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giovedì 11 luglio 2019


Nell'analisi del nuovo ordine erotico Diego Fusaro evidenza, con corrosiva incisività, la stretta correlazione tra il sistema economico neoliberista post 1989 e la sua necessità di rimuovere ogni sorta di legame tra i singoli individui che si “desidera” siano sempre più fisiologicamente come monadi, atomi “autistici” il neo liberismo si coniuga perfettamente quindi con l’appellativo di libertino. Il nuovo capitalismo, largamente spersonalizzato, sponsorizza e raccomanda la “liberazione” dalla famiglia e dal risparmio, entrambi potenti agenti anti-consumistici. Fusaro, citando M. Clouscard evidenzia che «La sensibilità dell’uomo, ciò che c’è di più intimo e di più spontaneo, è divenuta la sensibilità imposta dal neocapitalismo.» (cfr. Il capitalismo della seduzione).

Pertanto, Scrive Fusaro, «La cultura edipica delle merci a scadenza ci vuole desideranti e non amanti, gaudenti e non fedeli, sciolti da ogni stabilità affettiva e aperti alle pratiche del consumo infinito: in una parola, ci vuole del tutto simili al folle, evocato da Platone nel Gorgia (493 b), che cerca di riempire d’olio una giara forata.
Godimento illimitato e deregolamentato, soddisfazione immediata e scevra di differimenti costituiscono le cifre quintessenziali del consumo erotico della postmodernità e del nuovo competitivismo libertino. In conformità con la strategia pubblicitaria del mondo delle merci, esso aspira a rimuovere senza riserve l’attesa del desiderio e, con movimento simmetrico, ridefinisce in forma mercificata e a scadenza ogni relazione «amorosa» (sit venia verbo). (…) Dopo il 1989, il progresso del capitale non reprime la libido. Al contrario, la libera liberalizzandola e dirottandola verso le figure della reificazione del consumo e della crescita senza misura. L’amore tende, in tal guisa, a essere superato dal nuovo shopping sentimentale alimentato unicamente dal desiderio a tempo determinato e al consumo senza differimenti e senza progetto» come ha fatto acutamente osservare Z. Bauman in “Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi”.
La conseguenza di questo stato di fatto incoraggiato e sponsorizzato dalla dittatura del pensiero unico è che «Le unioni a tempo determinato, orientate alla norma della prestazione occasionale, lasciano le persone estranee quanto e più di prima.
Ciascuno, dal nesso che ha eroticamente instaurato, ha solo tratto un cinico godimento individualizzato e senza continuità prospettica: il rapporto relazionale e donativo con l’altro (volo ut sis) è annullato a beneficio del proprio godimento mediato dall’uso dell’altro (do ut des). Nel trionfo del contrattualismo e della privatizzazione delle esistenze, il nesso amoroso è spodestato dal libero scambio di plusgodimento tra individui consenzienti, che commerciano il loro capitale erotico».
Si stabilisce così una “drammatica” analogica identità funzionale tra l’atto sessuale e l’atto del consumo.
Al contrario, prosegue Fusaro: «L’amore, comunque lo si voglia definire, è strutturalmente connesso con la dualità: e, dunque, con una differenza, determinantesi nella forma di una fisiologica separazione che non può mai essere in via definitiva soppressa. In assenza di quella separazione, non vi sarebbe l’amore, che è sempre amore dell’altro. Così si spiega, inoltre, la ragione della nota tesi di Lacan, in accordo con la quale l’amore – ogni vero amore – è sempre «eterosessuale», cioè, letteralmente, aperto e proiettato verso l’alterità che non siamo e con la quale vorremmo entrare in unità duale.
Senza il tentativo di oltrepassare tale alterità, in vista del raggiungimento dell’unità come sintesi e superamento della scissione, non si darebbe amore. (…) L’amore e la vita familiare sono disinteressati e altruistici.».
Proprio per questa costitutiva gratuità ed infungibilità dell’amore -  eticizzantesi nella famiglia ed eternantesi nel figlio nel quale si prolunga l’esistenza degli amanti, che continueranno a vivere in lui, anche dopo la loro personale morte - «il capitale assoluto e postborghese odia la famiglia e l’amore, inteso sia come vincolo erotico, sia come pura affettività donativa. Alla famiglia l’integralismo economico sostituisce l’utilitarismo erotico per atomi individuali e deregolamentati, unificati solo dalla liturgia del libero scambio concorrenziale dei consumatori sciolti da ogni residua eticità. All’amore eticizzato familiarmente sostituisce quel succedaneo alienato che è «l’amore liquido» e intimamente autistico. (…)
La straordinaria forza dell’ordine simbolico egemonico, anche in questo caso, sta nel presentare in forma invertita i reali rapporti presso gli ignari abitatori della nuova caverna platonica globalizzata: ossia nel far credere agli ergastolani che sia universalmente benefico ciò che li mantiene in catene e degno di essere avversato tutto ciò che possa affrancarli e contribuire a condurli in superficie «a riveder le stelle».
La distruzione capitalistica della famiglia rientra appieno nel novero dei doni avvelenati generosamente offerti alla massa damnata degli sconfitti della mondializzazione, inconsapevoli che tale «liberazione» ha intensificato oltremodo il grado del loro asservimento.»
Doni avvelenati, dunque, che siamo inviatati serenamente a riconoscere per tali. Il geneder non è vera liberazione dell’umanità ma sua destrutturazione ed ha come esito il suo dissolvimento; l’erotizzazione oltremisura di tutto in “quotidiano” non porta a relazioni più vere e quindi “liberanti” ma al contrario comporta la riduzione di se e dell’altro a merce fungibile.
Abbiamo la necessità di riscoprire la nostra dignità di esseri umani. Della nostra vocazione originale che non è quella di “fare soldi” ma di diventare ciò che siamo: esseri fatti ad immagine e somiglianza di Dio.
Dice Gesù non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio! (Mt. 4,4).
C’è un “vivrà”, un compito, un uscire da uno stato alienato per entrare in ciò che si è chiamati ad essere. Il mezzo è: vivere di ogni Parola che esce dalla bocca di DIO.
Una parola di Dio è il matrimonio eterossessuale che corrisponde alla nostra natura, ed alla nostra vocazione.
«Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l'uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e di ripudiarla?». Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all'inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un'altra, commette adulterio».» (Mt. 19,3-9).
C’è la durezza del nostro cuore alla base di tanti fallimenti matrimoniali, c’è altrettanta durezza di cuore nelle storie usa e getta che abbiamo propalato a noi ed ai nostri figli come fonte di liberazione e felicità.
L’amore per l’altro è un dono gratuito ed inaspettato me che comporta un lavoro serio per accogliere veramente l’altro così come è. Un lavoro che necessità di un cuore nuovo che solo Gesù ci può donare gratuitamente se solo lo vogliamo!

