Viviamo in tempi in cui si è molto sviluppata la dimensione orizzontale, spaziale, dell'uomo. Si dice comunemente che il nostro mondo ormai è un villaggio globale. Tutto questo però è accaduto a scapito della dimensione della "profondità" della persona umana. Anzi ostinatamente si vuole soffocare la domanda di senso del proprio Sé. Tutto è risolto con l'affermazione contraddittoria che tutto è nelle possibilità del Soggetto, del singolo dell'individuo. "Io sono Legge a me stesso", in una parola autonomia: operaia, uterina, fallica, purché assoluta ed autoreferenziale. Se nonché il "limite" permane qui ed ora nella sua angosciante realtà: è l'altro da me (il reale, persone e cose non manipolabili a mio piacimento) con la sua assoluta esigenza di autonomia. Le relazioni, se ci sono, rimangono confinate nella dura legge "orizzontale", dell'utile, del co-uso, della manipolazione di sé e dell'altro, però, "fino ad un certo punto", oltre quel punto esplode la violenza della rottura, a volte anche tragicamente fisica, e non importa che a pagare siano i più deboli.
Risulta, ancora una volta, interessante la riflessione di Chesterton: «Tutti abbiamo letto nei libri scientifici e, in realtà, in tutti i romanzi, la storia dell’uomo che ha dimenticato il proprio nome. Quest’uomo vagabonda per le strade notando e apprezzando ogni cosa; solo non ricorda chi è. Dunque, ogni uomo è quello della storia. Ogni uomo ha dimenticato chi è. Si può comprendere l’universo, ma non si riesce mai a capire il proprio io, che sembra più lontano delle stelle. Amerai il Signore Dio tuo, ma non conoscerai te stesso. Siamo tutti sottoposti alla stessa calamità mentale, abbiamo tutti dimenticato il nostro nome. Abbiamo dimenticato chi siamo realmente. Ciò che chiamiamo buonsenso, razionalità, praticità e positivismo significa solo che, in certi momenti della vita particolarmente piatti e privi di entusiasmo, dimentichiamo anche di avere dimenticato. Tutto ciò che chiamiamo spirito, arte ed estasi significa soltanto che, per un terribile istante, ci ricordiamo di avere dimenticato.
Tuttavia, anche se camminiamo per le strade (come l’uomo senza memoria del racconto) con una specie di ottusa ammirazione, si tratta pur sempre di ammirazione. Non solo di ammirazione nel suo significato latino, ma anche nel suo senso inglese. La meraviglia contiene un positivo elemento di lode.» (G. K. Chesterton, Ortodossia, Ed. Lindau, pp. 74-75.
Questa "calamità mentale", osserva Chesterton, può essere ancora evitata grazie allo stupore, alla meraviglia, anche se "ottusa" dalla cultura dominante.
La capacità di stupirsi, di meravigliarsi per la presenza dell'altro, del reale è l'innata possibilità di riscatto, di ripresa del sé autentico, profondo, che noi siamo.
Questo è davvero un tempo dove stanno riuscendo "a farci dimenticare che abbiamo dimenticato chi siamo”.
L'ammirazione contiene un segreto, osserva Chesterton, "un positivo elemento di lode". Lodare, infatti, è riconoscere la presenza di un Altro che è e che opera. E' concepire la libertà non come autonomia ma come "responsabilità". Dice Sant'Agostino che «Dio ha creato l'uomo per introdurre nel mondo la facoltà di dare inizio: la libertà». Potremmo dire, ancora più esperienzialmente, con san Paolo che «Cristo ci ha liberati per la libertà» (Galati 5,1). Come ha giustamente osservato Papa Benedetto XVI "libertà ed amore coincidono" e questo proprio in virtù dell’irruzione dell’Eterno nel tempo. E’ il farsi carne di Dio la rottura del cerchio della datità biologica e spaziale dell’essere dato, dell’esistente, il suo essere per la morte, direbbe Heidegger. Questo avvenimento, incarnazione morte e resurrezione di Gesù Cristo, sempre presente nell’orizzonte della storia e di cui ciascuno può farsi contemporaneo, dà sostanza e fondamento alla libertà umana. Non il “puro cominciamento” di Hegel, né il kantiano “puro dovere”, né la nietzschiana “volontà di potenza” sono la base delle libertà autenticamente umana. E’ il gratuito amore di Dio per l’uomo, il vero “puro cominciamento” (l’agostiniana definizione della libertà quale facoltà di dare inizio). Solo l’onnipotenza può rendere libero un altro, la potenza non può che farci dipendenti.
E’ davvero terribile “vivere per se stessi” (2 Cor.5,15) se Gesù Cristo ha dovuto donarci la sua vita sulla croce, risorgendo, per tirarcene fuori! Ma abbiamo dimenticato il nostro nome e con esso la nostra dignità. Del resto che ne può essere di noi se ai Santi preferiamo le zucche .. di Halloween?
Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. (Rm. 12,2)
Visualizzazione post con etichetta Chesterton. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Chesterton. Mostra tutti i post
sabato 22 ottobre 2011
domenica 24 luglio 2011
Evoluzionismo, disegno intelligente, non senso ……
G. K. Chesterton è certamente uno degli uomini più perspicaci del XX secolo. Nato nel 1874 ha saputo, con ironia e lucida intelligenza, mettere a nudo i limiti del pensiero moderno anticristiano ma soprattutto “suicida” più che “debole”, come si suole definire in certi ambienti. Infatti Chesterton non è preoccupato dall’anticristianesimo del moderno razionalismo ma preoccupato per la salute della Ragione stessa ritenendo che vada difesa da se stessa.
Nel secondo capitolo del libro “Ortodossia” Chesterton, prendendo a spunto l’affermazione di un suo amico editore che asseriva «Quell’uomo farà strada perché crede in se stesso», afferma che i manicomi sono pieni di uomini che credono fermamente in se stessi. Ovvero, fuor di metafora, una Regione che crede fermamente in se stessa ha come esito la pazzia, ovvero la sua distruzione per troppa logicità. A tal proposito scrive con profonda arguzia:
“Il fatto in sé è semplice. La poesia è sana perché galleggia con facilità nel mare dell’infinito; la ragione tenta di attraversare il mare dell’infinito per renderlo finito. Il risultato è l’esaurimento nervoso, come l’esaurimento fisico di Holbein. Accettare ogni cosa è un esercizio, capire ogni cosa è uno sforzo. Il poeta desidera solamente l’esaltazione e l’espansione, un mondo entro cui espandersi. Il poeta chiede solo di levare la propria testa fino ai cieli. È il logico che cerca di spingere i cieli dentro la sua testa. Ed è la sua testa a spaccarsi. (…) L’ultima cosa che si può dire di un pazzo è che le sue azioni siano senza causa. (…) Il pazzo non è l’uomo che ha perso la ragione. Il pazzo è l’uomo che ha perso tutto tranne la ragione.” (G.K. Chesterton, Ortodossia, ed. Lindau, 2010, p. 22 e ss.).
In questo senso egli paragona il suo tempo, che è ancora il nostro ed in questo è a mio avviso davvero profetico, come il luogo del “suicidio del pensiero”. Chesterton ribadisce infatti che sua intenzione “non era quella di attaccare l’autorità della ragione; piuttosto l’obiettivo ultimo è di difenderla. Perché ha bisogno di essere difesa. L’intero mondo moderno è in guerra con la ragione, e la torre già vacilla.” (ivi, p. 44).
Un esempio di questo “vacillare” della ragione è l’evoluzionismo.
“L’evoluzione è un buon esempio di quella moderna intelligenza che, se distrugge qualcosa, è se stessa. L’evoluzione è un’innocente descrizione scientifica di come sono nate certe cose terrene; oppure, se è più di questo, è un attacco al pensiero stesso. Se c’è qualcosa che l’evoluzione distrugge, non è la religione, ma il razionalismo. Se l’evoluzione vuol dire semplicemente che una cosa materiale nota come scimmia è diventata molto lentamente una cosa materiale nota come uomo, non provoca l’ortodosso più convinto, perché un Dio personale potrebbe fare le cose sia lentamente sia velocemente, specialmente se, come il Dio cristiano, fosse al di fuori del tempo. Ma se significa qualcosa di più, vuol dire che non esiste una scimmia da cambiare, né un uomo in cui essa debba essere trasformata. Significa che non esiste niente. Al massimo, esiste una sola cosa, e cioè un flusso di tutto e di niente. Questo è un attacco non alla fede, ma all’intelligenza; non si può pensare se non ci sono cose a cui pensare. Non si può pensare se non si è separati dall’oggetto preso in considerazione dal pensiero. Cartesio diceva: «Penso, dunque sono». Il filosofo evoluzionista capovolge l’epigramma al negativo e dice: «Non sono, dunque non posso pensare».” (ivi, p. 47s.).
La ragione profonda di tale giusta osservazione critica sull’evoluzionismo è l’evidenza che "il mondo moderno non è cattivo; in un certo senso è perfino troppo buono. È pieno di virtù incontrollate e sprecate. Quando un sistema religioso viene mandato in frantumi (così come la cristianità è stata mandata in frantumi dalla Riforma), non sono solo i vizi a venir messi in libertà. I vizi, in effetti, vengono lasciati in libertà, e vanno in giro a fare danni. Ma anche le virtù vengono liberate; e le virtù vanno in giro in maniera più sregolata, e arrecano danni più terribili. Il mondo moderno è pieno di antiche virtù cristiane impazzite. Le virtù sono impazzite perché sono state isolate l’una dall’altra e stanno vagando sole." (p. 40 e s).
A questo mondo moderno manca in particolare la virtù dell’umiltà che per Chesterton è la virtù cristiana per eccellenza. “La civiltà scoprì l’umiltà cristiana per la stessa impellente ragione per cui scopri la fede e la carità, ovvero perché se non l’avesse scoperta, la civiltà cristiana sarebbe morta. (…) Ora, la scoperta psicologica si riduce a questo: benché sì ritenesse che il massimo godimento fosse possibile solo estendendo il nostro ego all’infinito, la verità è che il massimo godimento è possibile solo azzerando il nostro ego.” (G.K. Chesterton, Eretici, ed. Lindau, 2010, p. 132 e ss.).
Lo stesso accade con il pensiero. “Ma ciò di cui soffriamo oggigiorno è l’umiltà fuori posto. La modestia ha abbandonato l’organo dell’ambizione e si è insediata nell’organo della convinzione; là dove non ci si aspettava che sarebbe finita. Ci si aspettava che l’uomo nutrisse dei dubbi su se stesso, non che dubitasse della verità, ma la cosa è stata completamente capovolta. Oggigiorno la parte di sé che un uomo fa valere è esattamente la parte che non dovrebbe far valere. La parte di cui dubita è esattamente la parte di cui non dovrebbe dubitare: la Ragione Divina. Huxley predicava un’umiltà che fosse soddisfatta di imparare dalla natura. Ma il nuovo scettico è talmente umile che dubita perfino di poter imparare. Perciò ci sbaglieremmo se dicessimo frettolosamente che non esiste un’umiltà tipica della nostra epoca. La verità è che esiste una vera umiltà tipica della nostra epoca, ma in pratica è un’umiltà più dannosa delle più estreme prostrazioni ascetiche. L’umiltà di una volta era uno sperone che impediva all’uomo di fermarsi non un chiodo nello stivale che gli impedisce di andare avanti. Perché l’umiltà di una volta faceva sì che l’uomo avesse dei dubbi sui suoi sforzi, cosa che poteva spingerlo a lavorare ancora più sodo. Ma la nuova umiltà fa sì che l’uomo nutra dei dubbi sui propri obiettivi, cosa che lo porterà a smettere del tutto di lavorare.” (G.K. Chesterton, Ortodossia, ed. Lindau, 2010, p. 43 e s.).
E’ proprio questo nutrire dubbi sugli obiettivi, sul “senso” della realtà e in particolare sul suo senso ultimo, che è il “suicidio del pensiero”, il suo cortocircuito.
E’ questo “cortocircuito” del pensiero l’approccio tipico del matematico Odifreddi il quale nel suo blog nell’articolo d’apertura, che è anche il suo programma, intitolato “Il non-senso della vita”, afferma: “Guardandosi attorno, ci si accorge che la grandiosità delle domande che la gente si pone è inversamente proporzionale alla loro capacità di capire le eventuali risposte. Le cosiddette “domande di senso” costituiscono l’esempio tipico: invece di domandarsi come funziona un telefonino, ci si chiede qual è il senso della vita. E non ci si accontenta della risposta che non solo il senso non c’è, ma che non ha neppure senso chiedersi se ci sia. A voler essere sensati, bisognerebbe precisare che il senso è una proprietà delle frasi del linguaggio, e non delle cose del mondo. Chiedersi qual è il senso della vita è come chiedersi che colore abbia, o quale sia il senso di un elettrone. Purtroppo, meno le domande sono sensate, e più suonano bene: non a caso se le pongono i poeti, i romanzieri, i teologi e i filosofi, che in vari gradi si interessano di letteratura fantastica.”.
Questa affermazione è palesemente falsa, ma apparentemente “funziona”. Falsa perché riduce il senso a coerenza del linguaggio; come se il linguaggio, che è un “medio”, prescindesse da ciò che nomina. O meglio riducesse a sé ciò che è da esso nominato. Vale qui quanto afferma Chesterton: “Si dice spesso che gli uomini dotti non riescano a trovare una risposta all’enigma della religione. Ma il problema dei nostri intellettuali non è che non riescono a trovare la risposta, è che non riescono a vedere nemmeno l’enigma. Sono come bambini talmente stupidi da non notare niente di paradossale quando affermano giocosamente che una porta non è una porta.” (G.K. Chesterton, Ortodossia, ed. Lindau, 2010, p. 44 e s.).
In sostanza si può dire ad Odifreddi e compagni che “La ragione in se stessa è una questione di fede. È un atto di fede affermare che i nostri pensieri non abbiano una qualsiasi relazione con la realtà. Se si è veri scettici, prima o poi ci si deve porre la domanda: «Perché una qualsiasi cosa dovrebbe essere giusta, perfino l’osservazione e la deduzione? Perché la buona logica non dovrebbe essere fuorviante come la cattiva logica? Entrambe sono movimenti nel cervello di una scimmia confusa». Lo scettico moderno dice: «Ho il diritto di pensare con la mia testa». Ma lo scettico di una volta, lo scettico assoluto, dice: «Non ho il diritto di pensare con la mia testa. Non ho nessun diritto di pensare».” (ivi p. 45 e s.).
Tirare in ballo Kurt Gödel ed i suoi teoremi dell’incompletezza come esempi che dimostrano che non tutte le domande sensate ammettono risposta, poiché non possono essere né dimostrate né refutate , come fa Odifreddi, che pure è un matematico, per “giocare” sul non senso oltre che sciocco è pure “indegno” per uno studioso di matematica. Gödel con i suoi teoremi afferma l’esatto contrario. Io che non sono matematico e quindi ho meno possibilità di Odifreddi, stando a quanto asserito da Chesterton, di divenire pazzo, leggo su wikipedia e quindi, con beneficio di inventario: “Merito di Gödel fu dunque l'aver esibito tale proposizione e la vera potenza di tale teorema è che vale "per ogni teoria affine", cioè per qualsiasi teoria formalizzata, forte quanto l'aritmetica elementare. In particolare Gödel dimostrò che l'aritmetica stessa risulta incompleta: vi sono dunque delle realtà vere ma non dimostrabili“ (wikipedia).
In questo senso è più naturale concludere per il teismo che per l’ateismo non vi pare? O meglio l’uno e l’altro non sono che atti di fede. A maggior ragione se assumiamo il secondo teorema di Gödel dato che: “Nessun sistema coerente può essere utilizzato per dimostrare la sua stessa coerenza.” (wikipedia).
Le affermazioni di Gödel non possono essere utilizzare fuori dal loro contesto ed assolutizzate come fa Odifreddi perché fanno dire a Gödel più di quello che egli pensi veramente. Se poi chiedersi il senso delle cose possa essere un esercizio inutile ciò contraddice al principio del sapere che è per Aristotele lo stupore, la meraviglia, la curiosità, tutte posizioni psicologiche che presuppongono una questione di senso da risolvere e dunque il progresso stesso del sapere. Come dice Chesterton in altre parole è l’umiltà che manca al nostro tempo, è la vera umiltà ciò che ti manca caro Odifreddi.
Nel secondo capitolo del libro “Ortodossia” Chesterton, prendendo a spunto l’affermazione di un suo amico editore che asseriva «Quell’uomo farà strada perché crede in se stesso», afferma che i manicomi sono pieni di uomini che credono fermamente in se stessi. Ovvero, fuor di metafora, una Regione che crede fermamente in se stessa ha come esito la pazzia, ovvero la sua distruzione per troppa logicità. A tal proposito scrive con profonda arguzia:
“Il fatto in sé è semplice. La poesia è sana perché galleggia con facilità nel mare dell’infinito; la ragione tenta di attraversare il mare dell’infinito per renderlo finito. Il risultato è l’esaurimento nervoso, come l’esaurimento fisico di Holbein. Accettare ogni cosa è un esercizio, capire ogni cosa è uno sforzo. Il poeta desidera solamente l’esaltazione e l’espansione, un mondo entro cui espandersi. Il poeta chiede solo di levare la propria testa fino ai cieli. È il logico che cerca di spingere i cieli dentro la sua testa. Ed è la sua testa a spaccarsi. (…) L’ultima cosa che si può dire di un pazzo è che le sue azioni siano senza causa. (…) Il pazzo non è l’uomo che ha perso la ragione. Il pazzo è l’uomo che ha perso tutto tranne la ragione.” (G.K. Chesterton, Ortodossia, ed. Lindau, 2010, p. 22 e ss.).
In questo senso egli paragona il suo tempo, che è ancora il nostro ed in questo è a mio avviso davvero profetico, come il luogo del “suicidio del pensiero”. Chesterton ribadisce infatti che sua intenzione “non era quella di attaccare l’autorità della ragione; piuttosto l’obiettivo ultimo è di difenderla. Perché ha bisogno di essere difesa. L’intero mondo moderno è in guerra con la ragione, e la torre già vacilla.” (ivi, p. 44).
Un esempio di questo “vacillare” della ragione è l’evoluzionismo.
