Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. (Rm. 12,2)
lunedì 29 settembre 2014
Perché la scienza è nata nell'Europa cristiana?
La verità, però è un'altra. Rodney Stark ne "il trionfo del cristianesimo" (Ed. Lindau, 2012) racconta una verità scomoda che qui riporto testualmente nella speranza che in più possano conoscerla e stimoli alla lettura integrale di questo bellissimo libro.
Interessante anche le osservazioni tra scienza ed islam che confermano la magistrale lezione di Papa Benedetto XVI a Ratisbona.
Buona lettura!
Un Dio di ragione (pp. 372-377)
La scienza è nata solo in Europa perché soltanto gli europei del Medioevo credevano, basandosi sull'immagine che avevano di Dio e della sua creazione, che la scienza fosse possibile e desiderabile. Ciò è stato asserito con enfasi (nel 1925), di fronte a un uditorio di studiosi illustri che partecipavano alle Lowell Lectures di Harvard, dal grande filosofo e matematico Alfred North Whitehead (1861-1947), il quale ha spiegato che la scienza si sviluppò in Europa a causa della diffusa «fede nella possibilità della scienza [...] derivante dalla teologia medievale». Quando le sue lezioni sono state pubblicate questa affermazione ha scioccato non soltanto il suo uditorio, ma gli intellettuali occidentali. Come può questo pensatore di fama mondiale, coautore con Bertrand Russell della pietra miliare "Principia Mathernatica" (1910-1913), non sapere che la religione è il nemico implacabile della scienza? in realtà, Whitehead ne sapeva di più!
Egli ha riconosciuto che la teologia cristiana era stata essenziale al sorgere della scienza, proprio come le teologie non cristiane avevano soffocato l’impresa scientifica altrove. Egli ha spiegato che:
«il più grande contributo del Medioevo alla formazione del movimento scientifico [fu] la credenza inespugnabile [...] che c’era un segreto, un segreto che poteva essere rivelato. In che modo questa convinzione si radicò così fortemente nella mente europea? [...] Deve essere dipeso dall'insistenza medievale sulla razionalità di Dio, mescolata all'energia personale di Jehovah e alla razionalità dei filosofi greci. Ogni dettaglio fu supervisionato e ordinato: la ricerca nella natura poteva solo condurre alla convalida della fede nella razionalità.».
Naturalmente, Whitehead stava solo riassumendo ciò che molti grandi scienziati degli inizi avevano detto: René Descartes giustificava la sua ricerca delle «leggi» di natura sostenendo che tali leggi dovevano esistere perché Dio è perfetto e dunque «agisce il più possibile in modo costante e immutabile». Quindi l’universo funziona secondo regole o leggi razionali. Come ebbe a dire il grande scolastico medievale Nicola d'Oresme, la creazione di Dio «è molto simile a quella di un uomo che costruisce un orologio e lo lascia continuare a funzionare da solo». Inoltre, siccome Dio ha dato agli umani il potere della ragione, deve essere possibile per noi scoprire le regole stabilite da Dio.
Molti scienziati delle origini si sentivano infatti moralmente obbligati a investigare quei segreti, come osservava Whitehead. Il grande filosofo britannico concludeva la sua riflessione osservando che le immagini di Dio e della creazione che incontriamo nelle religioni non europee, in particolare in Asia, sono troppo impersonali o troppo irrazionali per sostenere la scienza. Ogni particolare «accadimento deve essere dovuto al decreto di un dispotico e irrazionale» dio, oppure potrebbe essere stato prodotto da «qualche impersonale, inscrutabile origine delle cose. Ciò non suscita la stessa fiducia dell’intelligibile razionalità di un essere personale». Si deve notare che, viste le origini comuni, la concezione ebraica di Dio è ugualmente adatta a sostenere la scienza quanto la concezione cristiana. Gli ebrei d’Europa erano però, durante quest’epoca, una minoranza esigua, divisa e spesso perseguitata e non diedero alcun contributo alla nascita della scienza, anche se hanno raggiunto eccelsi risultati come scienziati dopo la loro emancipazione nel XIX secolo.
