dei suoi figli un faro di civiltà per tutti i popoli (luce delle genti), a cominciare dai popoli “barbari” che, irrompendo nell’impero romano e distruggendolo, avrebbero cancellato ogni traccia di sapere “all’occidentale” e che invece, grazie alla Chiesa Cattolica, hanno saputo apprendere la novità della vita Cristiana e la superiore dignità di ogni uomo anche del più debole perché, va subito ricordato, la filosofia “cristianizzata” non è più soltanto amore di sapienza ma sapienza dell’Amore!
Per quanti torti e contraddizioni palesi con il Vangelo abbiano avuto gli uomini di Chiesa, i loro meriti a favore dell’intera umanità sono infinitamente maggiori. Perciò l’affermazione di G.K. Chesterton: «Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo.», lungi dall’essere una provocazione è piuttosto una constatazione (La Chiesa Cattolica, Dove tutte le verità si danno appuntamento, Ed. Lindau, ed. febbraio 2010, pp. 117, con prefazione a cura di Marco Sermarini, p.79).
Anche tutta la diatriba interna al cristianesimo ed alle sue lacerazioni va ripensata serenamente. Occorre recuperare oggi più che mai l’unità cattolica dei Cristiani perché il momento presente lancia sfide ineludibili a chi ancora crede che l’uomo è un “animal rationale”.
Prosegue Chesterton: «Ciò che oggi chiamiamo libero pensiero è apprezzato non perché sia libero, ma perché è libertà dal pensiero: è libera mancanza di pensiero» (ivi p.80).
L'affermazione di Chesterton è fatta nel contesto di quel sottile gioco di obiezioni che si scatena intorno a colui che intende farsi cattolico.
La realtà, come osserva l'autore, è che questa "libera mancanza di pensiero" vuole ridurre la Chiesa Cattolica ad una delle tante sette cristiane e conseguentemente porre tutte le religioni sullo stesso piano, "credi tutti uguali, in un cosmo indifferente". Niente di più falso e di irragionevole di questo tentativo. L’analisi che svolge Chesterton, infatti, sottolinea come questo tentativo sia un grave errore filosofico. Solo della Chiesa Cattolica si può propriamente dire “Ecclesia”, le confessioni cristiane che se ne sono staccate non sono sul suo stesso piano: «chiamare i recuperatori perché demoliscano una nave non trasforma la nave in una delle sue travi» (ivi p. 70).
Le confessioni protestanti sono tante idee cattoliche parcellizzate ed assolutizzate e perciò rese sterili. «Il principio vitale delle confessioni protestanti, se non è un principio di morte, è costituito da ciò che hanno conservato del cristianesimo cattolico; e al cristianesimo cattolico le varianti del protestantesimo sono sempre tornate per rivitalizzarsi. So che sembrerà un’affermazione contestabile, ma è la verità. (…) Un altro modo di vedere le cose è dire che siamo giunti a considerare tutte queste figure storiche come personaggi della storia cattolica, anche se non sono cattoliche. E in un certo senso, ovvero in senso storico e non teologico, non smettono mai di essere cattoliche. Non sono persone che abbiano creato qualcosa di interamente nuovo, finché non oltrepassano il confine della ragione e danno vita a incubi più o meno insensati. Ma gli incubi non durano, e la maggior parte di questa gente ancora adesso si trova in una fase di risveglio. I protestanti sono cattolici che hanno fatto uno sbaglio: è questo che si intende realmente dicendo che sono cristiani. In alcuni casi il loro è stato un grosso sbaglio, ma sono rare le volte in cui hanno portato avanti un errore tutto loro. Così il calvinista è un cattolico ossessionato dall’idea cattolica della sovranità di Dio. Ma quando le attribuisce il significato che Dio desidera la dannazione di alcune persone, possiamo affermare, senza timore di esagerare, che è un cattolico morboso. In effetti, è un cattolico malato; e la malattia, lasciata a se stessa, porta alla morte o alla pazzia. La malattia però non è durata molto e ormai è praticamente scomparsa. Ma ogni volta che il calvinista fa un passo indietro verso l’umanità, si riavvicina al cattolicesimo. (…)
Per noi, dunque, da questo momento in poi è impossibile vedere il quacchero come una figura agli albori di una nuova storia quacchera o il calvinista come il fondatore di un nuovo mondo calvinista. E’ assolutamente palese che sono soltanto personaggi della nostra storia cattolica, i quali si sono però limitati a provocare un bel po’ di guai cercando di fare qualcosa che a noi riusciva meglio e che loro in realtà non hanno mai fatto. Ora alcuni possono supporre che una cosa del genere sia valida per vecchie sette come il calvinismo e il quaccherismo ma non per movimenti moderni come il socialismo o lo spiritismo. Tuttavia si sbagliano, il carattere inclusivo o continentale della Chiesa si applica tanto alle manie moderne che alle vecchie manie religiose, e quindi tanto ai materialisti, o agli spiritisti, che ai puritani. In tutte ritroviamo un dogma cattolico che subisce sempre lo stesso destino: all’inizio gli adepti del movimento lo danno per scontato, poi lo esagerano fino a corromperlo, quindi gli si rivoltano contro e lo respingono come errore, tornando indietro di qualche passo sulla strada verso casa. E questo è quasi sempre il segno distintivo di un simile eretico: il fatto che, pur contestando forsennatamente qualsiasi altro dogma del cattolicesimo, non si sognerà mai di mettere in discussione il suo dogma cattolico preferito e non sembra nemmeno rendersi conto che si potrebbe contestarlo.» (pp. 72 -74).