“L’evoluzione è un buon esempio di quella moderna intelligenza che, se distrugge qualcosa, è se stessa. L’evoluzione è un’innocente descrizione scientifica di come sono nate certe cose terrene; oppure, se è più di questo, è un attacco al pensiero stesso. Se c’è qualcosa che l’evoluzione distrugge, non è la religione, ma il razionalismo. Se l’evoluzione vuol dire semplicemente che una cosa materiale nota come scimmia è diventata molto lentamente una cosa materiale nota come uomo, non provoca l’ortodosso più convinto, perché un Dio personale potrebbe fare le cose sia lentamente sia velocemente, specialmente se, come il Dio cristiano, fosse al di fuori del tempo. Ma se significa qualcosa di più, vuol dire che non esiste una scimmia da cambiare, né un uomo in cui essa debba essere trasformata. Significa che non esiste niente. Al massimo, esiste una sola cosa, e cioè un flusso di tutto e di niente. Questo è un attacco non alla fede, ma all’intelligenza; non si può pensare se non ci sono cose a cui pensare. Non si può pensare se non si è separati dall’oggetto preso in considerazione dal pensiero. Cartesio diceva: «Penso, dunque sono». Il filosofo evoluzionista capovolge l’epigramma al negativo e dice: «Non sono, dunque non posso pensare».” (ivi, p. 47s.).
La ragione profonda di tale giusta osservazione critica sull’evoluzionismo è l’evidenza che "il mondo moderno non è cattivo; in un certo senso è perfino troppo buono. È pieno di virtù incontrollate e sprecate. Quando un sistema religioso viene mandato in frantumi (così come la cristianità è stata mandata in frantumi dalla Riforma), non sono solo i vizi a venir messi in libertà. I vizi, in effetti, vengono lasciati in libertà, e vanno in giro a fare danni. Ma anche le virtù vengono liberate; e le virtù vanno in giro in maniera più sregolata, e arrecano danni più terribili. Il mondo moderno è pieno di antiche virtù cristiane impazzite. Le virtù sono impazzite perché sono state isolate l’una dall’altra e stanno vagando sole." (p. 40 e s).
A questo mondo moderno manca in particolare la virtù dell’umiltà che per Chesterton è la virtù cristiana per eccellenza. “La civiltà scoprì l’umiltà cristiana per la stessa impellente ragione per cui scopri la fede e la carità, ovvero perché se non l’avesse scoperta, la civiltà cristiana sarebbe morta. (…) Ora, la scoperta psicologica si riduce a questo: benché sì ritenesse che il massimo godimento fosse possibile solo estendendo il nostro ego all’infinito, la verità è che il massimo godimento è possibile solo azzerando il nostro ego.” (G.K. Chesterton, Eretici, ed. Lindau, 2010, p. 132 e ss.).
Lo stesso accade con il pensiero. “Ma ciò di cui soffriamo oggigiorno è l’umiltà fuori posto. La modestia ha abbandonato l’organo dell’ambizione e si è insediata nell’organo della convinzione; là dove non ci si aspettava che sarebbe finita. Ci si aspettava che l’uomo nutrisse dei dubbi su se stesso, non che dubitasse della verità, ma la cosa è stata completamente capovolta. Oggigiorno la parte di sé che un uomo fa valere è esattamente la parte che non dovrebbe far valere. La parte di cui dubita è esattamente la parte di cui non dovrebbe dubitare: la Ragione Divina. Huxley predicava un’umiltà che fosse soddisfatta di imparare dalla natura. Ma il nuovo scettico è talmente umile che dubita perfino di poter imparare. Perciò ci sbaglieremmo se dicessimo frettolosamente che non esiste un’umiltà tipica della nostra epoca. La verità è che esiste una vera umiltà tipica della nostra epoca, ma in pratica è un’umiltà più dannosa delle più estreme prostrazioni ascetiche. L’umiltà di una volta era uno sperone che impediva all’uomo di fermarsi non un chiodo nello stivale che gli impedisce di andare avanti. Perché l’umiltà di una volta faceva sì che l’uomo avesse dei dubbi sui suoi sforzi, cosa che poteva spingerlo a lavorare ancora più sodo. Ma la nuova umiltà fa sì che l’uomo nutra dei dubbi sui propri obiettivi, cosa che lo porterà a smettere del tutto di lavorare.” (G.K. Chesterton, Ortodossia, ed. Lindau, 2010, p. 43 e s.).
E’ proprio questo nutrire dubbi sugli obiettivi, sul “senso” della realtà e in particolare sul suo senso ultimo, che è il “suicidio del pensiero”, il suo cortocircuito.
E’ questo “cortocircuito” del pensiero l’approccio tipico del matematico Odifreddi il quale nel suo blog nell’articolo d’apertura, che è anche il suo programma, intitolato “Il non-senso della vita”, afferma: “Guardandosi attorno, ci si accorge che la grandiosità delle domande che la gente si pone è inversamente proporzionale alla loro capacità di capire le eventuali risposte. Le cosiddette “domande di senso” costituiscono l’esempio tipico: invece di domandarsi come funziona un telefonino, ci si chiede qual è il senso della vita. E non ci si accontenta della risposta che non solo il senso non c’è, ma che non ha neppure senso chiedersi se ci sia. A voler essere sensati, bisognerebbe precisare che il senso è una proprietà delle frasi del linguaggio, e non delle cose del mondo. Chiedersi qual è il senso della vita è come chiedersi che colore abbia, o quale sia il senso di un elettrone. Purtroppo, meno le domande sono sensate, e più suonano bene: non a caso se le pongono i poeti, i romanzieri, i teologi e i filosofi, che in vari gradi si interessano di letteratura fantastica.”.
Questa affermazione è palesemente falsa, ma apparentemente “funziona”. Falsa perché riduce il senso a coerenza del linguaggio; come se il linguaggio, che è un “medio”, prescindesse da ciò che nomina. O meglio riducesse a sé ciò che è da esso nominato. Vale qui quanto afferma Chesterton: “Si dice spesso che gli uomini dotti non riescano a trovare una risposta all’enigma della religione. Ma il problema dei nostri intellettuali non è che non riescono a trovare la risposta, è che non riescono a vedere nemmeno l’enigma. Sono come bambini talmente stupidi da non notare niente di paradossale quando affermano giocosamente che una porta non è una porta.” (G.K. Chesterton, Ortodossia, ed. Lindau, 2010, p. 44 e s.).
In sostanza si può dire ad Odifreddi e compagni che “La ragione in se stessa è una questione di fede. È un atto di fede affermare che i nostri pensieri non abbiano una qualsiasi relazione con la realtà. Se si è veri scettici, prima o poi ci si deve porre la domanda: «Perché una qualsiasi cosa dovrebbe essere giusta, perfino l’osservazione e la deduzione? Perché la buona logica non dovrebbe essere fuorviante come la cattiva logica? Entrambe sono movimenti nel cervello di una scimmia confusa». Lo scettico moderno dice: «Ho il diritto di pensare con la mia testa». Ma lo scettico di una volta, lo scettico assoluto, dice: «Non ho il diritto di pensare con la mia testa. Non ho nessun diritto di pensare».” (ivi p. 45 e s.).
Tirare in ballo Kurt Gödel ed i suoi teoremi dell’incompletezza come esempi che dimostrano che non tutte le domande sensate ammettono risposta, poiché non possono essere né dimostrate né refutate , come fa Odifreddi, che pure è un matematico, per “giocare” sul non senso oltre che sciocco è pure “indegno” per uno studioso di matematica. Gödel con i suoi teoremi afferma l’esatto contrario. Io che non sono matematico e quindi ho meno possibilità di Odifreddi, stando a quanto asserito da Chesterton, di divenire pazzo, leggo su wikipedia e quindi, con beneficio di inventario: “Merito di Gödel fu dunque l'aver esibito tale proposizione e la vera potenza di tale teorema è che vale "per ogni teoria affine", cioè per qualsiasi teoria formalizzata, forte quanto l'aritmetica elementare. In particolare Gödel dimostrò che l'aritmetica stessa risulta incompleta: vi sono dunque delle realtà vere ma non dimostrabili“ (wikipedia).
In questo senso è più naturale concludere per il teismo che per l’ateismo non vi pare? O meglio l’uno e l’altro non sono che atti di fede. A maggior ragione se assumiamo il secondo teorema di Gödel dato che: “Nessun sistema coerente può essere utilizzato per dimostrare la sua stessa coerenza.” (wikipedia).
Le affermazioni di Gödel non possono essere utilizzare fuori dal loro contesto ed assolutizzate come fa Odifreddi perché fanno dire a Gödel più di quello che egli pensi veramente. Se poi chiedersi il senso delle cose possa essere un esercizio inutile ciò contraddice al principio del sapere che è per Aristotele lo stupore, la meraviglia, la curiosità, tutte posizioni psicologiche che presuppongono una questione di senso da risolvere e dunque il progresso stesso del sapere. Come dice Chesterton in altre parole è l’umiltà che manca al nostro tempo, è la vera umiltà ciò che ti manca caro Odifreddi.
sabato 5 marzo 2011
RAGIONE E FEDE
Agli amici atei tipo Odifreddi e Margherita Hack.
«Il vizio del moderno concetto di progresso mentale è che è sempre qualcosa che ha a che fare con legami spezzati, confini cancellati e dogmi rifiutati. Ma se esiste qualcosa come la crescita intellettuale, deve trattarsi di una crescita verso convinzioni sempre più definite, verso dogmi sempre più numerosi. Il cervello umano è una macchina per giungere a conclusioni; se non può farlo, si arrugginisce. Quando sentiamo parlare di un uomo troppo intelligente per credere, sentiamo parlare di qualcosa che potremmo quasi definire una contraddizione in termini. È come sentire parlare di un chiodo che era troppo perfetto per tenere fermo un tappeto, o di un chiavistello che era troppo forte per tenere chiusa una porta.» (Chesterton, Eretici)
«Il vizio del moderno concetto di progresso mentale è che è sempre qualcosa che ha a che fare con legami spezzati, confini cancellati e dogmi rifiutati. Ma se esiste qualcosa come la crescita intellettuale, deve trattarsi di una crescita verso convinzioni sempre più definite, verso dogmi sempre più numerosi. Il cervello umano è una macchina per giungere a conclusioni; se non può farlo, si arrugginisce. Quando sentiamo parlare di un uomo troppo intelligente per credere, sentiamo parlare di qualcosa che potremmo quasi definire una contraddizione in termini. È come sentire parlare di un chiodo che era troppo perfetto per tenere fermo un tappeto, o di un chiavistello che era troppo forte per tenere chiusa una porta.» (Chesterton, Eretici)
Etichette:
Chesterton,
fede,
hack,
odifreddi,
ragione
sabato 11 settembre 2010
Nessuna catena è più forte del suo anello più debole.
In una società in cui tutto si basa sul potere, la forza, l'efficienza, in cui le nostre sorti sono lasciate in mano ad uomini "forti e taciturni", gli specialisti (super-uomini della burocrazia), in una società in realtà sempre più stanca dei suoi riti celebrativi, del benessere e della felicità da acquistare al supermercato, sempre più piena di uomini e donne soli e disperati, suonano come acqua zampillante le parole di Chesterton sul valore dell'uomo "reale", non quello delle carte patinate, ma l'uomo con le sue qualità ed i suoi inevitabili difetti e limiti.
Il mondo scommette sui super-uomini, Cristo ha scommesso sulla debolezza dell'umanità.
Godiamoci questa ventata di speranza!
«la cosa preziosa e adorabile ai nostri occhi è l’uomo, il vecchio uomo combattivo, debole, dissoluto e rispettabile che beve birra e inventa credi. E le cose fondate su questa creatura rimangono in eterno; le cose fondate sulla fantasia del Superuomo sono morte con le civiltà morenti che da sole le hanno create. Quando Cristo in un momento simbolico fondò la Sua grande società, scelse come pietra angolare non il brillante Paolo né il mistico Giovanni, ma un arruffone, uno snob, un codardo, in una parola: un uomo. E su questa pietra Egli ha costruito la Sua Chiesa, su cui le porte dell’inferno non hanno avuto la meglio. Tutti gli imperi e tutti i regni hanno fallito a causa di questa perenne debolezza innata, ossia che furono fondati da uomini forti e su uomini forti. Ma quest’unica cosa, la storica Chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole e per tale ragione è indistruttibile. Perché nessuna catena è più forte del suo anello più debole.» (G. K. Chesterton, Eretici, ed. Lindau, p.50)
Il mondo scommette sui super-uomini, Cristo ha scommesso sulla debolezza dell'umanità.
Godiamoci questa ventata di speranza!
«la cosa preziosa e adorabile ai nostri occhi è l’uomo, il vecchio uomo combattivo, debole, dissoluto e rispettabile che beve birra e inventa credi. E le cose fondate su questa creatura rimangono in eterno; le cose fondate sulla fantasia del Superuomo sono morte con le civiltà morenti che da sole le hanno create. Quando Cristo in un momento simbolico fondò la Sua grande società, scelse come pietra angolare non il brillante Paolo né il mistico Giovanni, ma un arruffone, uno snob, un codardo, in una parola: un uomo. E su questa pietra Egli ha costruito la Sua Chiesa, su cui le porte dell’inferno non hanno avuto la meglio. Tutti gli imperi e tutti i regni hanno fallito a causa di questa perenne debolezza innata, ossia che furono fondati da uomini forti e su uomini forti. Ma quest’unica cosa, la storica Chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole e per tale ragione è indistruttibile. Perché nessuna catena è più forte del suo anello più debole.» (G. K. Chesterton, Eretici, ed. Lindau, p.50)
Etichette:
Chesterton,
Chiesa Cattolica,
San Pietro,
superuomo,
uomo
domenica 5 settembre 2010
Homo laicus .. ovvero come ti erudisco il pupo...
Navigando per il "vasto mar" di internet mi sono imbattuto in un sito "Homolaicus.com" che come afferma il curatore, un certo Enrico Galavotti, è "un sito didattico, culturale e scientifico. Non ha alcun carattere editoriale, non "insegue" l'attualità e non svolge attività politica e la cui impostazione ideale di carattere generale è favorevole all'Umanesimo laico e al Socialismo democratico". Fin qui niente di male.
Curiosando mi sono imbattuto nella sezione "Teorici" alla pagina su Sant'Agostino. E qui l'incipit è davvero notevole:
«Ad Agostino è sfuggita completamente l'idea che il male possa darsi delle strutture specifiche, delle realtà concrete.»!!!
L'affermazione è dedotta dalla seguente considerazione: «Dire che il male è il non-essere o che non ha una realtà propria, è come dire che il bene, alla fine, trionfa sempre, perché così vuole la "divina provvidenza".»
Da li poi tutte le ovvie conclusioni sulla incapacità della Chiesa di leggere la Storia ed il suo favore al potere bieco.
Prosegue infatti, l'autore illustrando la teoria del male:«La teoria agostiniana della non sostanzialità del male è un'implicita ammissione della debolezza politico-sociale della chiesa, incapace di risolvere le contraddizioni del suo tempo.
La teoria riflette il tentativo di ridurre l'oggettività delle contraddizioni sociali a una relativizzazione metafisica.
Con tale teoria infatti la chiesa mirava a consolare l'oppresso, portandolo a credere che il male, quale semplice "assenza" di bene, oltre un certo limite non sarebbe potuto andare, e che in ogni caso, raggiunto il limite, esso, anche senza volerlo, avrebbe fatto gli interessi di Dio, in virtù del concetto di provvidenza (analogo a quello dell'"astuzia della ragione", di matrice idealistica).
Gli schiavi quindi potevano stare tranquilli: da un lato dovevano limitarsi a pensare che stavano scontando una colpa d'origine universale; dall'altro dovevano pensare che le ingiustizie compiute dal padrone non avrebbero potuto nuocer loro in eterno o comunque non oltre un certo limite. Lo stesso padrone sapeva che il "male" compiuto sulla terra avrebbe trovato nei cieli un'adeguata pena.
Questo modo di ragionare può sembrare ottimistico o comunque sostenibile solo in un contesto sociale proteso verso il futuro: in realtà esso induce alla rassegnazione. Lo schiavo cristiano doveva semplicemente attendere che le contraddizioni sociali, dopo aver raggiunto il punto massimo di gravità, si trasformassero da sole in "bene".»
Va bene pensiero laico, va bene che il sito ha carattere didattico e non politico ... ma dare dell'ingenuo ad Agostino prescindendo completamente anche dalla sua personale e quindi storica esperienza del male è davvero troppo!!!
L'affermazione del male come non-essere è invece innanzitutto una formidabile intuizione che non è assolutamente da intendersi come fa l'autore come non esistenza o non effettività del male in una prospettiva semplicisticamente definita come "consolatoria" quando dovrebbe parlarsi di escatologia.
E' evidente che l'autore presenta una visione povera o per "ignoranza" o per "scienza", comunque non veritiera, anzi, direi del tutto gratuita del pensiero e della persona di Agostino! La didattica e l'onestà intellettuale vorrebbero, invece, che ciò che si ammanta di obiettività fosse tale offrendo adeguati strumenti di verifica.
Come si fa altrimenti ad aprire la scheda con quella affermazione sul fatto che ad Agostino è "sfuggita completamente l'idea che il male possa darsi delle strutture specifiche, delle realtà concrete."? Come fa l'autore ad affermare "onestamente" questo di Agostino?
Come si può affermare ciò sapendo che Agostino crede fermamente in Gesù Crocifisso e Risorto vero Dio e Vero Uomo? Chi avrebbe ucciso il Cristo? Perché e per chi sarebbe morto? Tutte domande probabilmente senza risposta per l'autore della scheda o forse, più realisticamente senza senso vista la sua posizione! Non quella di un laico, ma quella di un laicista!
Ma il problema è che, come afferma Chesterton, «Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo.». Agostino da manicheo si era impantanato in un dualismo paritetico dei principi di Bene e Male da cui non riusciva ad uscire, un dualismo denso di contraddizioni e di posizioni "non umane" perché lesive della libertà e della dignità dell'uomo inteso come "persona".