Sento di benedire Dio per il dono di mia moglie e dei miei 4 figli perché Lui come per l’Israele della carne, “ha salvato i nostri focolari!”. Lo ha fatto nella carne del Suo Figlio che è la Chiesa. Nella Chiesa Cristo Gesù ci ha accolti, ci ha aperti alla vita, ci ha fatto comprendere e gustare la grazia di “dare la propria vita” per l’altro. Tutto questo sempre perdonando i miei peccati, scusandole mie debolezze, mai esigendo! Che meraviglia! Dimmi lettore: Chi ti ama così? 

domenica 11 novembre 2012

Il Particolare, l'universale e l'eros

Ho volutamente attribuito il maiuscolo al "Particolare" ed il minuscolo all' "universale".
La ragione di tale scelta sta nella volontà di evidenziare la parabola culturale dell'Occidente.
Occidente, terra dell'occaso (del tramonto), con l'illuminismo si è eletto "terra dei lumi" (della ragione) senza però il Lume. Come osserva Chesterton, però, un logos privo del Logos torna alle aporie del pensiero greco-romano classico anche se peggiorate.
Quando si parla di "ritorno" si vuole in realtà evidenziare l'analogia dell'esito, non certo quella delle modalità attuative. Infatti il pensiero greco ha fatto un grande dono all'umanità con la scoperta dell'universale del mondo delle idee.
La consapevolezza dei filosofi greci, anche se ancora incerta, che il reale fosse retto da una logica univoca (universo), è infatti pienamente "inverata e superata" dal pensiero ebraico-cristiano (per un approfondimento rimando al bellissimo saggio di Romano Guardini "La conversione di di Sant'Agostino" Ed. Morcelliana).