Argutamente e profeticamente Chesterton osserva che queste assolutizzazioni di verità cattoliche proprio in ragione della loro assolutizzazione si trasformano o nel loro opposto o in un vero e proprio incubo.
«Al calvinista non era mai venuto in mente che qualcuno avrebbe potuto usare la sua libertà per negare o limitare l’onnipotenza divina, o al quacchero che qualcuno avrebbe potuto mettere in dubbio la supremazia della semplicità. Il socialista è nella stessa situazione. Il bolscevismo, e ogni sua variante teorica basata sulla fratellanza, si fonda su un dogma cattolico profondamente mistico, cioè l’uguaglianza degli uomini. I comunisti puntano tutto sull’uguaglianza dell’uomo, proprio come i calvinisti puntavano tutto sull’onnipotenza di Dio. Cavalcano questo dogma fino a sfiancarlo esattamente come gli altri facevano con il loro, trasformando il cavallo in un incubo. Ma non sembrano mai pensare che qualcuno possa non credere nel dogma cattolico dell’uguaglianza mistica degli uomini. Eppure molti, persino tra i cristiani, sono così eretici da dubitarne. Nel tentativo di metterlo in pratica, i socialisti finiscono in un bel pasticcio: scendono a compromessi con i loro ideali, modificano la loro dottrina e così, come i quaccheri e i calvinisti dopo le loro somme stravaganze, si ritrovano ad aver coperto un giorno di marcia in più verso Roma.» (p. 76).
In questo l’esperienza della conversione di Chesterton è simile a quella di Giustino:
«Dopo aver visto il mondo in questo modo, e cioè una volta che sia riuscito a distinguervi alcune idee in equilibrio e altre che invece l’equilibrio lo hanno perso, il convertito non affronta i disagi che avrebbe potuto ragionevolmente temere prima di quella rivoluzione silenziosa ma sorprendente. Non si agita se gli dicono che nello spiritismo o nella Christian Science c’è qualcosa. Sa che c’è qualcosa in tutto. Ma si commuove per il fatto straordinario di trovare tutto in qualcosa. E ha l’assoluta certezza che quegli altri ricercatori lo cercheranno nello stesso posto, non appena smetteranno di accontentarsi di una cosa qualsiasi e cercheranno davvero tutto. In questo senso, essi lo preoccupano molto meno ora di quando pensava che fossero gli unici in grado di entrare in comunicazione con i misteri superiori, e ovviamente anche di mandare quella comunicazione a carte quarantotto. (…) Egli non invidia al bolscevico la rivoluzione più di quanto invidi la diga al castoro, poiché sa che la sua civiltà è capace di opere assai più complicate e meno monotone. Ma questo lo pensa della sua civiltà e della sua religione, e non solo di se stesso. Non c’è niente di altezzoso nel suo atteggiamento poiché sa benissimo di aver solo esplorato la superficie del maniero spirituale in cui ora si aggira liberamente. In altre parole, il convertito non abbandona affatto la ricerca e nemmeno l’avventura. Non pensa di sapere tutto, né ha perso interesse per ciò che non conosce. Ma l’esperienza gli ha insegnato che quasi tutto si trova da qualche parte all’interno di quel maniero, e che al di fuori molti non trovano quasi nulla. Poiché il maniero non è solo un giardino curato o una fattoria ben organizzata: dentro i suoi confini la caccia e la pesca sono ricche e, come si dice, c’è di che fare un buon bottino.» (p. 78-79).
Altro che sonno dogmatico di hegeliana memoria! Il convertito cattolico ha autentico gusto per la ricerca e l’avventura: « È questo il suo significato [della conversione n.d.r.] proprio come guarire da una paralisi non significa rinunciare a muoversi, ma imparare a farlo. Per la prima volta il convertito cattolico dispone di una base solida per un pensiero chiaro e forte. Ha modo di appurare per la prima volta la verità di qualsiasi questione. Considerando come va il mondo, soprattutto in questo momento, sono gli altri — i pagani e gli eretici — che sembrano possedere ogni virtù tranne quella di un pensiero coerente.» (pp. 79-80).