In questo, a mio avviso, torna a cadere l'autore ove afferma:
«La posizione manichea da lui combattuta, quella relativa al "male cosmico" (o inevitabile), in cui l'uomo è solo spettatore, era ovviamente sbagliata, ma la posizione alternativa da lui assunta non è affatto convincente. Poiché, se è vero che l'uomo non è destinato al male più di quanto non sia destinato al bene, è anche vero che di fronte a certe strutture di male, l'uomo non è quasi mai libero di scegliere. L'unica scelta che gli resta è quella di armarsi per distruggere quelle strutture. (...) Agostino si era avvicinato alla verità quando aveva intuito che senza un "aiuto esterno", l'uomo non avrebbe potuto essere libero, ma se ne è allontanato subito quando ha fatto coincidere tale "aiuto" con la grazia divina, trasformando l'uomo in un burattino nelle mani di Dio e il genere umano in una "massa dannata".
In realtà, l'aiuto esterno altri non è che l'uomo stesso, consapevole di sé e del modo come risolvere la contraddizione fondamentale del suo tempo. Nessun uomo, da solo, può superare l'antagonismo sociale, neanche se fosse scelto dall'insondabile predestinazione divina.».
Ritenere "reale superamento", e per giunta in un sol colpo, delle posizioni manichee, agostiniane, pelagiane quell'abbozzo di socialismo alluso nell'ultima asserzione riportata, significa in realtà proprio fare quello che si condanna in Agostino: "aver smesso di pensare"!
La tanto conclamata identificazione del male nelle "strutture di male", che Agostino non sarebbe riuscito a vedere, l'oggettività storica e la "dimensione strutturale" del male su cui Agostino è cieco, è, in realtà, il primo passo falso teoretico dell'autore perché indebita "riduzione" che rende manifesta dove sta la cecità.
Infatti, cos'è il male? A tale domanda l'autore non risponde. A lui, che è laico e socialista, basta dire che il male ha le sue strutture sociali, politiche, ecc., senza porsi il problema da dove esso venga e cosa in realtà esso sia.
Ma come si può "risolvere" il male se non lo si "comprende"? Che senso ha la soluzione "infantile" proposta dall'autore al male, ovvero che "l'aiuto esterno [con cui vincere il male] altri non è che l'uomo stesso"?
La risposta non soddisfa, anzi è priva di senso, se prima non si risponde al "che cos'è il male?". Se il male appartiene ad ogni uomo, in che senso quest'ultimo può aiutare un suo simile? Se il male può essere scientemente voluto e determinare coerenti strutture sociali e politiche, Chi e che cosa decidono che è male?
In breve non vorrei che la parola magica "socialismo", proposta dall'autore, fosse in realtà quello che dice Chesterton a proposito di chi si vanta di essere "pratico", ovvero: «Ci si vanta d’essere pratici, perché non si è logici; ciò che per un greco o un cinese equivarrebbe a dire che i cassieri londinesi eccellono nella contabilità, perché non sono troppo forti in aritmetica.».
Agostino, da vero logico, risolvendo il problema del male come non-essere ci dice una verità fondamentale: il male non appartiene all'Essere ma all'esistente. Il Demonio pur essendo ente spirituale è pur sempre una creatura. Ne consegue che il male, più che ad una dimensione cognitiva ha a che fare con la "libertà" dell'uomo. Se per Socrate e per gli antichi il male è riconducibile all'errore, in qualche modo ad una non-conoscenza, ad una non esatta conoscenza della realtà, per cui ne consegue che "conoscere il bene è farlo", per il cristiano Agostino l'esperienza di Gesù illumina ben altri scenari.
Per Agostino il male non è una semplice "non conoscenza", un errore, è una "posizione"; dunque il male è una realtà concreta, storica, perché al contempo posseduta pienamente da una creatura (il demonio) ed al contempo "partecipata" da ogni uomo.
Del resto non si comprende, come l'autore della scheda, possa attribuire ad Agostino una "caduta intellettuale" con il suo ricorrere alla Grazia per risolvere il problema del male, quando il suo ricorrere all'uomo è certamente tonfo ben più grave!
Diceva Gesù: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in una buca?» (Lc.6,39).
Agostino può coerentemente e ragionevolmente, cioè razionalmente, ricorrere alla Grazia cioè allo Spirito Santo, che è Dio, perché Dio è l'Essere, cioè l'unica realtà totalmente priva di male. E questo non perché mera e solitaria monade che tautologicamente vuole se stesso, ma in quanto Amore, Comunione di tre persone in una sola sostanza divina: Amore. E' questa la rivelazione su Dio che ci dona Gesù Cristo!
Dare del "moralista" ad Agostino e con lui alla Chiesa cattolica nei termini sopra riportati è pura fantasia frutto di malafede, è pertanto una "conclusione" che volentieri rimandiamo al mittente chiedendogli di spiegarci con la sua inespressa teoria del male i campi di sterminio nazisti, i gulag socialisti, o quelli maoisti o dei Kmer Rossi, prima che provi a tirare fuori, per non affrontare razionalmente e, aggiungerei, seriamente il problema del male, la leggenda nera sulla "Santa inquisizione"!
L'etica dello sforzo, con gli inevitabili risvolti psicologici, attribuiti dall'autore ad Agostino possono tranquillamente e serenamente riconoscersi nell'uomo che si fa auto referente (laicista e socialista): "Se lo faccio io, lo devi fare pure tu!"; "Se è evidente che questa cosa è buona perché non la fai? Sei malato, sei da rieducare!". Queste tristi affermazioni non si ravvisano in Sant'Agostino ma in ben altri testi di Autori anti cattolici!
L'insistenza sull'attribuire ad Agostino ed alla Chiesa Cattolica la volontà di consolare gli schiavi per farli rimanere tali, contraddice alla verità storica, ed è un autentico insulto all'intelligenza dei lettori! E' stato proprio l'affermarsi del cristianesimo che in maniera non violenta ha portato all'abolizione della schiavitù. Un fatto che in area non fecondata dal Vangelo e dalla persona di Gesù, come nell'islam ed in altre società basate su altri credi o sull'ateismo tutt'ora persiste!
Il male è questione che coerentemente Agostino lega alla libertà dell'uomo e quindi alla volontà. Questa è la base solida su cui lavorare! Perché è solo su questa base che si possono modificare realmente le strutture di male! Ma prima di modificarle occorre darne conto: Perché ci sono? Chi le ha poste? A che servono? Perché si vuole il male? O, meglio, perché si fa il male pur volendo il bene?
Direbbe Agostino: Il male che vedi fuori di te, è frutto di ciò che abita in te, che sgorga dal tuo cuore, dal centro del tuo esistere creaturale.
E' proprio quest'analisi di Agostino che pone le basi per una seria critica alle "strutture di peccato", tipiche di una cultura della morte da cui discendono, come le ha definite il papa Giovanni Paolo II.
Non intendo proseguire sul tema, che merita ben altro spazio che quello di un blog, né voglio proseguire oltre nell'esame delle ulteriori molteplici "malevoli interpretazioni" di Agostino contenute nella scheda. Interpretazioni che ritengo fondatamente ad uso e consumo del "maestro" e, ovviamente, a danno dell'ignaro "studente" che incappa nel sito.
Per tutte valga da ultimo quella sul linguaggio. Afferma Enrico Galavotti: «La tesi fondamentale del libro "Il maestro" è la seguente: Non si può comunicare con le parole; si comunica ciò che l'altro già sa.
Agostino riflette qui la posizione di un'istituzione, la chiesa, che non crede nella possibilità di una liberazione dalla schiavitù sulla terra. I rapporti umani non servono per costruire un'alternativa al presente.»
Come non riconoscere in ciò una critica in perfetta malafede alla Chiesa Cattolica?
In realtà Agostino esprime la convinzione che potremmo definire "classica" propria della gnoseologia socratico-platonica (ricordate la maieutica?) che, per inciso, in Kierkegaard è la comunicazione liberante, contrariamente a quella del sapere, inteso come altro da sé, perché la comunicazione della "possibilità" fa sì che il discepolo trovi in sé quello che deve sapere come possibilità di adesione libera alla verità del sé.
Già, ma arrivati a questo punto, pilatescamente l'Autore mi potrebbe chiedere: Cos'è la Verità?
Ovvero come già Pilato a Cristo: a che vuoi che importi la Verità?
MEDITATE GENTE, MEDITATE!
Curiosando mi sono imbattuto nella sezione "Teorici" alla pagina su Sant'Agostino. E qui l'incipit è davvero notevole:
«Ad Agostino è sfuggita completamente l'idea che il male possa darsi delle strutture specifiche, delle realtà concrete.»!!!
L'affermazione è dedotta dalla seguente considerazione: «Dire che il male è il non-essere o che non ha una realtà propria, è come dire che il bene, alla fine, trionfa sempre, perché così vuole la "divina provvidenza".»
Da li poi tutte le ovvie conclusioni sulla incapacità della Chiesa di leggere la Storia ed il suo favore al potere bieco.
Prosegue infatti, l'autore illustrando la teoria del male:«La teoria agostiniana della non sostanzialità del male è un'implicita ammissione della debolezza politico-sociale della chiesa, incapace di risolvere le contraddizioni del suo tempo.
La teoria riflette il tentativo di ridurre l'oggettività delle contraddizioni sociali a una relativizzazione metafisica.
Con tale teoria infatti la chiesa mirava a consolare l'oppresso, portandolo a credere che il male, quale semplice "assenza" di bene, oltre un certo limite non sarebbe potuto andare, e che in ogni caso, raggiunto il limite, esso, anche senza volerlo, avrebbe fatto gli interessi di Dio, in virtù del concetto di provvidenza (analogo a quello dell'"astuzia della ragione", di matrice idealistica).
Gli schiavi quindi potevano stare tranquilli: da un lato dovevano limitarsi a pensare che stavano scontando una colpa d'origine universale; dall'altro dovevano pensare che le ingiustizie compiute dal padrone non avrebbero potuto nuocer loro in eterno o comunque non oltre un certo limite. Lo stesso padrone sapeva che il "male" compiuto sulla terra avrebbe trovato nei cieli un'adeguata pena.
Questo modo di ragionare può sembrare ottimistico o comunque sostenibile solo in un contesto sociale proteso verso il futuro: in realtà esso induce alla rassegnazione. Lo schiavo cristiano doveva semplicemente attendere che le contraddizioni sociali, dopo aver raggiunto il punto massimo di gravità, si trasformassero da sole in "bene".»
Va bene pensiero laico, va bene che il sito ha carattere didattico e non politico ... ma dare dell'ingenuo ad Agostino prescindendo completamente anche dalla sua personale e quindi storica esperienza del male è davvero troppo!!!
L'affermazione del male come non-essere è invece innanzitutto una formidabile intuizione che non è assolutamente da intendersi come fa l'autore come non esistenza o non effettività del male in una prospettiva semplicisticamente definita come "consolatoria" quando dovrebbe parlarsi di escatologia.
E' evidente che l'autore presenta una visione povera o per "ignoranza" o per "scienza", comunque non veritiera, anzi, direi del tutto gratuita del pensiero e della persona di Agostino! La didattica e l'onestà intellettuale vorrebbero, invece, che ciò che si ammanta di obiettività fosse tale offrendo adeguati strumenti di verifica.
Come si fa altrimenti ad aprire la scheda con quella affermazione sul fatto che ad Agostino è "sfuggita completamente l'idea che il male possa darsi delle strutture specifiche, delle realtà concrete."? Come fa l'autore ad affermare "onestamente" questo di Agostino?
Come si può affermare ciò sapendo che Agostino crede fermamente in Gesù Crocifisso e Risorto vero Dio e Vero Uomo? Chi avrebbe ucciso il Cristo? Perché e per chi sarebbe morto? Tutte domande probabilmente senza risposta per l'autore della scheda o forse, più realisticamente senza senso vista la sua posizione! Non quella di un laico, ma quella di un laicista!
Ma il problema è che, come afferma Chesterton, «Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo.». Agostino da manicheo si era impantanato in un dualismo paritetico dei principi di Bene e Male da cui non riusciva ad uscire, un dualismo denso di contraddizioni e di posizioni "non umane" perché lesive della libertà e della dignità dell'uomo inteso come "persona".
In questo, a mio avviso, torna a cadere l'autore ove afferma:
«La posizione manichea da lui combattuta, quella relativa al "male cosmico" (o inevitabile), in cui l'uomo è solo spettatore, era ovviamente sbagliata, ma la posizione alternativa da lui assunta non è affatto convincente. Poiché, se è vero che l'uomo non è destinato al male più di quanto non sia destinato al bene, è anche vero che di fronte a certe strutture di male, l'uomo non è quasi mai libero di scegliere. L'unica scelta che gli resta è quella di armarsi per distruggere quelle strutture. (...) Agostino si era avvicinato alla verità quando aveva intuito che senza un "aiuto esterno", l'uomo non avrebbe potuto essere libero, ma se ne è allontanato subito quando ha fatto coincidere tale "aiuto" con la grazia divina, trasformando l'uomo in un burattino nelle mani di Dio e il genere umano in una "massa dannata".
In realtà, l'aiuto esterno altri non è che l'uomo stesso, consapevole di sé e del modo come risolvere la contraddizione fondamentale del suo tempo. Nessun uomo, da solo, può superare l'antagonismo sociale, neanche se fosse scelto dall'insondabile predestinazione divina.».
Ritenere "reale superamento", e per giunta in un sol colpo, delle posizioni manichee, agostiniane, pelagiane quell'abbozzo di socialismo alluso nell'ultima asserzione riportata, significa in realtà proprio fare quello che si condanna in Agostino: "aver smesso di pensare"!
La tanto conclamata identificazione del male nelle "strutture di male", che Agostino non sarebbe riuscito a vedere, l'oggettività storica e la "dimensione strutturale" del male su cui Agostino è cieco, è, in realtà, il primo passo falso teoretico dell'autore perché indebita "riduzione" che rende manifesta dove sta la cecità.
Infatti, cos'è il male? A tale domanda l'autore non risponde. A lui, che è laico e socialista, basta dire che il male ha le sue strutture sociali, politiche, ecc., senza porsi il problema da dove esso venga e cosa in realtà esso sia.
Ma come si può "risolvere" il male se non lo si "comprende"? Che senso ha la soluzione "infantile" proposta dall'autore al male, ovvero che "l'aiuto esterno [con cui vincere il male] altri non è che l'uomo stesso"?
La risposta non soddisfa, anzi è priva di senso, se prima non si risponde al "che cos'è il male?". Se il male appartiene ad ogni uomo, in che senso quest'ultimo può aiutare un suo simile? Se il male può essere scientemente voluto e determinare coerenti strutture sociali e politiche, Chi e che cosa decidono che è male?
In breve non vorrei che la parola magica "socialismo", proposta dall'autore, fosse in realtà quello che dice Chesterton a proposito di chi si vanta di essere "pratico", ovvero: «Ci si vanta d’essere pratici, perché non si è logici; ciò che per un greco o un cinese equivarrebbe a dire che i cassieri londinesi eccellono nella contabilità, perché non sono troppo forti in aritmetica.».
Agostino, da vero logico, risolvendo il problema del male come non-essere ci dice una verità fondamentale: il male non appartiene all'Essere ma all'esistente. Il Demonio pur essendo ente spirituale è pur sempre una creatura. Ne consegue che il male, più che ad una dimensione cognitiva ha a che fare con la "libertà" dell'uomo. Se per Socrate e per gli antichi il male è riconducibile all'errore, in qualche modo ad una non-conoscenza, ad una non esatta conoscenza della realtà, per cui ne consegue che "conoscere il bene è farlo", per il cristiano Agostino l'esperienza di Gesù illumina ben altri scenari.
Per Agostino il male non è una semplice "non conoscenza", un errore, è una "posizione"; dunque il male è una realtà concreta, storica, perché al contempo posseduta pienamente da una creatura (il demonio) ed al contempo "partecipata" da ogni uomo.
Del resto non si comprende, come l'autore della scheda, possa attribuire ad Agostino una "caduta intellettuale" con il suo ricorrere alla Grazia per risolvere il problema del male, quando il suo ricorrere all'uomo è certamente tonfo ben più grave!
Diceva Gesù: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in una buca?» (Lc.6,39).
Agostino può coerentemente e ragionevolmente, cioè razionalmente, ricorrere alla Grazia cioè allo Spirito Santo, che è Dio, perché Dio è l'Essere, cioè l'unica realtà totalmente priva di male. E questo non perché mera e solitaria monade che tautologicamente vuole se stesso, ma in quanto Amore, Comunione di tre persone in una sola sostanza divina: Amore. E' questa la rivelazione su Dio che ci dona Gesù Cristo!
Dare del "moralista" ad Agostino e con lui alla Chiesa cattolica nei termini sopra riportati è pura fantasia frutto di malafede, è pertanto una "conclusione" che volentieri rimandiamo al mittente chiedendogli di spiegarci con la sua inespressa teoria del male i campi di sterminio nazisti, i gulag socialisti, o quelli maoisti o dei Kmer Rossi, prima che provi a tirare fuori, per non affrontare razionalmente e, aggiungerei, seriamente il problema del male, la leggenda nera sulla "Santa inquisizione"!
L'etica dello sforzo, con gli inevitabili risvolti psicologici, attribuiti dall'autore ad Agostino possono tranquillamente e serenamente riconoscersi nell'uomo che si fa auto referente (laicista e socialista): "Se lo faccio io, lo devi fare pure tu!"; "Se è evidente che questa cosa è buona perché non la fai? Sei malato, sei da rieducare!". Queste tristi affermazioni non si ravvisano in Sant'Agostino ma in ben altri testi di Autori anti cattolici!
L'insistenza sull'attribuire ad Agostino ed alla Chiesa Cattolica la volontà di consolare gli schiavi per farli rimanere tali, contraddice alla verità storica, ed è un autentico insulto all'intelligenza dei lettori! E' stato proprio l'affermarsi del cristianesimo che in maniera non violenta ha portato all'abolizione della schiavitù. Un fatto che in area non fecondata dal Vangelo e dalla persona di Gesù, come nell'islam ed in altre società basate su altri credi o sull'ateismo tutt'ora persiste!
Il male è questione che coerentemente Agostino lega alla libertà dell'uomo e quindi alla volontà. Questa è la base solida su cui lavorare! Perché è solo su questa base che si possono modificare realmente le strutture di male! Ma prima di modificarle occorre darne conto: Perché ci sono? Chi le ha poste? A che servono? Perché si vuole il male? O, meglio, perché si fa il male pur volendo il bene?
Direbbe Agostino: Il male che vedi fuori di te, è frutto di ciò che abita in te, che sgorga dal tuo cuore, dal centro del tuo esistere creaturale.