In questa prospettiva è veramente interessante la riflessione che Eloì Leclerc, sviluppa ne "IL popolo di Dio nella notte" (Biblioteca francescana edizioni, 1981).

«Israele non è il solo popolo che ha fatto approdare l'uomo all'universale. I filosofi greci hanno scoperto il «logos», la ragione, come dimensione essenziale e universale dell'uomo. E questa presa di coscienza fu anche un grande momento nella storia dell'uomo: una fortuna per l'umanità. Rivelandosi uomo in forza del possesso del «logos», cioè assieme della parola e dell'attitudine a cogliere l'essenza delle cose, l'uomo si elevava al disopra non solamente della natura e dell'animale ma anche dei suoi propri particolarismi. Egli si dava uno spazio umano universale. Tuttavia questa presa di coscienza dei filosofi greci aveva i suoi limiti. Non si può dimenticare che è proprio nel nome stesso della ragione e del suo valore superiore che questi filosofi giustificano la schiavitù. Perché, dicevano, se tutti gli uomini partecipano della ragione, non però vi partecipano ugualmente; essi non hanno dunque la stessa dignità. «Lo schiavo, scrive uno di essi, è un uomo che partecipa della ragione quanto basta per percepirla, ma non al punto di possederla veramente». Non c'è da sorprendersi che un tale ideale d'umanità abbia condotto l'intelligenza greca a una specie di inaridimento, del quale la sofistica e lo scetticismo furono i segni. L'ellenismo, proprio a motivo del suo razionalismo, si è allontanato sempre più dalle sorgenti profonde di comunione, e alla fine non poté resistere alle religioni misteriche, venute dall'Oriente e che rispondevano precisamente a questo bisogno di comunione.
Senza dubbio Platone aveva tentato di assumere Eros e di associarlo alla vita più alta dello spirito, orientandone le energie di comunione e di adorazione verso la contemplazione della bellezza soprasensibile. Ma l'Eros platonico è una forza ascensionale che non libera l'uomo se non strappandolo al mondo sensibile e vivente e a quello della storia. Esso non è, in fin dei conti, altra cosa che uno slancio entusiasta e lirico per il mondo delle Idee. Questo Eros celeste si perde in un universale astratto, lasciando lontano dietro a sé l'Eros terrestre, abbandonato al suo arcaismo. Questo non è salvato. Per quanto possa sembrarlo a prima vista, la teoria platonica dell'amore non abolisce l'innato dualismo che ispira tutto il pensiero del maestro. Esso non assume veramente il mondo della materia e della vita, con le sue forze oscure. L'amore, presso Platone, non si universalizza che disincarnandosi. Non è un amore degli esseri ma dell'Idea. Un tale amore ignora gli esseri nella loro storia personale e collettiva. A dire il vero, non conosce nessuno e non comunica con nessuno.
Era riservato a Israele d'aprire l'uomo all'universale personalizzandolo. I profeti ricollocano l'uomo al centro del suo essere vivente, nel punto più sensibile; lo riportano al suo proprio «cuore», là dove è veramente se stesso, con la sua vita segreta, dolorosa e appassionata, anche con tutte le sue possibilità di comunione. E proprio qui si conclude la Alleanza nuova, in un incontro singolare di tutto l'uomo con lo Spirito «patetico» di Jahvé.
Celebrando le nozze dello Spirito di Dio con il «cuore di carne», i profeti danno al nuovo popolo di Dio la dimensione dell'universale. Niente più lo limita né nello spazio né nel tempo. La discendenza d'Abramo può .mietere tutte le stelle del cielo. Essa è dovunque si trovano dei «cuori spezzati», aperti al grande stupore dello Spirito.
»