Interessante è l’osservazione su come gli altri colgono il movimento della conversione e la situazione del convertito: «Quanti si trovano all’esterno stanno lì e vedono, o credono di vedere, il convertito che entra a capo chino in una specie di piccolo tempio che nella loro convinzione internamente è attrezzato come una prigione, se non come una vera a propria camera di tortura. Ma per certo sanno solo che ha attraversato una porta. Ignorano che non è entrato nell’oscurità interiore, ma che è uscito invece nella piena luce. In realtà l’outsider, nella meravigliosa accezione letterale di chi sta all’esterno, è il convertito.» (p. 80 s.).
Così tutte quelle sette antiche o moderne, siano esse religiose o laiche, che professano di «essere un cosmo intero o uno schema di tutte le cose» (p.81). In cui ognuna di esse «sostiene di avere il cielo come cupola o la volta stellata come decorazione» (ivi), non formano oggetto di alcuna attrattiva per il convertito perché «al convertito tutti questi sistemi cosmici sembrano molto più piccoli e persino più semplici del vasto ed equilibrato universo in cui vive. » (p.81).
Per chiarire il concetto Chesterton prende ad esempio l’agnosticismo, la teosofia o buddismo e l’umanitarismo. Quanto alla teosofia commenta: «C’è poi un altro Sistema che viene chiamato teosofia o buddismo; ma egli [il convertito n.d.r.] sa per esperienza che è solo lo stesso tipo di ruota noiosa [l’agnosticismo n.d.r], usata per cose spirituali anziché materiali. Poiché nel suo mondo [la Chiesa Cattolica n.d.r] è libero di fare qualsiasi cosa, persino di andare al diavolo, non vede perché dovrebbe legarsi alla ruota di un semplice destino.» (p. 81 s.)
Conclude Chesterton: « “Dove andrei ora, se lasciassi la Chiesa Cattolica?” Certo da nessuna di queste piccole sette sociali, capaci di esprimere solo un’idea alla volta perché si dà il caso che quell’idea sia di moda in quel momento. La cosa migliore che potrei sperare sarebbe di allontanarmi nei boschi e diventare, non un panteista (poiché anche questa è una noiosa limitazione), ma piuttosto un pagano incline a gridare che qualche particolare vetta alpina o albero fruttifero in fiore è sacro e va venerato. Quello almeno sarebbe ricominciare tutto daccapo, ma alla fine mi riporterebbe allo stesso problema. Se fu ragionevole avere un albero sacro, non fu irragionevole avere un crocifisso sacro; e se la divinità si poteva trovare su una vetta, altrettanto ragionevolmente può trovarsi sotto una guglia. Chi cerca una nuova religione, presto o tardi la trova; e perché dovrei essere scontento di quella che ho trovato? Soprattutto quando, come ho detto all’inizio di questo saggio, è l’unica religione antica che sembra in grado di rimanere nuova.» (p. 82).
In una parola per Chesterton la vera alternativa al Cristianesimo è il paganesimo non le particolari derive del cristianesimo religiose o laiche che siano. Ma come giustamente osserva questo faticoso ritorno appare in qualche modo sterile: «Il paganesimo è meglio del panteismo, poiché paganesimo è libero di immaginare divinità, mentre il panteismo è costretto a fingere, facendo del moralismo, che tutte le cose siano altrettanto divine. Ma non so immaginarmi una divinità abbastanza divina. Se do l’impressione di conoscere quel faticoso ritorno attraverso i boschi, è perché credo di averlo già percorso simbolicamente. Come ho tentato di confessare senza eccessivo egotismo, credo di essere il genere d’uomo che giunge a Cristo dopo aver abbandonato Pan e Dioniso, e non dopo essere stato un seguace di Lutero o di Laud”» (p. 83).
Per Chesterton la conversione, quella vera è dal paganesimo al Cristianesimo il resto non è che ritorno al qual vasto continente che è la Chiesa Cattolica ed il suo pensiero.
«La conversione che comprendo è quella del pagano non quella del puritano; e su quell’antica conversione si fonda l’intero mondo che conosciamo. È una trasformazione molto più vasta e tremenda di qualsiasi cosa che, da molti anni a questa parte, almeno in Inghilterra e in America, sia stata motivo di controversia tra le sette o di divisioni dottrinali. All’apice di quell’antico impero [romano n.d.r] e di quell’esperienza internazionale [l’Ecclesia n.d.r.], l’umanità ebbe una visione. Altre non ne ha avute, escludendo le dispute su quell’unica visione. Il paganesimo era quanto di più grande ci fosse al mondo, ma il cristianèsimo è ancora più grande: in confronto a esso, tutto il resto appare piccolo.» (p. 83).
Con buona pace degli Odifreddi e delle Hack.
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