E' proprio quest'analisi di Agostino che pone le basi per una seria critica alle "strutture di peccato", tipiche di una cultura della morte da cui discendono, come le ha definite il papa Giovanni Paolo II.
Non intendo proseguire sul tema, che merita ben altro spazio che quello di un blog, né voglio proseguire oltre nell'esame delle ulteriori molteplici "malevoli interpretazioni" di Agostino contenute nella scheda. Interpretazioni che ritengo fondatamente ad uso e consumo del "maestro" e, ovviamente, a danno dell'ignaro "studente" che incappa nel sito.
Per tutte valga da ultimo quella sul linguaggio. Afferma Enrico Galavotti: «La tesi fondamentale del libro "Il maestro" è la seguente: Non si può comunicare con le parole; si comunica ciò che l'altro già sa.
Agostino riflette qui la posizione di un'istituzione, la chiesa, che non crede nella possibilità di una liberazione dalla schiavitù sulla terra. I rapporti umani non servono per costruire un'alternativa al presente.»
Come non riconoscere in ciò una critica in perfetta malafede alla Chiesa Cattolica?
In realtà Agostino esprime la convinzione che potremmo definire "classica" propria della gnoseologia socratico-platonica (ricordate la maieutica?) che, per inciso, in Kierkegaard è la comunicazione liberante, contrariamente a quella del sapere, inteso come altro da sé, perché la comunicazione della "possibilità" fa sì che il discepolo trovi in sé quello che deve sapere come possibilità di adesione libera alla verità del sé.
Già, ma arrivati a questo punto, pilatescamente l'Autore mi potrebbe chiedere: Cos'è la Verità?
Ovvero come già Pilato a Cristo: a che vuoi che importi la Verità?
MEDITATE GENTE, MEDITATE!
Etichette:
Agostino,
Chesterton,
Enrico Galavotti,
libertà,
male,
manicheismo,
peccato,
Pelagio,
socialismo,
socrate
sabato 28 agosto 2010
Quando la cosa pubblica è gestita da nani...
«Quando tutto ciò che riguarda un popolo diventa temporaneamente debole e inefficace, si comincia a parlare di efficienza. Allo stesso modo, quando il corpo di un uomo è un rottame, egli comincia per la prima volta a parlare di salute. Gli organismi vitali non parlano dei loro processi, ma delle loro aspirazioni. Non può esservi miglior prova dell’efficienza fisica di un uomo del suo discorrere allegramente di un viaggio alla fine del mondo. E non può esservi miglior prova dell’efficienza pratica di una nazione del suo discorrere continuamente di un viaggio alla fine del mondo, un viaggio verso il Giorno del Giudizio e la Nuova Gerusalemme. Non può esservi sintomo più evidente di una vigorosa salute fisica della tendenza a inseguire nobili e folli ideali; è nella prima esuberanza dell’infanzia che vogliamo la luna. Nessun uomo valoroso vissuto in epoche valorose avrebbe compreso il significato dell’espressione "ambire all’efficienza." (...) Oggi i nostri affari vengono irrimediabilmente mandati all’aria da uomini forti e taciturni. E questo ripudio delle grandi parole e delle grandi visioni ha generato non solo una razza di piccoli uomini in politica ma anche una razza di piccoli uomini nelle arti». (Chesterton, Eretici, Ed. Lindau, pp. 11-12 i grassetti sono miei).
Senza commento!
Senza commento!
lunedì 2 agosto 2010
Aborto: non una necessità, ma la tragica assenza di una sana educazione alla vita!
In articolo del settimanale Tempi del 7 luglio la giornalista Benedetta Frigerio analizza il triste fenomeno delle donne recidive all'aborto. In Italia il grave e delittuoso fenomeno è in forte crescita.
L'articolo riporta che «Secondo la rivista Ostetricia e Ginecologia, nel 2007 il 21,5 per cento degli aborti è stato recidivo. Il 18 per conto di questi è successivo a due interruzioni precedenti, l’11 per cento a tre o più».
Lo psichiatra Italo Carta (titolare della IV Cattedra di Psichiatria dell’Università Statale di Milano, dirigente dell’Unità Operativa Psichiatrica a Monza) intervistato osserva che in questo della recidiva all'aborto che può certamente definirsi come un approccio psicologico alla realtà è mancata una educazione sin dalla tenera età: «In questo caso è centrale: ci sono tre fasi che descrivono la crescita. La fase della libido: dove il bimbo conosce e si soddisfa con la bocca. Quella anale, in cui scopre che quel che ha dentro si può staccare da sé: fondamentale per il riconoscimento dell’alterità. E la fase fallica. Se non si superano coerentemente questi passaggi si possono presentare manie di autocontrollo, di rifiuto dell’altro e di autodistruzione. Sono sempre meno gli adolescenti che arrivano alla quarta fase, quella genitale, in cui si è pronti ad accettare un oggetto diverso da sé e investirlo d’amore per tutta la vita».
Il passaggio da una cultura repressiva ad una permissiva ha avuto come conseguenza negli adolescenti il loro essere apatici o frustrati davanti ai limiti che si presentano, generando una incapacità di cogliere positivamente il reale in tutta la sua complessità. Altro fattore che incide sulla recidiva all'aborto o al crescente fenomeno dell'abbandono dei figli è l'ideologia femminista che ha mascolinizzato la sessualità famminile negando la naturalità della maternità e dpiù in generale della generazione. Afferma Carta: «Molte donne, poi, non accettano il figlio perché non sanno accettare la diversità. Significa spesso che non è stato soddisfatto in maniera adeguata il loro bisogno di bene: non hanno ricevuto i beni primari necessari o, al contrario, sono state investite di troppe cose e oggetti inutili». In questo incide fortemente l'incapacità dei genitori di corrispondere a questo bisogno così come il clima culturale e sociale in cui si vive: «il consumismo, l’immagine, la superficialità banalizzano la complessità umana. Non sappiamo di cosa abbiamo davvero bisogno. C’è un vuoto affettivo, che si riempie da soli e con aggressività, oppure si presentano l’apatia e la noia perché il bisogno lo si è colmato con troppi e inutili oggetti».
Invece «noi abbiamo bisogno del rapporto con la diversità per essere felici». Quest'affermazione all'apparenza così evidente è invece oggi ridotta al suo esatto contrario. L'altro è ridotto nelle categorie dell'utile del fruire nell'istante senza alcuna "durata" che non sia l'istante. In un certo senso si percepisce l'altro ma solo in quanto prolungamento del sé che è l'opposto dell'altro che ci è posto accanto proprio perché la sua diversità ci faccia uscire dal nostro io. Nel nostro solipsismo egotico o nella solitudine dell'età avanzata, dove appare più evidente la menzogna del vivere per se stessi, si rende evidente l'incapacità per questa generazione di cogliere il "reale". In questo ha avuto responsabilità anche molta cultura religiosa (protestante e cattolica) purista e repressiva che non ha saputo cogliere tutta la complessità della "persona" umana.
Cristo, invece, afferma Italo Carta «ha compiuto il primo miracolo trasformando l’acqua nel vino che mancava. La prima volta che incontra i suoi li sfama. E anche dopo la resurrezione l’elemento terreno resta decisivo. Tanto che raduna al tavolo gli apostoli. La fisicità per lui non è da eliminare, Cristo abbraccia e si fa lavare i piedi. Poi, fa qualcosa in più. È il primo a capire che queste istanze esprimono il bisogno di assoluto e di infinito». La fisicità tanto "esaltata" da questa cultura edonista, in realtà viene misconosciuta nella sua dimensione ontologica. Mi vengono in mente le parole di Chesterton a proposito del genio di San Tommaso d'Aquino che, grazie alla sua peculiare visione teologica, "battezzò" Aristotele. Chesterton nel suo libro San Tommaso d'Aquino (faccio riferimento alla pubblicazione della editrice Fede e Cultura, novembre 2008 pp. 110) afferma: «Essa ci dà realmente una ragione nuova per considerare i sensi e le sensazioni del corpo e le esperienze dell’uomo con riverente deferenza — deferenza che avrebbe meravigliato Aristotele e che il mondo antico non sarebbe stato in grado di comprendere. Il Corpo, crocefisso, risorto dalla tomba, non è più la cosa morta di cui parlano Platone e i vecchi mistici. L’anima ormai non poteva più disdegnare i sensi diventati istrumento del soprannaturale. Platone poteva disprezzare la carne, non Dio: i sensi erano stati veramente santificati, come erano stati benedetti nel battesimo cattolico. “Vedere è credere” non sarà più la banale affermazione d’uno sciocco o d’un individuo comune, bensì una vera e propria convinzione» (p.71 s.). E' Dio stesso che in Gesù Cristo ha visto con gli occhi di carne, ha udito, toccato, assaporato la realtà! «Poiché l’incarnazione era diventata il perno della nostra civiltà, era necessario un ritorno al materialismo, nel senso della giusta valutazione della materia e del corpo. Cristo era risorto: inevitabilmente doveva risorgere anche Aristotele» (ivi).
In una parola ciò significa che Gesù Cristo non censura, ma arriva fino a rispondere agli istinti che l’uomo ha in comune con gli altri esseri. Gesù Cristo è la misura della capacità di cogliere tutta la realtà nel suo valore.
L'articolo riporta che «Secondo la rivista Ostetricia e Ginecologia, nel 2007 il 21,5 per cento degli aborti è stato recidivo. Il 18 per conto di questi è successivo a due interruzioni precedenti, l’11 per cento a tre o più».
Lo psichiatra Italo Carta (titolare della IV Cattedra di Psichiatria dell’Università Statale di Milano, dirigente dell’Unità Operativa Psichiatrica a Monza) intervistato osserva che in questo della recidiva all'aborto che può certamente definirsi come un approccio psicologico alla realtà è mancata una educazione sin dalla tenera età: «In questo caso è centrale: ci sono tre fasi che descrivono la crescita. La fase della libido: dove il bimbo conosce e si soddisfa con la bocca. Quella anale, in cui scopre che quel che ha dentro si può staccare da sé: fondamentale per il riconoscimento dell’alterità. E la fase fallica. Se non si superano coerentemente questi passaggi si possono presentare manie di autocontrollo, di rifiuto dell’altro e di autodistruzione. Sono sempre meno gli adolescenti che arrivano alla quarta fase, quella genitale, in cui si è pronti ad accettare un oggetto diverso da sé e investirlo d’amore per tutta la vita».
Il passaggio da una cultura repressiva ad una permissiva ha avuto come conseguenza negli adolescenti il loro essere apatici o frustrati davanti ai limiti che si presentano, generando una incapacità di cogliere positivamente il reale in tutta la sua complessità. Altro fattore che incide sulla recidiva all'aborto o al crescente fenomeno dell'abbandono dei figli è l'ideologia femminista che ha mascolinizzato la sessualità famminile negando la naturalità della maternità e dpiù in generale della generazione. Afferma Carta: «Molte donne, poi, non accettano il figlio perché non sanno accettare la diversità. Significa spesso che non è stato soddisfatto in maniera adeguata il loro bisogno di bene: non hanno ricevuto i beni primari necessari o, al contrario, sono state investite di troppe cose e oggetti inutili». In questo incide fortemente l'incapacità dei genitori di corrispondere a questo bisogno così come il clima culturale e sociale in cui si vive: «il consumismo, l’immagine, la superficialità banalizzano la complessità umana. Non sappiamo di cosa abbiamo davvero bisogno. C’è un vuoto affettivo, che si riempie da soli e con aggressività, oppure si presentano l’apatia e la noia perché il bisogno lo si è colmato con troppi e inutili oggetti».
Invece «noi abbiamo bisogno del rapporto con la diversità per essere felici». Quest'affermazione all'apparenza così evidente è invece oggi ridotta al suo esatto contrario. L'altro è ridotto nelle categorie dell'utile del fruire nell'istante senza alcuna "durata" che non sia l'istante. In un certo senso si percepisce l'altro ma solo in quanto prolungamento del sé che è l'opposto dell'altro che ci è posto accanto proprio perché la sua diversità ci faccia uscire dal nostro io. Nel nostro solipsismo egotico o nella solitudine dell'età avanzata, dove appare più evidente la menzogna del vivere per se stessi, si rende evidente l'incapacità per questa generazione di cogliere il "reale". In questo ha avuto responsabilità anche molta cultura religiosa (protestante e cattolica) purista e repressiva che non ha saputo cogliere tutta la complessità della "persona" umana.
Cristo, invece, afferma Italo Carta «ha compiuto il primo miracolo trasformando l’acqua nel vino che mancava. La prima volta che incontra i suoi li sfama. E anche dopo la resurrezione l’elemento terreno resta decisivo. Tanto che raduna al tavolo gli apostoli. La fisicità per lui non è da eliminare, Cristo abbraccia e si fa lavare i piedi. Poi, fa qualcosa in più. È il primo a capire che queste istanze esprimono il bisogno di assoluto e di infinito». La fisicità tanto "esaltata" da questa cultura edonista, in realtà viene misconosciuta nella sua dimensione ontologica. Mi vengono in mente le parole di Chesterton a proposito del genio di San Tommaso d'Aquino che, grazie alla sua peculiare visione teologica, "battezzò" Aristotele. Chesterton nel suo libro San Tommaso d'Aquino (faccio riferimento alla pubblicazione della editrice Fede e Cultura, novembre 2008 pp. 110) afferma: «Essa ci dà realmente una ragione nuova per considerare i sensi e le sensazioni del corpo e le esperienze dell’uomo con riverente deferenza — deferenza che avrebbe meravigliato Aristotele e che il mondo antico non sarebbe stato in grado di comprendere. Il Corpo, crocefisso, risorto dalla tomba, non è più la cosa morta di cui parlano Platone e i vecchi mistici. L’anima ormai non poteva più disdegnare i sensi diventati istrumento del soprannaturale. Platone poteva disprezzare la carne, non Dio: i sensi erano stati veramente santificati, come erano stati benedetti nel battesimo cattolico. “Vedere è credere” non sarà più la banale affermazione d’uno sciocco o d’un individuo comune, bensì una vera e propria convinzione» (p.71 s.). E' Dio stesso che in Gesù Cristo ha visto con gli occhi di carne, ha udito, toccato, assaporato la realtà! «Poiché l’incarnazione era diventata il perno della nostra civiltà, era necessario un ritorno al materialismo, nel senso della giusta valutazione della materia e del corpo. Cristo era risorto: inevitabilmente doveva risorgere anche Aristotele» (ivi).
In una parola ciò significa che Gesù Cristo non censura, ma arriva fino a rispondere agli istinti che l’uomo ha in comune con gli altri esseri. Gesù Cristo è la misura della capacità di cogliere tutta la realtà nel suo valore.
Etichette:
aborto,
Chesterton,
italo carta,
materialismo
mercoledì 7 luglio 2010
La solitudine malattia del Secolo
Sull'ultimo numero del settimanale Tempi (07/07/2010) gli psichiatri Eugenio Borgna ed Italo Carta intervengono sul "vuoto" fatto di sterilità e vecchiaia della nostra Italia.
«Tutti a dirci come sembrare giovani. Nessuno che ci spieghi come si affronta la vecchiaia. O almeno quella svolta fra i cinquanta e i sessanta che espelle dalla giovinezza».
Dice Eugenio Borgna che «Ogni tappa della vita, i vent’anni, i trenta, i quaranta, è una svolta; ma quella fra i cinquanta e i sessanta è la più radicale. La cosa che più incide sull’accettazione di questo passaggio è la solitudine, che a questa età si fa più acuta e immanente.»
La qualità di questa "solitudine" non è fisico spaziale, meramente quantitativa, «non basta avere una famiglia, per non essere soli. Può esistere una solitudine interiore anche quando si è padri e madri e mogli. Si può essere soli tra figli e nipoti, perché nel primo mostrarsi della vecchiaia la divaricazione degli orizzonti di senso si fa incolmabile».
In una parola quello che nella gioventù appare come una prospettiva sconfinata in un orizzonte aperto e tutte le strade possibili, nella svolta dei cinquant'anni «si realizza improvvisamente che il futuro non è più infinito; che la strada ha un termine. E il nocciolo di ciò che Emily Dickinson chiama “infinitudine finita”».
Prosegue Borgna: «A livello patologico in questa età possono insorgere problemi psichici tipici, paradigmatici: il senso di vuoto può arrivare a generare sindromi allucinatorie, che hanno proprio lo scopo di riempire quel vuoto, di ricreare un dialogo interiore. È una età in cui si cammina ai bordi degli abissi. Si salva chi ha uno spettro di risorse interiori tali da sopravvivere anche nel restringimento degli orizzonti concreti».
Ognuno di noi ha un "pozzo interiore" in cui forse mai si è affacciato perchè mai gli è stato insegnato ed anche perchè la cultura dei mass-media si è affrettata ad occultare, rendendo quasi impossibile una conoscenza di sé.
Certo tutto questo non può accadere senza una fatica e senza anche il dolore del ricordare anche ciò che non può più essere sanato.
C'è una dimenzione, quella dell'interiorità, della profondità, che chi «ha puntato tutto, nei primi cmquant’anni, su risorse “deperibili”, come la bellezza, il successo, l’invidia» fatica a recuperare cosicché «in questo deperimento delle risorse può accadere di perdere la certezza di essere capaci di realizzare ancora ciò che dà senso alla vita». Proprio queste necessità invece vengono conculcate da una pressione forte, "come una censura e una bugia collettiva", che spinge invece ad aggrapparsi agli idoli della gioventù. L'effetto è la condanna al non-senso.
Per questo ho titolato che la solitudine è la malattia del "Secolo" intendendo con ciò che questa è la malattia mortale del "secolo", non solo del nostro tempo, ma di ogni tempo che si fà e si dà senza una relazione significativa con l'Eterno.
Molto ha inciso su questi esiti l'Illuminismo con la sua antropologia riduzionista del reale entro i limiti della c.d. Ragione. Una ragione "divorziata" dal Logos e quindi incapace di cogliere il Reale in tutta la sua profondità di senso.
Qui si aprirebbe uno scenario estremamente stimolante su cui Chesterton non ha mancato di acuta osservazione scrivendo di San Tommaso d'Aquino. Il Reale non è nella misura in cui "io lo pongo", come asserisce fantasiosamente e anti-scientificamente il pensiero moderno, dimostrando con ciò un pessimo uso della ragione. Il Reale mi precede, così come l'IO non comincia dal nulla (il puro cominciamento hegeliano). Ma su questo tornerò con un prossimno post se Dio vorrà.