Oggi l'accusa rivolta al cristianesimo da Nietzsche, cioè "che avrebbe dato da bere del veleno all'eros, che, pur non morendone, ne avrebbe tratto la spinta a degenerare in vizio", è diventata l'ultima frontiera con cui il pensiero debole ed anticristiano cerca di estirpare del mondo la salvezza cristiana.
La tesi esposta da Leclerc evidenzia il contrario e di fatto oggi ci troviamo nella posizione analoga ovvero un eros "non salvato" in quanto destrutturato (scisso dalla sua duplice realtà unitiva e procreativa), generalizzato (nel senso di gender, perciò de-naturalizzato). Siamo cioè di fronte ad un eros ancora una volta disincarnato e spersonalizzato.
Come opportunamente chiosa Leclerc «Un tale amore ignora gli esseri nella loro storia personale e collettiva. A dire il vero, non conosce nessuno e non comunica con nessuno».

Benedetto XVI nell'enciclica Deus Caritas est, scrive:«Ma è veramente così? Il cristianesimo ha davvero distrutto l'eros? Guardiamo al mondo pre-cristiano. I greci — senz'altro in analogia con altre culture — hanno visto nell'eros innanzitutto l'ebbrezza, la sopraffazione della ragione da parte di una « pazzia divina » che strappa l'uomo alla limitatezza della sua esistenza e, in questo essere sconvolto da una potenza divina, gli fa sperimentare la più alta beatitudine. Tutte le altre potenze tra il cielo e la terra appaiono, così, d'importanza secondaria: « Omnia vincit amor », afferma Virgilio nelle Bucoliche — l'amore vince tutto — e aggiunge: « et nos cedamus amori » — cediamo anche noi all'amore.[2] Nelle religioni questo atteggiamento si è tradotto nei culti della fertilità, ai quali appartiene la prostituzione « sacra » che fioriva in molti templi. L'eros venne quindi celebrato come A questa forma di religione, che contrasta come potentissima tentazione con la fede nell'unico Dio, l'Antico Testamento si è opposto con massima fermezza, combattendola come perversione della religiosità. Con ciò però non ha per nulla rifiutato l'eros come tale, ma ha dichiarato guerra al suo stravolgimento distruttore, poiché la falsa divinizzazione dell'eros, che qui avviene, lo priva della sua dignità, lo disumanizza. Infatti, nel tempio, le prostitute, che devono donare l'ebbrezza del Divino, non vengono trattate come esseri umani e persone, ma servono soltanto come strumenti per suscitare la « pazzia divina »: in realtà, esse non sono dee, ma persone umane di cui si abusa. Per questo l'eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, « estasi » verso il Divino, ma caduta, degradazione dell'uomo. Così diventa evidente che l'eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all'uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell'esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende.» (Deus Caritas est,4).
Prosegue Benedetto XVI «Oggi non di rado si rimprovera al cristianesimo del passato di esser stato avversario della corporeità; di fatto, tendenze in questo senso ci sono sempre state. Ma il modo di esaltare il corpo, a cui noi oggi assistiamo, è ingannevole. L'eros degradato a puro « sesso » diventa merce, una semplice « cosa » che si può comprare e vendere, anzi, l'uomo stesso diventa merce. In realtà, questo non è proprio il grande sì dell'uomo al suo corpo. Al contrario, egli ora considera il corpo e la sessualità come la parte soltanto materiale di sé da adoperare e sfruttare con calcolo. Una parte, peraltro, che egli non vede come un ambito della sua libertà, bensì come un qualcosa che, a modo suo, tenta di rendere insieme piacevole ed innocuo. In realtà, ci troviamo di fronte ad una degradazione del corpo umano, che non è più integrato nel tutto della libertà della nostra esistenza, non è più espressione viva della totalità del nostro essere, ma viene come respinto nel campo puramente biologico. L'apparente esaltazione del corpo può ben presto convertirsi in odio verso la corporeità. La fede cristiana, al contrario, ha considerato l'uomo sempre come essere uniduale, nel quale spirito e materia si compenetrano a vicenda sperimentando proprio così ambedue una nuova nobiltà. Sì, l'eros vuole sollevarci « in estasi » verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni.» (ivi, 6).

