La Conversione o Ritorno, come la chiamano gli Ebrei, esprime l’azione dell’uomo che pone l’amore di DIO a fondamento fino al disprezzo di sé. Ma anche in un cuore religioso può annidarsi la pretesa, l’amore di sé, come ci racconta Martin Buber nel romanzo “Gog e Magog” in cui a me sembra che è dato comprende cosa sia la vera conversione:
«Nulla mi affligge tanto», riprese Bunam, «quanto il fatto che il nostro Ritorno sia così fiacco e futile. Che su questa Terra variopinta con le sue mille attrazioni ci si allontani da Dio è cosa ben comprensibile; quando però ci si è svincolati dall'infedeltà e ci si dedica nuovamente a Colui ai quale ci si è solennemente promessi, che ciò si faccia con meschinità e con simulata certezza, per questo non trovo conforto. Una volta mi chiesi da che cosa possa dipendere il fatto che, benché noi il giorno del Perdono riconosciamo ripetutamente le nostre colpe, non ci giunga nessun messaggio del perdono. Il re David invece aveva detto una volta sola: “Io ho peccato”, che già gli era giunto l’annuncio: “Così l’Eterno ha tolto da te il tuo peccato”. Capii allora che David, dicendo “Io ho peccato contro l’Eterno”, intendeva dire: “Fa’ di me quello che è nella Tua volontà e io lo riceverò con amore”. Noi invece, quando diciamo “Abbiamo mancato”, pensiamo che si addica a Dio di perdonarci, e quando proseguiremo dicendo: “Ti abbiamo tradito”, pensiamo che all’Eterno si addica, dopo averci perdonai, di farci dono di ogni bene». (M. Buber, Gog e Magog, p. 111)