Quello che mi preme ancora osservare è che la solitudine, così ben definita dallo psichiatra Eugenio Borgna, nasce da queste false premesse. False sull'uomo e false su Dio ridotto, se ammesso come ipotesi di lavoro, alla impersonale solitudine del "Principio", del Teismo. Il Dio cristiano, rivelatosi nella carne di Gesù di Nazaret (vero uomo e vero Dio) ci dice che Dio non è solitudine in-finita. Così come l'esperienza umana, ci ricorda Borgna, testimonia che «noi non siamo isole lontane dal mondo, la vita ci dimostra che ci possiamo aiutare e organizzare soltanto quando siamo insieme agli altri». L'uomo non è solitudine in-finita.
«Come molto bene dice la Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II (n. 22): Dio, nel mentre si comunica all'uomo in Cristo (e mediante lo Spirito Santo), svela nello stesso tempo “pienamente l'uomo all’uomo”…Come dice la Sacra Scrittura, l'essere umano è creato «a immagine e somiglianza di Dio». Se ora questo Dio non è semplicemente un essere supremo "compatto", bensì una comunione di vita e di amore, allora ciò "deve" avere delle conseguenze anche per l'uomo: solo guardando al Dio uni-trino possiamo riconoscere sino in fondo che cosa la creatura dotata di spirito esattamente riproduce e a che cosa il suo essere-immagine-di-Dio precisamente rimanda». Così Gisbert Greshake, La fede nel Dio Trinitario, Queriniana, Brescia 1999, p. 10.
In una qualche misura a detta del teologo tedesco l'esito del pensiero moderno è preparato da una riduzione, tutta interna al pensiero cristiano dell'ultima scolastica, del Dio cristiano al Dio dei filosofi pagani.
Continua Greshake asserendo che nella misura in cui, all'inizio dell'evo moderno e per motivi che non possiamo qui elencare, la fede nel Dio uni-trino andò scemando e perse la propria capacità di incidere sulla vita, scomparve in larga misura anche questa concezione relazionale della persona. Dio fu concepito sempre più solo come un Dio unitario (cioè come il Dio uno indifferenziato), come soggetto “solitario" supremo, e non più come il Dio comunionale e sociale.
E in corrispondenza anche l'uomo si concepì come un soggetto incentrato sul proprio io. «L'essere persona comporta necessariamente un'ultima solitudine», afferma Duns Scoto alla soglia dell'evo moderno (Ord. III, 1, 1 n. 17), preannunciando così una immagine dell’essere umano che ebbe in fondo conseguenze disastrose, perché le sue carenze si assommarono ancora a un altro importante fattore.
Un tratto essenziale dell'età moderna consistette (e consiste) nel fatto che l'uomo cercò di scalzare questo Dio unitario e aspirò a prenderne il posto perlomeno in punti importanti. Non più Dio, bensì l'uomo deve governare, organizzare e trasformare il mondo secondo i propri progetti. Non più la legge di Dio bensì la ragione umana costituisce la norma e conferisce un senso e una finalità a tutto il comportamento e a tutta l'azione. Non più l'aspirazione a una patria celeste futura vicino a Dio, bensì la volontà di creare qui e ora una felicità terrena si impadronisce del cuore dell’uomo.
La fede nella Trinità pone perciò fortemente in luce una doppia polarità nell’uomo: l'uomo è, da un lato, un individuo dotato di libertà e, dall’altro lato, un membro della società umana legato in molti modi con altri e solo assieme ad essi veramente uomo. (Gisbert Greshake, Il Dio Unitrino pp. 51.)
L'uomo non è un Singolo, un Individuo e neanche una massa, ma è una persona: «Essendo ad immagine di Dio, l’individuo umano ha la dignità di persona; non è soltanto qualche cosa, ma qualcuno. È capace di conoscersi, di possedersi, di liberamente donarsi e di entrare in comunione con altre persone; è chiamato, per grazia, ad un’alleanza con il suo Creatore, a dargli una risposta di fede e di amore che nessun altro può dare in sua sostituzione» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 357).
Solo recuperando questa consapevolezza di sé come "persona", di essere relazionale, si può rompere questo orizzonte "deperibile", che ci è imposto dal conformismo imperante dei media, del politicamente corretto, si può uscire dall'"idolatria", cioé da un'immagine (eidolon) illusoria si sé.
«[Marina Corradi] Come certe figure tragiche di vecchie signore tirate, truccate, abbronzate, che si incrociano nel centro di Milano o Roma o in Riviera...
[Borgna] È vero, tragiche, perché senza alcuna altra possibilità che restare attaccate a ciò che non possono più essere.
[Marina Corradi] Ma come si fa, professore, a tirare fuori le proprie risorse?
[Borgna] Le nostre risorse sono essenzialmente legate a impulsi dialogici. Occorre uscire dall’egocentrismo e comprendere e condividere la fragilità di chi ci sta accanto. Ci si salva se si sa vivere insieme all’altro, nella comunione della vita e della sofferenza. L’aprirsi alla sofferenza dell’altro fa si che anche io viva.».
Impulsi dialogici ... uscire dell'egocentrismo ... comprendere e condividere la fragilità di chi ci sta accanto... Si può vivere veramente così?
«[Borgna] Il guardarsi indietro senza sapere dare un senso al passato uccide il futuro. Sognare di ripetere ciò che eravamo, come nel tempo ciclico dei greci, fa del passato una gabbia che chiude le porte alla speranza».
Rientrare in se stessi e scoprirvi il Dio di Gesù Cristo( più intimo a noi che noi stessi) è la fonte di acqua viva che dentro di noi zampilla per la VITA ETERNA, una vita non post-mortem ma nel già e non ancora dell'oggi quotidiano.
Questa è la vera "torcia" di cui parla Borgna, cioè «La capacità di vivere ciò che accade come se non fosse mai accaduto prima. La capacità di stupirsi, lo thauma, che per i greci era il fondamento di ogni espressione filosofica. L’aprirsi ogni giorno di nuovo a ciò che accade agli altri. Qualcosa che mi sembra di riconoscere anche nello sguardo di Benedetto XVI – come il filo di un’adolescenza interiore che gli si scorge negli occhi. Il contrario del chiudersi in sé, che è la morte».
«Tutti a dirci come sembrare giovani. Nessuno che ci spieghi come si affronta la vecchiaia. O almeno quella svolta fra i cinquanta e i sessanta che espelle dalla giovinezza».
Dice Eugenio Borgna che «Ogni tappa della vita, i vent’anni, i trenta, i quaranta, è una svolta; ma quella fra i cinquanta e i sessanta è la più radicale. La cosa che più incide sull’accettazione di questo passaggio è la solitudine, che a questa età si fa più acuta e immanente.»
La qualità di questa "solitudine" non è fisico spaziale, meramente quantitativa, «non basta avere una famiglia, per non essere soli. Può esistere una solitudine interiore anche quando si è padri e madri e mogli. Si può essere soli tra figli e nipoti, perché nel primo mostrarsi della vecchiaia la divaricazione degli orizzonti di senso si fa incolmabile».
In una parola quello che nella gioventù appare come una prospettiva sconfinata in un orizzonte aperto e tutte le strade possibili, nella svolta dei cinquant'anni «si realizza improvvisamente che il futuro non è più infinito; che la strada ha un termine. E il nocciolo di ciò che Emily Dickinson chiama “infinitudine finita”».
Prosegue Borgna: «A livello patologico in questa età possono insorgere problemi psichici tipici, paradigmatici: il senso di vuoto può arrivare a generare sindromi allucinatorie, che hanno proprio lo scopo di riempire quel vuoto, di ricreare un dialogo interiore. È una età in cui si cammina ai bordi degli abissi. Si salva chi ha uno spettro di risorse interiori tali da sopravvivere anche nel restringimento degli orizzonti concreti».
Ognuno di noi ha un "pozzo interiore" in cui forse mai si è affacciato perchè mai gli è stato insegnato ed anche perchè la cultura dei mass-media si è affrettata ad occultare, rendendo quasi impossibile una conoscenza di sé.
Certo tutto questo non può accadere senza una fatica e senza anche il dolore del ricordare anche ciò che non può più essere sanato.
C'è una dimenzione, quella dell'interiorità, della profondità, che chi «ha puntato tutto, nei primi cmquant’anni, su risorse “deperibili”, come la bellezza, il successo, l’invidia» fatica a recuperare cosicché «in questo deperimento delle risorse può accadere di perdere la certezza di essere capaci di realizzare ancora ciò che dà senso alla vita». Proprio queste necessità invece vengono conculcate da una pressione forte, "come una censura e una bugia collettiva", che spinge invece ad aggrapparsi agli idoli della gioventù. L'effetto è la condanna al non-senso.
Per questo ho titolato che la solitudine è la malattia del "Secolo" intendendo con ciò che questa è la malattia mortale del "secolo", non solo del nostro tempo, ma di ogni tempo che si fà e si dà senza una relazione significativa con l'Eterno.
Molto ha inciso su questi esiti l'Illuminismo con la sua antropologia riduzionista del reale entro i limiti della c.d. Ragione. Una ragione "divorziata" dal Logos e quindi incapace di cogliere il Reale in tutta la sua profondità di senso.
Qui si aprirebbe uno scenario estremamente stimolante su cui Chesterton non ha mancato di acuta osservazione scrivendo di San Tommaso d'Aquino. Il Reale non è nella misura in cui "io lo pongo", come asserisce fantasiosamente e anti-scientificamente il pensiero moderno, dimostrando con ciò un pessimo uso della ragione. Il Reale mi precede, così come l'IO non comincia dal nulla (il puro cominciamento hegeliano). Ma su questo tornerò con un prossimno post se Dio vorrà.
Quello che mi preme ancora osservare è che la solitudine, così ben definita dallo psichiatra Eugenio Borgna, nasce da queste false premesse. False sull'uomo e false su Dio ridotto, se ammesso come ipotesi di lavoro, alla impersonale solitudine del "Principio", del Teismo. Il Dio cristiano, rivelatosi nella carne di Gesù di Nazaret (vero uomo e vero Dio) ci dice che Dio non è solitudine in-finita. Così come l'esperienza umana, ci ricorda Borgna, testimonia che «noi non siamo isole lontane dal mondo, la vita ci dimostra che ci possiamo aiutare e organizzare soltanto quando siamo insieme agli altri». L'uomo non è solitudine in-finita.
«Come molto bene dice la Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II (n. 22): Dio, nel mentre si comunica all'uomo in Cristo (e mediante lo Spirito Santo), svela nello stesso tempo “pienamente l'uomo all’uomo”…Come dice la Sacra Scrittura, l'essere umano è creato «a immagine e somiglianza di Dio». Se ora questo Dio non è semplicemente un essere supremo "compatto", bensì una comunione di vita e di amore, allora ciò "deve" avere delle conseguenze anche per l'uomo: solo guardando al Dio uni-trino possiamo riconoscere sino in fondo che cosa la creatura dotata di spirito esattamente riproduce e a che cosa il suo essere-immagine-di-Dio precisamente rimanda». Così Gisbert Greshake, La fede nel Dio Trinitario, Queriniana, Brescia 1999, p. 10.
In una qualche misura a detta del teologo tedesco l'esito del pensiero moderno è preparato da una riduzione, tutta interna al pensiero cristiano dell'ultima scolastica, del Dio cristiano al Dio dei filosofi pagani.
Continua Greshake asserendo che nella misura in cui, all'inizio dell'evo moderno e per motivi che non possiamo qui elencare, la fede nel Dio uni-trino andò scemando e perse la propria capacità di incidere sulla vita, scomparve in larga misura anche questa concezione relazionale della persona. Dio fu concepito sempre più solo come un Dio unitario (cioè come il Dio uno indifferenziato), come soggetto “solitario" supremo, e non più come il Dio comunionale e sociale.
E in corrispondenza anche l'uomo si concepì come un soggetto incentrato sul proprio io. «L'essere persona comporta necessariamente un'ultima solitudine», afferma Duns Scoto alla soglia dell'evo moderno (Ord. III, 1, 1 n. 17), preannunciando così una immagine dell’essere umano che ebbe in fondo conseguenze disastrose, perché le sue carenze si assommarono ancora a un altro importante fattore.
Un tratto essenziale dell'età moderna consistette (e consiste) nel fatto che l'uomo cercò di scalzare questo Dio unitario e aspirò a prenderne il posto perlomeno in punti importanti. Non più Dio, bensì l'uomo deve governare, organizzare e trasformare il mondo secondo i propri progetti. Non più la legge di Dio bensì la ragione umana costituisce la norma e conferisce un senso e una finalità a tutto il comportamento e a tutta l'azione. Non più l'aspirazione a una patria celeste futura vicino a Dio, bensì la volontà di creare qui e ora una felicità terrena si impadronisce del cuore dell’uomo.
La fede nella Trinità pone perciò fortemente in luce una doppia polarità nell’uomo: l'uomo è, da un lato, un individuo dotato di libertà e, dall’altro lato, un membro della società umana legato in molti modi con altri e solo assieme ad essi veramente uomo. (Gisbert Greshake, Il Dio Unitrino pp. 51.)
L'uomo non è un Singolo, un Individuo e neanche una massa, ma è una persona: «Essendo ad immagine di Dio, l’individuo umano ha la dignità di persona; non è soltanto qualche cosa, ma qualcuno. È capace di conoscersi, di possedersi, di liberamente donarsi e di entrare in comunione con altre persone; è chiamato, per grazia, ad un’alleanza con il suo Creatore, a dargli una risposta di fede e di amore che nessun altro può dare in sua sostituzione» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 357).
Solo recuperando questa consapevolezza di sé come "persona", di essere relazionale, si può rompere questo orizzonte "deperibile", che ci è imposto dal conformismo imperante dei media, del politicamente corretto, si può uscire dall'"idolatria", cioé da un'immagine (eidolon) illusoria si sé.
«[Marina Corradi] Come certe figure tragiche di vecchie signore tirate, truccate, abbronzate, che si incrociano nel centro di Milano o Roma o in Riviera...
[Borgna] È vero, tragiche, perché senza alcuna altra possibilità che restare attaccate a ciò che non possono più essere.
[Marina Corradi] Ma come si fa, professore, a tirare fuori le proprie risorse?
[Borgna] Le nostre risorse sono essenzialmente legate a impulsi dialogici. Occorre uscire dall’egocentrismo e comprendere e condividere la fragilità di chi ci sta accanto. Ci si salva se si sa vivere insieme all’altro, nella comunione della vita e della sofferenza. L’aprirsi alla sofferenza dell’altro fa si che anche io viva.».
Impulsi dialogici ... uscire dell'egocentrismo ... comprendere e condividere la fragilità di chi ci sta accanto... Si può vivere veramente così?
«[Borgna] Il guardarsi indietro senza sapere dare un senso al passato uccide il futuro. Sognare di ripetere ciò che eravamo, come nel tempo ciclico dei greci, fa del passato una gabbia che chiude le porte alla speranza».
Rientrare in se stessi e scoprirvi il Dio di Gesù Cristo( più intimo a noi che noi stessi) è la fonte di acqua viva che dentro di noi zampilla per la VITA ETERNA, una vita non post-mortem ma nel già e non ancora dell'oggi quotidiano.
Questa è la vera "torcia" di cui parla Borgna, cioè «La capacità di vivere ciò che accade come se non fosse mai accaduto prima. La capacità di stupirsi, lo thauma, che per i greci era il fondamento di ogni espressione filosofica. L’aprirsi ogni giorno di nuovo a ciò che accade agli altri. Qualcosa che mi sembra di riconoscere anche nello sguardo di Benedetto XVI – come il filo di un’adolescenza interiore che gli si scorge negli occhi. Il contrario del chiudersi in sé, che è la morte».
Etichette:
Borgna,
Chesterton,
Greshake,
persona,
secolo,
solitudine
lunedì 14 giugno 2010
G. K. Chesterton - considerazioni profetiche - 2
«Non abbiamo bisogno di una religione che sia nel giusto quando anche noi siamo nel giusto. Quello che ci occorre è una religione che sia nel giusto quando noi abbiamo torto.» (La Chiesa Cattolica, Dove tutte le verità si danno appuntamento, Ed. Lindau, febbraio 2010, p. 87)
In realtà si assite oggi, come forse in ogni epoca, al fatto che le persone non fanno altro che prendere, quello che Chesterton definisce «lo stato d’animo moderno, e il molto che ha di piacevole e di anarchico e di semplicemente noioso e banale, pretendendo poi che ogni credo venga ridimensionato per adattarsi a quello stato d’animo. Ma lo stato d’animo esisterebbe anche senza il credo. Dicono di volere una religione sociale, mentre invece vorrebbero essere sociali senza alcuna religione. Dicono di volere una religione pratica, mentre vorrebbero essere pratici senza religione. (...) Dicono di volere una religione così perché loro sono già così. Dicono di volerla, mentre intendono dire che possono farne a meno.» (p. 87).
In una parola, diremmo, le persone non vogliono essere disturbate ma confermate nelle loro opinioni o nei loro vizi. In fondo questa è quella che il Papa Benedetto XVI definisce come la "dittatura del relativismo". Tutto è relativo per non dover ingaggiare un serio confronto con ciò che è fuori di noi ed in un senso più serio e profondo con noi stessi.
La religione, quella vera invece, «realmente concepita come legame, lega gli uomini alla loro moralità anche quando non coincide con il loro stato d’animo.» (ivi). "Moralità" ecco la parola ostica al nostro tempo la dove essa non sia ridotta a stato d'animo o ad opinione.
Anche qui Chesterton fa giustamente osservare che «La Chiesa non schiaccia la coscienza dell’uomo. È l’uomo che schiaccia la propria coscienza e poi, quando si è quasi dimenticato di averla avuta, scopre che essa aveva ragione.» (p. 90)
Chesterton proprio per la sua personale esperienza di conversione alla Chiesa Cattolica afferma: «In effetti, posso giustificare l’intera teologia cattolica a patto che mi venga concesso di cominciare dalla sacralità e dal valore supremo di due cose: Ragione e Libertà. Il fatto che la maggioranza delle persone ritenga siano queste le due cose proibite ai cattolici, è un’osservazione illuminante sull’attuale propaganda anticattolica.» (p. 99, il grassetto è mio). Viviamo ormai in un'epoca che potremmo definire "illuminismo da bar" dove l'acrimonia e la menzogna verso la Chiesa Cattolica hanno davvero del sorprendente perchè destituite di ogni fondamento storico.