In effetti la mercificazione del sesso, la cosificazione del rapporto, la rappresentazione della corporeità astratta dalle sue caratteristiche biologiche, sono chiari segni di una ragione schizofrenica da un lato tanto interessata alla scienza ed alla conoscenza delle leggi della natura quanto, in realtà, tutta impegnata a negare la natura mediante una tecnologia capace di manipolare il reale fino a ricrearlo. Questa illusione prometeica più che salvezza per l'eros e per l'umano è in realtà disumanizzante.

Scrive Benedetto XVI «L'aspetto filosofico e storico-religioso da rilevare in questa visione della Bibbia sta nel fatto che, da una parte, ci troviamo di fronte ad un'immagine strettamente metafisica di Dio: Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere; ma questo principio creativo di tutte le cose — il Logos, la ragione primordiale — è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore. In questo modo l'eros è nobilitato al massimo, ma contemporaneamente così purificato da fondersi con l'agape. Da ciò possiamo comprendere che la ricezione del Cantico dei Cantici nel canone della Sacra Scrittura sia stata spiegata ben presto nel senso che quei canti d'amore descrivono, in fondo, il rapporto di Dio con l'uomo e dell'uomo con Dio. In questo modo il Cantico dei Cantici è diventato, nella letteratura cristiana come in quella giudaica, una sorgente di conoscenza e di esperienza mistica, in cui si esprime l'essenza della fede biblica: sì, esiste una unificazione dell'uomo con Dio — il sogno originario dell'uomo –, ma questa unificazione non è un fondersi insieme, un affondare nell'oceano anonimo del Divino; è unità che crea amore, in cui entrambi — Dio e l'uomo — restano se stessi e tuttavia diventano pienamente una cosa sola: « Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito », dice san Paolo (1 Cor 6, 17).» (Deus caritas est, 10). Prosegue Benedetto XVI: «Due sono qui gli aspetti importanti: l'eros è come radicato nella natura stessa dell'uomo; Adamo è in ricerca e « abbandona suo padre e sua madre » per trovare la donna; solo nel loro insieme rappresentano l'interezza dell'umanità, diventano « una sola carne ». Non meno importante è il secondo aspetto: in un orientamento fondato nella creazione, l'eros rimanda l'uomo al matrimonio, a un legame caratterizzato da unicità e definitività; così, e solo così, si realizza la sua intima destinazione. All'immagine del Dio monoteistico corrisponde il matrimonio monogamico. Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l'icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell'amore umano. Questo stretto nesso tra eros e matrimonio nella Bibbia quasi non trova paralleli nella letteratura al di fuori di essa.» (Deus caritas est, 11).

E' in Gesù che questo eros-agape trova in suo compimento. Scrive Benedetto XVI: «Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo — amore, questo, nella sua forma più radicale. Lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo, di cui parla Giovanni (cfr 19, 37), comprende ciò che è stato il punto di partenza di questa Lettera enciclica: « Dio è amore » (1 Gv 4, 8). È lì che questa verità può essere contemplata. E partendo da lì deve ora definirsi che cosa sia l'amore. A partire da questo sguardo il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare.»(Deus caritas est, 12).

Guarderanno a colui che hanno trafitto! (Zc 12,10; Gv 19,37). Questo è l'augurio che rivolgo a tutti voi ed a me per primo. Perché questo è l'unico amore che ha vinto la morte! Gesù Cristo è risorto! Egli ha vinto tutto quello che ci separa, che ci cosifica, che ci mortifica. Solo questo Amore ha la capacità di unificare ciascuno di noi ponendoci al contempo in reale comunione/comunicazione con gli altri. Ognuno di noi vale il Suo sangue! In lui l'universale si è fatto "carne amante" e nella Sua carne il particolare, il finito, ha accesso all'Amore autentico alla Vita Beata che è l'universale amante da noi amato.