Chesterton conclude: «Potrei smettere di credere in Dio; ma non potrei smettere di pensare che un Dio, il quale ha creato liberi gli uomini e gli angeli, sia meglio di quello che li ha costretti alla comodità. Potrei smettere di credere in una qualsiasi vita futura, ma non potrei smettere di pensare che una dottrina per la quale siamo noi a scegliere e costruire la nostra vita futura sia migliore di quella che ce la offre già attrezzata come un hotel — dove siamo condotti a bordo di un omnibus celeste, obbligatorio quanto una Maria Nera [I Black Maria erano furgoni cellulari della polizia inglese usati per il trasporto dei prigionieri]. So che il cattolicesimo è troppo grande per me, e che ancora non ho esplorato le sue meravigliose e terribili verità. Ma so anche che l’universalismo mi va stretto; e che non potrei tornare a strisciare in quella sicurezza monotona, dopo aver contemplato la visione vertiginosa della libertà.» (p. 100).
In realtà si assite oggi, come forse in ogni epoca, al fatto che le persone non fanno altro che prendere, quello che Chesterton definisce «lo stato d’animo moderno, e il molto che ha di piacevole e di anarchico e di semplicemente noioso e banale, pretendendo poi che ogni credo venga ridimensionato per adattarsi a quello stato d’animo. Ma lo stato d’animo esisterebbe anche senza il credo. Dicono di volere una religione sociale, mentre invece vorrebbero essere sociali senza alcuna religione. Dicono di volere una religione pratica, mentre vorrebbero essere pratici senza religione. (...) Dicono di volere una religione così perché loro sono già così. Dicono di volerla, mentre intendono dire che possono farne a meno.» (p. 87).
In una parola, diremmo, le persone non vogliono essere disturbate ma confermate nelle loro opinioni o nei loro vizi. In fondo questa è quella che il Papa Benedetto XVI definisce come la "dittatura del relativismo". Tutto è relativo per non dover ingaggiare un serio confronto con ciò che è fuori di noi ed in un senso più serio e profondo con noi stessi.
La religione, quella vera invece, «realmente concepita come legame, lega gli uomini alla loro moralità anche quando non coincide con il loro stato d’animo.» (ivi). "Moralità" ecco la parola ostica al nostro tempo la dove essa non sia ridotta a stato d'animo o ad opinione.
Anche qui Chesterton fa giustamente osservare che «La Chiesa non schiaccia la coscienza dell’uomo. È l’uomo che schiaccia la propria coscienza e poi, quando si è quasi dimenticato di averla avuta, scopre che essa aveva ragione.» (p. 90)
Chesterton proprio per la sua personale esperienza di conversione alla Chiesa Cattolica afferma: «In effetti, posso giustificare l’intera teologia cattolica a patto che mi venga concesso di cominciare dalla sacralità e dal valore supremo di due cose: Ragione e Libertà. Il fatto che la maggioranza delle persone ritenga siano queste le due cose proibite ai cattolici, è un’osservazione illuminante sull’attuale propaganda anticattolica.» (p. 99, il grassetto è mio). Viviamo ormai in un'epoca che potremmo definire "illuminismo da bar" dove l'acrimonia e la menzogna verso la Chiesa Cattolica hanno davvero del sorprendente perchè destituite di ogni fondamento storico.
Chesterton conclude: «Potrei smettere di credere in Dio; ma non potrei smettere di pensare che un Dio, il quale ha creato liberi gli uomini e gli angeli, sia meglio di quello che li ha costretti alla comodità. Potrei smettere di credere in una qualsiasi vita futura, ma non potrei smettere di pensare che una dottrina per la quale siamo noi a scegliere e costruire la nostra vita futura sia migliore di quella che ce la offre già attrezzata come un hotel — dove siamo condotti a bordo di un omnibus celeste, obbligatorio quanto una Maria Nera [I Black Maria erano furgoni cellulari della polizia inglese usati per il trasporto dei prigionieri]. So che il cattolicesimo è troppo grande per me, e che ancora non ho esplorato le sue meravigliose e terribili verità. Ma so anche che l’universalismo mi va stretto; e che non potrei tornare a strisciare in quella sicurezza monotona, dopo aver contemplato la visione vertiginosa della libertà.» (p. 100).
lunedì 7 giugno 2010
San Giustino Marire - Un pagina di rilevante attualità!
In un tempo in cui si osanna Ipazia, la "santa laica” massacrata da "biechi sgherri cattolici al soldo del Vescovo di Alessandria" (così vuole la leggenda nera ben evidenziata dallo studioso Luigi Copertino nell'intervista concessa a Giovanna Canzano), vale la pena ricordare quanto scrive il filosofo laico Giustino (100 - 167 d.C.) massacrato in odio alla fede cattolica da "santi e illuminati" pagani:
«1. La nostra dottrina dunque appare più splendida di ogni dottrina umana, perché per noi si è manifestato il Logos totale, Cristo, apparso per noi in corpo, mente, anima.
2. Infatti tutto ciò che rettamente enunciarono e trovarono via via filosofi e legislatori, in loro è frutto di ricerca e speculazione, grazie ad una parte di Logos.
3. Ma poiché non conobbero il Logos nella sua interezza, che è Cristo, spesso si sono anche contraddetti.» (Giustino, Apologia seconda, X).
Questa affermazione lungi dall’essere segno di “oscurantismo”, come qualcuno potrebbe argomentare, è in realtà l’asse che fonda la fiducia cattolica nella capacità della ragione umana di attingere la piena comprensione del reale nella sua interezza. Giustino è quello che comprende per primo la rilevanza dell’Avvenimento Cristiano per il pieno compimento di significato dell’uomo e del suo “amore di sapienza”.
Giustino è filosofo in quanto cristiano e questa è la lezione magistralmente ripresa da Papa Benedetto XVI che in questi tempi di luce oscura (la cultura della morte per dirla con Papa Giovanni Paolo II) innalza ancora il vessillo della Ragione, scevra però da tutti gli “ismi” frutto dell’Illuminismo e della sua pretesa di riduzione della realtà a ciò che è pensato.
E’ il Logos che, rendendosi partecipe del destino dell’uomo, apre la ragione umana nella direzione del giusto com-prendere il reale. Da qui lo sviluppo di tutto il sapere che nel corso dei secoli ha fatto della Chiesa Cattolica e dei suoi figli un faro di civiltà per tutti i popoli (luce delle genti), a cominciare dai popoli “barbari” che, irrompendo nell’impero romano e distruggendolo, avrebbero cancellato ogni traccia di sapere “all’occidentale” e che invece, grazie alla Chiesa Cattolica, hanno saputo apprendere la novità della vita Cristiana e la superiore dignità di ogni uomo anche del più debole perché, va subito ricordato, la filosofia “cristianizzata” non è più soltanto amore di sapienza ma sapienza dell’Amore!
Per quanti torti e contraddizioni palesi con il Vangelo abbiano avuto gli uomini di Chiesa, i loro meriti a favore dell’intera umanità sono infinitamente maggiori. Perciò l’affermazione di G.K. Chesterton: «Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo.», lungi dall’essere una provocazione è piuttosto una constatazione (La Chiesa Cattolica, Dove tutte le verità si danno appuntamento, Ed. Lindau, ed. febbraio 2010, pp. 117, con prefazione a cura di Marco Sermarini, p.79).
Anche tutta la diatriba interna al cristianesimo ed alle sue lacerazioni va ripensata serenamente. Occorre recuperare oggi più che mai l’unità cattolica dei Cristiani perché il momento presente lancia sfide ineludibili a chi ancora crede che l’uomo è un “animal rationale”.
Prosegue Chesterton: «Ciò che oggi chiamiamo libero pensiero è apprezzato non perché sia libero, ma perché è libertà dal pensiero: è libera mancanza di pensiero» (ivi p.80).
L'affermazione di Chesterton è fatta nel contesto di quel sottile gioco di obiezioni che si scatena intorno a colui che intende farsi cattolico.
La realtà, come osserva l'autore, è che questa "libera mancanza di pensiero" vuole ridurre la Chiesa Cattolica ad una delle tante sette cristiane e conseguentemente porre tutte le religioni sullo stesso piano, "credi tutti uguali, in un cosmo indifferente". Niente di più falso e di irragionevole di questo tentativo. L’analisi che svolge Chesterton, infatti, sottolinea come questo tentativo sia un grave errore filosofico. Solo della Chiesa Cattolica si può propriamente dire “Ecclesia”, le confessioni cristiane che se ne sono staccate non sono sul suo stesso piano: «chiamare i recuperatori perché demoliscano una nave non trasforma la nave in una delle sue travi» (ivi p. 70).
Le confessioni protestanti sono tante idee cattoliche parcellizzate ed assolutizzate e perciò rese sterili. «Il principio vitale delle confessioni protestanti, se non è un principio di morte, è costituito da ciò che hanno conservato del cristianesimo cattolico; e al cristianesimo cattolico le varianti del protestantesimo sono sempre tornate per rivitalizzarsi. So che sembrerà un’affermazione contestabile, ma è la verità. (…) Un altro modo di vedere le cose è dire che siamo giunti a considerare tutte queste figure storiche come personaggi della storia cattolica, anche se non sono cattoliche. E in un certo senso, ovvero in senso storico e non teologico, non smettono mai di essere cattoliche. Non sono persone che abbiano creato qualcosa di interamente nuovo, finché non oltrepassano il confine della ragione e danno vita a incubi più o meno insensati. Ma gli incubi non durano, e la maggior parte di questa gente ancora adesso si trova in una fase di risveglio. I protestanti sono cattolici che hanno fatto uno sbaglio: è questo che si intende realmente dicendo che sono cristiani. In alcuni casi il loro è stato un grosso sbaglio, ma sono rare le volte in cui hanno portato avanti un errore tutto loro. Così il calvinista è un cattolico ossessionato dall’idea cattolica della sovranità di Dio. Ma quando le attribuisce il significato che Dio desidera la dannazione di alcune persone, possiamo affermare, senza timore di esagerare, che è un cattolico morboso. In effetti, è un cattolico malato; e la malattia, lasciata a se stessa, porta alla morte o alla pazzia. La malattia però non è durata molto e ormai è praticamente scomparsa. Ma ogni volta che il calvinista fa un passo indietro verso l’umanità, si riavvicina al cattolicesimo. (…)
Per noi, dunque, da questo momento in poi è impossibile vedere il quacchero come una figura agli albori di una nuova storia quacchera o il calvinista come il fondatore di un nuovo mondo calvinista. E’ assolutamente palese che sono soltanto personaggi della nostra storia cattolica, i quali si sono però limitati a provocare un bel po’ di guai cercando di fare qualcosa che a noi riusciva meglio e che loro in realtà non hanno mai fatto. Ora alcuni possono supporre che una cosa del genere sia valida per vecchie sette come il calvinismo e il quaccherismo ma non per movimenti moderni come il socialismo o lo spiritismo. Tuttavia si sbagliano, il carattere inclusivo o continentale della Chiesa si applica tanto alle manie moderne che alle vecchie manie religiose, e quindi tanto ai materialisti, o agli spiritisti, che ai puritani. In tutte ritroviamo un dogma cattolico che subisce sempre lo stesso destino: all’inizio gli adepti del movimento lo danno per scontato, poi lo esagerano fino a corromperlo, quindi gli si rivoltano contro e lo respingono come errore, tornando indietro di qualche passo sulla strada verso casa. E questo è quasi sempre il segno distintivo di un simile eretico: il fatto che, pur contestando forsennatamente qualsiasi altro dogma del cattolicesimo, non si sognerà mai di mettere in discussione il suo dogma cattolico preferito e non sembra nemmeno rendersi conto che si potrebbe contestarlo.» (pp. 72 -74).
Argutamente e profeticamente Chesterton osserva che queste assolutizzazioni di verità cattoliche proprio in ragione della loro assolutizzazione si trasformano o nel loro opposto o in un vero e proprio incubo.
«Al calvinista non era mai venuto in mente che qualcuno avrebbe potuto usare la sua libertà per negare o limitare l’onnipotenza divina, o al quacchero che qualcuno avrebbe potuto mettere in dubbio la supremazia della semplicità. Il socialista è nella stessa situazione. Il bolscevismo, e ogni sua variante teorica basata sulla fratellanza, si fonda su un dogma cattolico profondamente mistico, cioè l’uguaglianza degli uomini. I comunisti puntano tutto sull’uguaglianza dell’uomo, proprio come i calvinisti puntavano tutto sull’onnipotenza di Dio. Cavalcano questo dogma fino a sfiancarlo esattamente come gli altri facevano con il loro, trasformando il cavallo in un incubo. Ma non sembrano mai pensare che qualcuno possa non credere nel dogma cattolico dell’uguaglianza mistica degli uomini. Eppure molti, persino tra i cristiani, sono così eretici da dubitarne. Nel tentativo di metterlo in pratica, i socialisti finiscono in un bel pasticcio: scendono a compromessi con i loro ideali, modificano la loro dottrina e così, come i quaccheri e i calvinisti dopo le loro somme stravaganze, si ritrovano ad aver coperto un giorno di marcia in più verso Roma.» (p. 76).
In questo l’esperienza della conversione di Chesterton è simile a quella di Giustino:
«Dopo aver visto il mondo in questo modo, e cioè una volta che sia riuscito a distinguervi alcune idee in equilibrio e altre che invece l’equilibrio lo hanno perso, il convertito non affronta i disagi che avrebbe potuto ragionevolmente temere prima di quella rivoluzione silenziosa ma sorprendente. Non si agita se gli dicono che nello spiritismo o nella Christian Science c’è qualcosa. Sa che c’è qualcosa in tutto. Ma si commuove per il fatto straordinario di trovare tutto in qualcosa. E ha l’assoluta certezza che quegli altri ricercatori lo cercheranno nello stesso posto, non appena smetteranno di accontentarsi di una cosa qualsiasi e cercheranno davvero tutto. In questo senso, essi lo preoccupano molto meno ora di quando pensava che fossero gli unici in grado di entrare in comunicazione con i misteri superiori, e ovviamente anche di mandare quella comunicazione a carte quarantotto. (…) Egli non invidia al bolscevico la rivoluzione più di quanto invidi la diga al castoro, poiché sa che la sua civiltà è capace di opere assai più complicate e meno monotone. Ma questo lo pensa della sua civiltà e della sua religione, e non solo di se stesso. Non c’è niente di altezzoso nel suo atteggiamento poiché sa benissimo di aver solo esplorato la superficie del maniero spirituale in cui ora si aggira liberamente. In altre parole, il convertito non abbandona affatto la ricerca e nemmeno l’avventura. Non pensa di sapere tutto, né ha perso interesse per ciò che non conosce. Ma l’esperienza gli ha insegnato che quasi tutto si trova da qualche parte all’interno di quel maniero, e che al di fuori molti non trovano quasi nulla. Poiché il maniero non è solo un giardino curato o una fattoria ben organizzata: dentro i suoi confini la caccia e la pesca sono ricche e, come si dice, c’è di che fare un buon bottino.» (p. 78-79).
Altro che sonno dogmatico di hegeliana memoria! Il convertito cattolico ha autentico gusto per la ricerca e l’avventura: « È questo il suo significato [della conversione n.d.r.] proprio come guarire da una paralisi non significa rinunciare a muoversi, ma imparare a farlo. Per la prima volta il convertito cattolico dispone di una base solida per un pensiero chiaro e forte. Ha modo di appurare per la prima volta la verità di qualsiasi questione. Considerando come va il mondo, soprattutto in questo momento, sono gli altri — i pagani e gli eretici — che sembrano possedere ogni virtù tranne quella di un pensiero coerente.» (pp. 79-80).
Interessante è l’osservazione su come gli altri colgono il movimento della conversione e la situazione del convertito: «Quanti si trovano all’esterno stanno lì e vedono, o credono di vedere, il convertito che entra a capo chino in una specie di piccolo tempio che nella loro convinzione internamente è attrezzato come una prigione, se non come una vera a propria camera di tortura. Ma per certo sanno solo che ha attraversato una porta. Ignorano che non è entrato nell’oscurità interiore, ma che è uscito invece nella piena luce. In realtà l’outsider, nella meravigliosa accezione letterale di chi sta all’esterno, è il convertito.» (p. 80 s.).
Così tutte quelle sette antiche o moderne, siano esse religiose o laiche, che professano di «essere un cosmo intero o uno schema di tutte le cose» (p.81). In cui ognuna di esse «sostiene di avere il cielo come cupola o la volta stellata come decorazione» (ivi), non formano oggetto di alcuna attrattiva per il convertito perché «al convertito tutti questi sistemi cosmici sembrano molto più piccoli e persino più semplici del vasto ed equilibrato universo in cui vive. » (p.81).
Per chiarire il concetto Chesterton prende ad esempio l’agnosticismo, la teosofia o buddismo e l’umanitarismo. Quanto alla teosofia commenta: «C’è poi un altro Sistema che viene chiamato teosofia o buddismo; ma egli [il convertito n.d.r.] sa per esperienza che è solo lo stesso tipo di ruota noiosa [l’agnosticismo n.d.r], usata per cose spirituali anziché materiali. Poiché nel suo mondo [la Chiesa Cattolica n.d.r] è libero di fare qualsiasi cosa, persino di andare al diavolo, non vede perché dovrebbe legarsi alla ruota di un semplice destino.» (p. 81 s.)
Conclude Chesterton: « “Dove andrei ora, se lasciassi la Chiesa Cattolica?” Certo da nessuna di queste piccole sette sociali, capaci di esprimere solo un’idea alla volta perché si dà il caso che quell’idea sia di moda in quel momento. La cosa migliore che potrei sperare sarebbe di allontanarmi nei boschi e diventare, non un panteista (poiché anche questa è una noiosa limitazione), ma piuttosto un pagano incline a gridare che qualche particolare vetta alpina o albero fruttifero in fiore è sacro e va venerato. Quello almeno sarebbe ricominciare tutto daccapo, ma alla fine mi riporterebbe allo stesso problema. Se fu ragionevole avere un albero sacro, non fu irragionevole avere un crocifisso sacro; e se la divinità si poteva trovare su una vetta, altrettanto ragionevolmente può trovarsi sotto una guglia. Chi cerca una nuova religione, presto o tardi la trova; e perché dovrei essere scontento di quella che ho trovato? Soprattutto quando, come ho detto all’inizio di questo saggio, è l’unica religione antica che sembra in grado di rimanere nuova.» (p. 82).
In una parola per Chesterton la vera alternativa al Cristianesimo è il paganesimo non le particolari derive del cristianesimo religiose o laiche che siano. Ma come giustamente osserva questo faticoso ritorno appare in qualche modo sterile: «Il paganesimo è meglio del panteismo, poiché paganesimo è libero di immaginare divinità, mentre il panteismo è costretto a fingere, facendo del moralismo, che tutte le cose siano altrettanto divine. Ma non so immaginarmi una divinità abbastanza divina. Se do l’impressione di conoscere quel faticoso ritorno attraverso i boschi, è perché credo di averlo già percorso simbolicamente. Come ho tentato di confessare senza eccessivo egotismo, credo di essere il genere d’uomo che giunge a Cristo dopo aver abbandonato Pan e Dioniso, e non dopo essere stato un seguace di Lutero o di Laud”» (p. 83).
Per Chesterton la conversione, quella vera è dal paganesimo al Cristianesimo il resto non è che ritorno al qual vasto continente che è la Chiesa Cattolica ed il suo pensiero.
«La conversione che comprendo è quella del pagano non quella del puritano; e su quell’antica conversione si fonda l’intero mondo che conosciamo. È una trasformazione molto più vasta e tremenda di qualsiasi cosa che, da molti anni a questa parte, almeno in Inghilterra e in America, sia stata motivo di controversia tra le sette o di divisioni dottrinali. All’apice di quell’antico impero [romano n.d.r] e di quell’esperienza internazionale [l’Ecclesia n.d.r.], l’umanità ebbe una visione. Altre non ne ha avute, escludendo le dispute su quell’unica visione. Il paganesimo era quanto di più grande ci fosse al mondo, ma il cristianèsimo è ancora più grande: in confronto a esso, tutto il resto appare piccolo.» (p. 83).
Con buona pace degli Odifreddi e delle Hack.
«1. La nostra dottrina dunque appare più splendida di ogni dottrina umana, perché per noi si è manifestato il Logos totale, Cristo, apparso per noi in corpo, mente, anima.
2. Infatti tutto ciò che rettamente enunciarono e trovarono via via filosofi e legislatori, in loro è frutto di ricerca e speculazione, grazie ad una parte di Logos.
3. Ma poiché non conobbero il Logos nella sua interezza, che è Cristo, spesso si sono anche contraddetti.» (Giustino, Apologia seconda, X).
Questa affermazione lungi dall’essere segno di “oscurantismo”, come qualcuno potrebbe argomentare, è in realtà l’asse che fonda la fiducia cattolica nella capacità della ragione umana di attingere la piena comprensione del reale nella sua interezza. Giustino è quello che comprende per primo la rilevanza dell’Avvenimento Cristiano per il pieno compimento di significato dell’uomo e del suo “amore di sapienza”.
Giustino è filosofo in quanto cristiano e questa è la lezione magistralmente ripresa da Papa Benedetto XVI che in questi tempi di luce oscura (la cultura della morte per dirla con Papa Giovanni Paolo II) innalza ancora il vessillo della Ragione, scevra però da tutti gli “ismi” frutto dell’Illuminismo e della sua pretesa di riduzione della realtà a ciò che è pensato.
E’ il Logos che, rendendosi partecipe del destino dell’uomo, apre la ragione umana nella direzione del giusto com-prendere il reale. Da qui lo sviluppo di tutto il sapere che nel corso dei secoli ha fatto della Chiesa Cattolica e dei suoi figli un faro di civiltà per tutti i popoli (luce delle genti), a cominciare dai popoli “barbari” che, irrompendo nell’impero romano e distruggendolo, avrebbero cancellato ogni traccia di sapere “all’occidentale” e che invece, grazie alla Chiesa Cattolica, hanno saputo apprendere la novità della vita Cristiana e la superiore dignità di ogni uomo anche del più debole perché, va subito ricordato, la filosofia “cristianizzata” non è più soltanto amore di sapienza ma sapienza dell’Amore!
Per quanti torti e contraddizioni palesi con il Vangelo abbiano avuto gli uomini di Chiesa, i loro meriti a favore dell’intera umanità sono infinitamente maggiori. Perciò l’affermazione di G.K. Chesterton: «Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo.», lungi dall’essere una provocazione è piuttosto una constatazione (La Chiesa Cattolica, Dove tutte le verità si danno appuntamento, Ed. Lindau, ed. febbraio 2010, pp. 117, con prefazione a cura di Marco Sermarini, p.79).
Anche tutta la diatriba interna al cristianesimo ed alle sue lacerazioni va ripensata serenamente. Occorre recuperare oggi più che mai l’unità cattolica dei Cristiani perché il momento presente lancia sfide ineludibili a chi ancora crede che l’uomo è un “animal rationale”.
Prosegue Chesterton: «Ciò che oggi chiamiamo libero pensiero è apprezzato non perché sia libero, ma perché è libertà dal pensiero: è libera mancanza di pensiero» (ivi p.80).
L'affermazione di Chesterton è fatta nel contesto di quel sottile gioco di obiezioni che si scatena intorno a colui che intende farsi cattolico.
La realtà, come osserva l'autore, è che questa "libera mancanza di pensiero" vuole ridurre la Chiesa Cattolica ad una delle tante sette cristiane e conseguentemente porre tutte le religioni sullo stesso piano, "credi tutti uguali, in un cosmo indifferente". Niente di più falso e di irragionevole di questo tentativo. L’analisi che svolge Chesterton, infatti, sottolinea come questo tentativo sia un grave errore filosofico. Solo della Chiesa Cattolica si può propriamente dire “Ecclesia”, le confessioni cristiane che se ne sono staccate non sono sul suo stesso piano: «chiamare i recuperatori perché demoliscano una nave non trasforma la nave in una delle sue travi» (ivi p. 70).
Le confessioni protestanti sono tante idee cattoliche parcellizzate ed assolutizzate e perciò rese sterili. «Il principio vitale delle confessioni protestanti, se non è un principio di morte, è costituito da ciò che hanno conservato del cristianesimo cattolico; e al cristianesimo cattolico le varianti del protestantesimo sono sempre tornate per rivitalizzarsi. So che sembrerà un’affermazione contestabile, ma è la verità. (…) Un altro modo di vedere le cose è dire che siamo giunti a considerare tutte queste figure storiche come personaggi della storia cattolica, anche se non sono cattoliche. E in un certo senso, ovvero in senso storico e non teologico, non smettono mai di essere cattoliche. Non sono persone che abbiano creato qualcosa di interamente nuovo, finché non oltrepassano il confine della ragione e danno vita a incubi più o meno insensati. Ma gli incubi non durano, e la maggior parte di questa gente ancora adesso si trova in una fase di risveglio. I protestanti sono cattolici che hanno fatto uno sbaglio: è questo che si intende realmente dicendo che sono cristiani. In alcuni casi il loro è stato un grosso sbaglio, ma sono rare le volte in cui hanno portato avanti un errore tutto loro. Così il calvinista è un cattolico ossessionato dall’idea cattolica della sovranità di Dio. Ma quando le attribuisce il significato che Dio desidera la dannazione di alcune persone, possiamo affermare, senza timore di esagerare, che è un cattolico morboso. In effetti, è un cattolico malato; e la malattia, lasciata a se stessa, porta alla morte o alla pazzia. La malattia però non è durata molto e ormai è praticamente scomparsa. Ma ogni volta che il calvinista fa un passo indietro verso l’umanità, si riavvicina al cattolicesimo. (…)
Per noi, dunque, da questo momento in poi è impossibile vedere il quacchero come una figura agli albori di una nuova storia quacchera o il calvinista come il fondatore di un nuovo mondo calvinista. E’ assolutamente palese che sono soltanto personaggi della nostra storia cattolica, i quali si sono però limitati a provocare un bel po’ di guai cercando di fare qualcosa che a noi riusciva meglio e che loro in realtà non hanno mai fatto. Ora alcuni possono supporre che una cosa del genere sia valida per vecchie sette come il calvinismo e il quaccherismo ma non per movimenti moderni come il socialismo o lo spiritismo. Tuttavia si sbagliano, il carattere inclusivo o continentale della Chiesa si applica tanto alle manie moderne che alle vecchie manie religiose, e quindi tanto ai materialisti, o agli spiritisti, che ai puritani. In tutte ritroviamo un dogma cattolico che subisce sempre lo stesso destino: all’inizio gli adepti del movimento lo danno per scontato, poi lo esagerano fino a corromperlo, quindi gli si rivoltano contro e lo respingono come errore, tornando indietro di qualche passo sulla strada verso casa. E questo è quasi sempre il segno distintivo di un simile eretico: il fatto che, pur contestando forsennatamente qualsiasi altro dogma del cattolicesimo, non si sognerà mai di mettere in discussione il suo dogma cattolico preferito e non sembra nemmeno rendersi conto che si potrebbe contestarlo.» (pp. 72 -74).
Argutamente e profeticamente Chesterton osserva che queste assolutizzazioni di verità cattoliche proprio in ragione della loro assolutizzazione si trasformano o nel loro opposto o in un vero e proprio incubo.
«Al calvinista non era mai venuto in mente che qualcuno avrebbe potuto usare la sua libertà per negare o limitare l’onnipotenza divina, o al quacchero che qualcuno avrebbe potuto mettere in dubbio la supremazia della semplicità. Il socialista è nella stessa situazione. Il bolscevismo, e ogni sua variante teorica basata sulla fratellanza, si fonda su un dogma cattolico profondamente mistico, cioè l’uguaglianza degli uomini. I comunisti puntano tutto sull’uguaglianza dell’uomo, proprio come i calvinisti puntavano tutto sull’onnipotenza di Dio. Cavalcano questo dogma fino a sfiancarlo esattamente come gli altri facevano con il loro, trasformando il cavallo in un incubo. Ma non sembrano mai pensare che qualcuno possa non credere nel dogma cattolico dell’uguaglianza mistica degli uomini. Eppure molti, persino tra i cristiani, sono così eretici da dubitarne. Nel tentativo di metterlo in pratica, i socialisti finiscono in un bel pasticcio: scendono a compromessi con i loro ideali, modificano la loro dottrina e così, come i quaccheri e i calvinisti dopo le loro somme stravaganze, si ritrovano ad aver coperto un giorno di marcia in più verso Roma.» (p. 76).
In questo l’esperienza della conversione di Chesterton è simile a quella di Giustino:
«Dopo aver visto il mondo in questo modo, e cioè una volta che sia riuscito a distinguervi alcune idee in equilibrio e altre che invece l’equilibrio lo hanno perso, il convertito non affronta i disagi che avrebbe potuto ragionevolmente temere prima di quella rivoluzione silenziosa ma sorprendente. Non si agita se gli dicono che nello spiritismo o nella Christian Science c’è qualcosa. Sa che c’è qualcosa in tutto. Ma si commuove per il fatto straordinario di trovare tutto in qualcosa. E ha l’assoluta certezza che quegli altri ricercatori lo cercheranno nello stesso posto, non appena smetteranno di accontentarsi di una cosa qualsiasi e cercheranno davvero tutto. In questo senso, essi lo preoccupano molto meno ora di quando pensava che fossero gli unici in grado di entrare in comunicazione con i misteri superiori, e ovviamente anche di mandare quella comunicazione a carte quarantotto. (…) Egli non invidia al bolscevico la rivoluzione più di quanto invidi la diga al castoro, poiché sa che la sua civiltà è capace di opere assai più complicate e meno monotone. Ma questo lo pensa della sua civiltà e della sua religione, e non solo di se stesso. Non c’è niente di altezzoso nel suo atteggiamento poiché sa benissimo di aver solo esplorato la superficie del maniero spirituale in cui ora si aggira liberamente. In altre parole, il convertito non abbandona affatto la ricerca e nemmeno l’avventura. Non pensa di sapere tutto, né ha perso interesse per ciò che non conosce. Ma l’esperienza gli ha insegnato che quasi tutto si trova da qualche parte all’interno di quel maniero, e che al di fuori molti non trovano quasi nulla. Poiché il maniero non è solo un giardino curato o una fattoria ben organizzata: dentro i suoi confini la caccia e la pesca sono ricche e, come si dice, c’è di che fare un buon bottino.» (p. 78-79).
Altro che sonno dogmatico di hegeliana memoria! Il convertito cattolico ha autentico gusto per la ricerca e l’avventura: « È questo il suo significato [della conversione n.d.r.] proprio come guarire da una paralisi non significa rinunciare a muoversi, ma imparare a farlo. Per la prima volta il convertito cattolico dispone di una base solida per un pensiero chiaro e forte. Ha modo di appurare per la prima volta la verità di qualsiasi questione. Considerando come va il mondo, soprattutto in questo momento, sono gli altri — i pagani e gli eretici — che sembrano possedere ogni virtù tranne quella di un pensiero coerente.» (pp. 79-80).
Interessante è l’osservazione su come gli altri colgono il movimento della conversione e la situazione del convertito: «Quanti si trovano all’esterno stanno lì e vedono, o credono di vedere, il convertito che entra a capo chino in una specie di piccolo tempio che nella loro convinzione internamente è attrezzato come una prigione, se non come una vera a propria camera di tortura. Ma per certo sanno solo che ha attraversato una porta. Ignorano che non è entrato nell’oscurità interiore, ma che è uscito invece nella piena luce. In realtà l’outsider, nella meravigliosa accezione letterale di chi sta all’esterno, è il convertito.» (p. 80 s.).
Così tutte quelle sette antiche o moderne, siano esse religiose o laiche, che professano di «essere un cosmo intero o uno schema di tutte le cose» (p.81). In cui ognuna di esse «sostiene di avere il cielo come cupola o la volta stellata come decorazione» (ivi), non formano oggetto di alcuna attrattiva per il convertito perché «al convertito tutti questi sistemi cosmici sembrano molto più piccoli e persino più semplici del vasto ed equilibrato universo in cui vive. » (p.81).
Per chiarire il concetto Chesterton prende ad esempio l’agnosticismo, la teosofia o buddismo e l’umanitarismo. Quanto alla teosofia commenta: «C’è poi un altro Sistema che viene chiamato teosofia o buddismo; ma egli [il convertito n.d.r.] sa per esperienza che è solo lo stesso tipo di ruota noiosa [l’agnosticismo n.d.r], usata per cose spirituali anziché materiali. Poiché nel suo mondo [la Chiesa Cattolica n.d.r] è libero di fare qualsiasi cosa, persino di andare al diavolo, non vede perché dovrebbe legarsi alla ruota di un semplice destino.» (p. 81 s.)
Conclude Chesterton: « “Dove andrei ora, se lasciassi la Chiesa Cattolica?” Certo da nessuna di queste piccole sette sociali, capaci di esprimere solo un’idea alla volta perché si dà il caso che quell’idea sia di moda in quel momento. La cosa migliore che potrei sperare sarebbe di allontanarmi nei boschi e diventare, non un panteista (poiché anche questa è una noiosa limitazione), ma piuttosto un pagano incline a gridare che qualche particolare vetta alpina o albero fruttifero in fiore è sacro e va venerato. Quello almeno sarebbe ricominciare tutto daccapo, ma alla fine mi riporterebbe allo stesso problema. Se fu ragionevole avere un albero sacro, non fu irragionevole avere un crocifisso sacro; e se la divinità si poteva trovare su una vetta, altrettanto ragionevolmente può trovarsi sotto una guglia. Chi cerca una nuova religione, presto o tardi la trova; e perché dovrei essere scontento di quella che ho trovato? Soprattutto quando, come ho detto all’inizio di questo saggio, è l’unica religione antica che sembra in grado di rimanere nuova.» (p. 82).
In una parola per Chesterton la vera alternativa al Cristianesimo è il paganesimo non le particolari derive del cristianesimo religiose o laiche che siano. Ma come giustamente osserva questo faticoso ritorno appare in qualche modo sterile: «Il paganesimo è meglio del panteismo, poiché paganesimo è libero di immaginare divinità, mentre il panteismo è costretto a fingere, facendo del moralismo, che tutte le cose siano altrettanto divine. Ma non so immaginarmi una divinità abbastanza divina. Se do l’impressione di conoscere quel faticoso ritorno attraverso i boschi, è perché credo di averlo già percorso simbolicamente. Come ho tentato di confessare senza eccessivo egotismo, credo di essere il genere d’uomo che giunge a Cristo dopo aver abbandonato Pan e Dioniso, e non dopo essere stato un seguace di Lutero o di Laud”» (p. 83).
Per Chesterton la conversione, quella vera è dal paganesimo al Cristianesimo il resto non è che ritorno al qual vasto continente che è la Chiesa Cattolica ed il suo pensiero.
«La conversione che comprendo è quella del pagano non quella del puritano; e su quell’antica conversione si fonda l’intero mondo che conosciamo. È una trasformazione molto più vasta e tremenda di qualsiasi cosa che, da molti anni a questa parte, almeno in Inghilterra e in America, sia stata motivo di controversia tra le sette o di divisioni dottrinali. All’apice di quell’antico impero [romano n.d.r] e di quell’esperienza internazionale [l’Ecclesia n.d.r.], l’umanità ebbe una visione. Altre non ne ha avute, escludendo le dispute su quell’unica visione. Il paganesimo era quanto di più grande ci fosse al mondo, ma il cristianèsimo è ancora più grande: in confronto a esso, tutto il resto appare piccolo.» (p. 83).
Con buona pace degli Odifreddi e delle Hack.
lunedì 10 maggio 2010
G. K. Chesterton - considerazioni profetiche - 1
La Chiesa Cattolica, Dove tutte le verità si danno appuntamento (ed. Lindau, ed. febbraio 2010, pp. 117, con prefazione a cura di Marco Sermarini) è un'agevole quanto piacevole opuscolo che narra il percorso della conversione alla Chiesa Cattolica dell'autore. Al contempo però è una miniera di sorprendenti considerazioni sul nostro tempo e sulle ovvietà dei detrattori della fede cattolica.
Una prima asserzione profetica: La Chiesa è l'unica a difendere qualsiasi cosa nel momento in cui è stupidamente disprezzata. E già ora sta facendo suo il ruolo di unico campione della ragione nel XX secolo, come nel XIX lo è stata della tradizione. (p. 19).
Già Papa Giovanni Paolo II con il suo lungo magistero, ricordo per tutti i suoi pronunciamenti la splendida enciclica Fides et Ratio, ed ancor più ora, con Papa Benedetto XVI, emerge in tutta evidenza la verità di questa affermazione di Chesterton. Il Magistrale discorso di Ratisbona del 2006 in cui si pone con forza lo stretto legame tra fede e ragione, un legame direi ontologico: "non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio" è certamente, al di là della polemica montatura dei paesi mussulmani, una bella sfida che avrebbe dovuto far riflettere l'Occidente ed il suo presunto "razionalismo" di cui Margherita Hack. Odifreddi e compagnia cantando si beano di rappresentare, quando a bella posta parlano di oscurantismo della fede. Ma su tale tema ho già fatto alcune considerazioni cui rimando (Perchè l'ateismo non è scientifico, ma un atto di fede nel nulla.).
Mi preme qui osservare la luminosità dell'esempio addotto da Chesterton a dimostrazione dell'assunto che la Chiesa è l'unica a difendere qualsiasi cosa nel momento in cui è stupidamente attaccata e sottolineo lo "stupidamente". E qui il mio pensiero corre all'aborto, all'eutanasia, all'eugenetica, al divorzio stesso. Sorprende piacevolmente invece come l'esempio addotto dall'autore è la difesa della "tradizione", tipico argomento dei protestanti (ricorderete il luterano sola scriptura, sola fide).
Giova ricordare che per Chesterton "il marchio della Fede non è la tradizione: è la conversione." (p. 20), dato che il Cattolicesimo è di per sé una novità nel senso che sempre "agisce nel suo ambiente con la forza e la freschezza tipici di una cosa nuova." (p. 13). Anche in questa affermazione c'è un'assonanza con una riflessione di Papa Ratzinger sulla fede: «In quell’epoca [immediatamente dopo il Concilio] io avevo inviato un piccolo lavoro ad Hans Urs von Balthasar, il quale come sempre mi ringraziò immediatamente con un cartoncino ed al ringraziamento aggiunse una frase pregnante che per me divenne indimenticabile: non presupporre, ma proporre la fede. Fu un imperativo che mi colpì. L’ampio spaziare in nuovi campi era buono e necessario, ma solo a partire dal presupposto che esso stesso traesse origine dalla luce centrale della fede e da questa luce fosse sostenuto. La fede non ha permanenza di per se stessa. Non la si può mai semplicemente presupporre come una cosa già in se conclusa. Deve continuamente essere rivissuta. E poiché è un atto, che abbraccia tutte le dimensioni della nostra esistenza, deve anche essere sempre ripensata e sempre di nuovo testimoniata» (da La fede della Chiesa di Roma, dell’allora cardinal Joseph Ratzinger, durante il Sinodo Romano, il 18 gennaio 1993, relazione tenuta per presentare il Catechismo della Chiesa Cattolica. Il testo è apparso sui Quaderni-Nuova Serie del Sinodo Romano, n.2, Vicariato di Roma, 1993, pp. 67-73).
La tradizione è dunque la possibilità della ripresa per il singolo, del farsi contemporaneo con Cristo, della sequela personale in una compagnia che è la Chiesa Cattolica.
Tornando alle osservazioni di Chesterton circa "il disinteresse del XIX secolo per la tradizione e la sua fissazione per i documenti" egli conclude che sono entrambe "assurdi" (p. 19). Il paragone addotto è adamantino nella sua arguzia: "Era come dire che gli uomini mentono sempre ai bambini, ma non sbagliano mai nello scrivere i libri." (p.19 s.).
Infatti se come dicono i protestanti la tradizione cattolica (la Chiesa Cattolica) ha adulterato, falsificato, il vero significato della Sacra Scrittura (il che equivale a dire "gli uomini mentono sempre ai bambini") come mai gli stessi uomini, la Chiesa Cattolica, (dato che, come osservava Tertulliano nella Prescrizione contro gli eretici, essi l'hanno scritta, a loro appartiene) quando scrive non mente? (il che equivale "ma non sbagliano mai nello scrivere i libri?"). Sembra un'ovvietà eppure di questi "errori palesi" è zeppa l'acrimonia anti-cattolica.
Del resto è evidente che chi comincia a minare la bona fide della tradizione, ad ingenerare una cultura del sospetto, prima o poi arriva a minare le sue stesse basi: quelle della Scrittura. E' evidente il pantano in cui versa l'attuale esegesi biblica.
Osserva a tal proposito Chesterton: "Perchè mai l'uomo della strada dovrebbe dire che un particolare rotolo non è una stupidaggine, bensì l'unica verità sulla base della quale ogni altra cosa cosa va condannata? Perchè venerare i rotoli non dovrebbe essere altrettanto supestizioso che venerare le statue di quella particolare processione?" (p. 28), dato che si tratta di un rotolo "che era sempre appartenuto a loro e che aveva sempre fatto parte dei loro trucchi, se di trucchi si trattava?" (ivi). Anche qui evidenti sono le allusioni agli argomenti "irragionevoli" della critica protestante alla Chiesa Cattolica detentrice di tutti i trucchi, quindi compreso il rotolo (la Sacra Scrittura) per ingannare il popolo.
Anche qui il pensiero corre spontaneo alle considerazioni che Papa Benedetto XVI fa sull'esegesi moderna nel suo libro "Gesù di Nazareth" commentate da Julián Carròn, responsabile di Comunione e Liberazione, (in una relazione di cui consiglio la lettura integrale):
«Esattamente questa è l’ingannevole impressione che grava culturalmente su tutti noi: che di Gesù possiamo sapere poco, e che siamo addirittura ingenui nel credere ancora nella verità di questa figura! Continua il Papa: “questa impressione, nel frattempo è penetrata profondamente nella coscienza comune della cristianità” (p. 8). Tanti cristiani non hanno mai letto questi libri, ma è come se il virus di questo sospetto fosse entrato dentro di loro. Come esemplificazione di quest’ultima affermazione, permettetemi di raccontarvi un episodio che mi è capitato tanti anni fa quando facevo lezione di religione in un liceo madrileno. Dopo un excursus introduttivo, mi accingevo a presentare i documenti che raccontano le origini del cristianesimo. E scrissi sulla lavagna la parola Vangeli. Avevo appena finito di scriverla quando un alunno chiese la parola e intervenne: “Un momento. I Vangeli non sono documenti da cui possiamo imparare qualcosa di certo su Gesù. Sono soggettivi, li hanno scritti i cristiani”. Nel suo linguaggio questo significava che poiché quei documenti erano stati scritti dai cristiani non potevano servire per conoscere la verità storica e oggettiva delle origini cristiane. Gli risposi: “Allora, secondo te l’atteggiamento più adeguato di fronte alla realtà è il sospetto?”. “Certo”, rispose. E si unirono a lui altri compagni. Allora dissi: “Se l’atteggiamento più adeguato di fronte alla realtà è il sospetto, questa mattina quando tua mamma ti ha messo in tavola il caffè per colazione, le avrai detto: mamma, se prima non lo fai analizzare chimicamente e mi dimostri che non è avvelenato non lo bevo”. Ricordo ancora perfettamente l’espressione del mio allievo mentre, tra l’arrabbiato e il sorpreso per la mia provocazione, alzò le braccia dicendo: “Ma se è da sedici anni che vivo con mia madre!”. “Allora”, obiettai, “ci sono delle occasioni in cui l’atteggiamento di fronte alla realtà non è il sospetto, vero?”. Il ragazzo rimase un po’ imbarazzato. E io continuai: “Ebbene, qual è la differenza tra l’atteggiamento che hai di fronte ai Vangeli (come hai reagito di fronte alla parola Vangeli che ho scritto sulla lavagna) e l’atteggiamento che hai di fronte alla tazza di caffè? Che ti poni di fronte ai Vangeli senza avere sedici anni di convivenza alle spalle, mentre di fronte alla tazza di caffè ti metti con sedici anni carichi di ragioni, le quali ti danno la certezza che tua madre non ha messo del veleno nel caffè”. Questo episodio, che ho raccontato poi tante volte, mi ha fatto comprendere che l’unica posizione ragionevole di fronte ai documenti del Nuovo Testamento, ai Vangeli, è quella che ci ha insegnato la Chiesa, la quale si accosta a essi come il mio allievo alla tazza di caffè: mediante un’esperienza di convivenza nel presente con l’avvenimento cristiano. Chi ha questa esperienza, come il ragazzo con la mamma, quando si accosta ai Vangeli, non è in una posizione ingenua – non è che il mio allievo fosse un ingenuo di fronte alla tazza di caffè, aveva sedici anni pieni di ragioni per avvicinarsi alla tazza di caffè senza alcun sospetto, per cui avrebbe potuto dire, in analogia con Pietro: “Se non credo a mia mamma, non posso credere a quello che vedono i miei occhi” – ma in una posizione carica di ragioni, accumulate durante una convivenza nel tempo. Altro che illusione! Chi ha questa esperienza, si accosta ai Vangeli e scopre quella corrispondenza che cresce con la convivenza nel tempo.».
Una prima asserzione profetica: La Chiesa è l'unica a difendere qualsiasi cosa nel momento in cui è stupidamente disprezzata. E già ora sta facendo suo il ruolo di unico campione della ragione nel XX secolo, come nel XIX lo è stata della tradizione. (p. 19).
Già Papa Giovanni Paolo II con il suo lungo magistero, ricordo per tutti i suoi pronunciamenti la splendida enciclica Fides et Ratio, ed ancor più ora, con Papa Benedetto XVI, emerge in tutta evidenza la verità di questa affermazione di Chesterton. Il Magistrale discorso di Ratisbona del 2006 in cui si pone con forza lo stretto legame tra fede e ragione, un legame direi ontologico: "non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio" è certamente, al di là della polemica montatura dei paesi mussulmani, una bella sfida che avrebbe dovuto far riflettere l'Occidente ed il suo presunto "razionalismo" di cui Margherita Hack. Odifreddi e compagnia cantando si beano di rappresentare, quando a bella posta parlano di oscurantismo della fede. Ma su tale tema ho già fatto alcune considerazioni cui rimando (Perchè l'ateismo non è scientifico, ma un atto di fede nel nulla.).
Mi preme qui osservare la luminosità dell'esempio addotto da Chesterton a dimostrazione dell'assunto che la Chiesa è l'unica a difendere qualsiasi cosa nel momento in cui è stupidamente attaccata e sottolineo lo "stupidamente". E qui il mio pensiero corre all'aborto, all'eutanasia, all'eugenetica, al divorzio stesso. Sorprende piacevolmente invece come l'esempio addotto dall'autore è la difesa della "tradizione", tipico argomento dei protestanti (ricorderete il luterano sola scriptura, sola fide).
Giova ricordare che per Chesterton "il marchio della Fede non è la tradizione: è la conversione." (p. 20), dato che il Cattolicesimo è di per sé una novità nel senso che sempre "agisce nel suo ambiente con la forza e la freschezza tipici di una cosa nuova." (p. 13). Anche in questa affermazione c'è un'assonanza con una riflessione di Papa Ratzinger sulla fede: «In quell’epoca [immediatamente dopo il Concilio] io avevo inviato un piccolo lavoro ad Hans Urs von Balthasar, il quale come sempre mi ringraziò immediatamente con un cartoncino ed al ringraziamento aggiunse una frase pregnante che per me divenne indimenticabile: non presupporre, ma proporre la fede. Fu un imperativo che mi colpì. L’ampio spaziare in nuovi campi era buono e necessario, ma solo a partire dal presupposto che esso stesso traesse origine dalla luce centrale della fede e da questa luce fosse sostenuto. La fede non ha permanenza di per se stessa. Non la si può mai semplicemente presupporre come una cosa già in se conclusa. Deve continuamente essere rivissuta. E poiché è un atto, che abbraccia tutte le dimensioni della nostra esistenza, deve anche essere sempre ripensata e sempre di nuovo testimoniata» (da La fede della Chiesa di Roma, dell’allora cardinal Joseph Ratzinger, durante il Sinodo Romano, il 18 gennaio 1993, relazione tenuta per presentare il Catechismo della Chiesa Cattolica. Il testo è apparso sui Quaderni-Nuova Serie del Sinodo Romano, n.2, Vicariato di Roma, 1993, pp. 67-73).
La tradizione è dunque la possibilità della ripresa per il singolo, del farsi contemporaneo con Cristo, della sequela personale in una compagnia che è la Chiesa Cattolica.
Tornando alle osservazioni di Chesterton circa "il disinteresse del XIX secolo per la tradizione e la sua fissazione per i documenti" egli conclude che sono entrambe "assurdi" (p. 19). Il paragone addotto è adamantino nella sua arguzia: "Era come dire che gli uomini mentono sempre ai bambini, ma non sbagliano mai nello scrivere i libri." (p.19 s.).
Infatti se come dicono i protestanti la tradizione cattolica (la Chiesa Cattolica) ha adulterato, falsificato, il vero significato della Sacra Scrittura (il che equivale a dire "gli uomini mentono sempre ai bambini") come mai gli stessi uomini, la Chiesa Cattolica, (dato che, come osservava Tertulliano nella Prescrizione contro gli eretici, essi l'hanno scritta, a loro appartiene) quando scrive non mente? (il che equivale "ma non sbagliano mai nello scrivere i libri?"). Sembra un'ovvietà eppure di questi "errori palesi" è zeppa l'acrimonia anti-cattolica.
Del resto è evidente che chi comincia a minare la bona fide della tradizione, ad ingenerare una cultura del sospetto, prima o poi arriva a minare le sue stesse basi: quelle della Scrittura. E' evidente il pantano in cui versa l'attuale esegesi biblica.
Osserva a tal proposito Chesterton: "Perchè mai l'uomo della strada dovrebbe dire che un particolare rotolo non è una stupidaggine, bensì l'unica verità sulla base della quale ogni altra cosa cosa va condannata? Perchè venerare i rotoli non dovrebbe essere altrettanto supestizioso che venerare le statue di quella particolare processione?" (p. 28), dato che si tratta di un rotolo "che era sempre appartenuto a loro e che aveva sempre fatto parte dei loro trucchi, se di trucchi si trattava?" (ivi). Anche qui evidenti sono le allusioni agli argomenti "irragionevoli" della critica protestante alla Chiesa Cattolica detentrice di tutti i trucchi, quindi compreso il rotolo (la Sacra Scrittura) per ingannare il popolo.
Anche qui il pensiero corre spontaneo alle considerazioni che Papa Benedetto XVI fa sull'esegesi moderna nel suo libro "Gesù di Nazareth" commentate da Julián Carròn, responsabile di Comunione e Liberazione, (in una relazione di cui consiglio la lettura integrale):
«Esattamente questa è l’ingannevole impressione che grava culturalmente su tutti noi: che di Gesù possiamo sapere poco, e che siamo addirittura ingenui nel credere ancora nella verità di questa figura! Continua il Papa: “questa impressione, nel frattempo è penetrata profondamente nella coscienza comune della cristianità” (p. 8). Tanti cristiani non hanno mai letto questi libri, ma è come se il virus di questo sospetto fosse entrato dentro di loro. Come esemplificazione di quest’ultima affermazione, permettetemi di raccontarvi un episodio che mi è capitato tanti anni fa quando facevo lezione di religione in un liceo madrileno. Dopo un excursus introduttivo, mi accingevo a presentare i documenti che raccontano le origini del cristianesimo. E scrissi sulla lavagna la parola Vangeli. Avevo appena finito di scriverla quando un alunno chiese la parola e intervenne: “Un momento. I Vangeli non sono documenti da cui possiamo imparare qualcosa di certo su Gesù. Sono soggettivi, li hanno scritti i cristiani”. Nel suo linguaggio questo significava che poiché quei documenti erano stati scritti dai cristiani non potevano servire per conoscere la verità storica e oggettiva delle origini cristiane. Gli risposi: “Allora, secondo te l’atteggiamento più adeguato di fronte alla realtà è il sospetto?”. “Certo”, rispose. E si unirono a lui altri compagni. Allora dissi: “Se l’atteggiamento più adeguato di fronte alla realtà è il sospetto, questa mattina quando tua mamma ti ha messo in tavola il caffè per colazione, le avrai detto: mamma, se prima non lo fai analizzare chimicamente e mi dimostri che non è avvelenato non lo bevo”. Ricordo ancora perfettamente l’espressione del mio allievo mentre, tra l’arrabbiato e il sorpreso per la mia provocazione, alzò le braccia dicendo: “Ma se è da sedici anni che vivo con mia madre!”. “Allora”, obiettai, “ci sono delle occasioni in cui l’atteggiamento di fronte alla realtà non è il sospetto, vero?”. Il ragazzo rimase un po’ imbarazzato. E io continuai: “Ebbene, qual è la differenza tra l’atteggiamento che hai di fronte ai Vangeli (come hai reagito di fronte alla parola Vangeli che ho scritto sulla lavagna) e l’atteggiamento che hai di fronte alla tazza di caffè? Che ti poni di fronte ai Vangeli senza avere sedici anni di convivenza alle spalle, mentre di fronte alla tazza di caffè ti metti con sedici anni carichi di ragioni, le quali ti danno la certezza che tua madre non ha messo del veleno nel caffè”. Questo episodio, che ho raccontato poi tante volte, mi ha fatto comprendere che l’unica posizione ragionevole di fronte ai documenti del Nuovo Testamento, ai Vangeli, è quella che ci ha insegnato la Chiesa, la quale si accosta a essi come il mio allievo alla tazza di caffè: mediante un’esperienza di convivenza nel presente con l’avvenimento cristiano. Chi ha questa esperienza, come il ragazzo con la mamma, quando si accosta ai Vangeli, non è in una posizione ingenua – non è che il mio allievo fosse un ingenuo di fronte alla tazza di caffè, aveva sedici anni pieni di ragioni per avvicinarsi alla tazza di caffè senza alcun sospetto, per cui avrebbe potuto dire, in analogia con Pietro: “Se non credo a mia mamma, non posso credere a quello che vedono i miei occhi” – ma in una posizione carica di ragioni, accumulate durante una convivenza nel tempo. Altro che illusione! Chi ha questa esperienza, si accosta ai Vangeli e scopre quella corrispondenza che cresce con la convivenza nel tempo.».
Etichette:
anglicani,
bibbia,
Chesterton,
fede,
hack,
odifreddi,
protestanti,
ragione,
ratisbona,
tradizione
Iscriviti a:
Post (Atom)