Diversamente, moltissime religioni al di fuori della tradizione giudaico-cristiana non postulano affatto una creazione. L'universo è considerato eterno, senza cominciamento o scopo, e non essendo mai stato creato, non ha creatore. Da questo punto di vista, l’universo è un mistero supremo, inconsistente, imprevedibile e (forse) arbitrario. Per coloro che hanno una simile concezione, il solo cammino verso la saggezza può essere compiuto dalla meditazione e dall'ispirazione: non c’è niente infatti su cui ragionare. Se però l’universo è stato creato in accordo a regole razionali da un creatore perfetto e razionale, allora dovrà concedere i suoi segreti alla ragione e all'osservazione. Di qui il truismo scientifico secondo cui la natura è un "libro" fatto per essere letto.
Naturalmente, i cinesi «avrebbero irriso una simile idea in quanto troppo ingenua per la sottigliezza e complessità dell’universo come loro lo intuivano», così ha spiegato lo stimato storico della tecnologia cinese di Oxford Joseph Needham (1900-1995). Quanto ai greci, anche molti di loro consideravano l’universo eterno e increato; Aristotele condannava «come impensabile» l’idea «che l’universo sia venuto all'essere in qualche momento nel tempo». Nessuno degli dei tradizionali dei greci sarebbe infatti stato capace di una simile creazione. Non solo: i greci insistevano nel trasformare il cosmo, e gli oggetti inanimati più in generale, in esseri viventi. Attribuivano quindi molti fenomeni naturali a dei motivi, non a forze inanimate. Secondo Aristotele, per esempio, i corpi celesti si muovono in circolo a causa della loro disposizione a farlo, mentre tutti gli oggetti cadono a terra «a causa del loro amore innato per il centro del mondo». Quanto all’islam, la concezione ortodossa di Allah è ostile all'indagine scientifica. Non c’è alcun indizio nel Corano che Allah abbia messo in moto la creazione per poi lasciarla continuare autonomamente. Si assume che egli intervenga spesso nel mondo e cambi le cose a suo piacimento. Così, attraverso i secoli molti dei più influenti studiosi musulmani hanno ritenuto che tutti gli sforzi di formulare le leggi naturali siano blasfemi in quanto sembrano negare la libertà di agire di Allah. In tal modo, le immagini dominanti di Dio e dell’universo hanno vanificato gli sforzi scientifici in Cina, nell'antica Grecia e nell'islam. È solo grazie alla loro fede in Dio come Creatore intelligente di un universo razionale che gli europei hanno investigato i segreti della creazione. Con le parole di Giovanni Keplero, «lo scopo principale di ogni investigazione del mondo esterno deve essere quello di scoprire l’ordine e l’armonia razionale che Dio gli ha imposto e che egli ci ha rivelato in un linguaggio matematico». In modo simile, nel suo ultimo testamento, il grande chimico Robert Boyle (1627- 1691) scrisse ai membri della Royal Society di Londra, augurando loro un continuo successo nei «loro lodevoli tentativi di scoprire la vera Natura delle opere di Dio».
Forse l’aspetto più notevole della nascita della scienza è che i primi scienziati non si limitarono a cercare le leggi naturali, fiduciosi che esse esistessero, ma che le trovarono! Si potrebbe dunque dire che l’affermazione che l’universo aveva un Progettista intelligente è la più fondamentale delle teorie scientifiche e che è stata sottoposta con successo a ripetuti test empirici. Infatti, come Albert Einstein (1879-1955) ha sottolineato, la cosa più incomprensibile dell’universo è il fatto che esso è comprensibile: «a priori ci dovremmo aspettare un mondo caotico che la mente non può comprendere in alcun modo [...] Questo è il “miracolo” che viene costantemente rinforzato quando la nostra conoscenza aumenta». E questo è il «miracolo» che testimonia di una creazione guidata da intenzione e razionalità.
Che il cristianesimo sia stato essenziale al sorgere della scienza è manifesto non solo in senso filosofico, ma è evidente anche nelle biografie degli scienziati: si tratta prevalentemente di uomini religiosi. Altrove ho stilato un elenco delle cinquantadue maggiori personalità scientifiche operanti nel periodo che comincia con la pubblicazione dell’opera di Copernico nel 1543 e finisce con quelle nate dopo il 1680. Trentadue di queste (62 per cento) erano persone religiose. Newton, per esempio, che dedicò molte più energie alla teologia che alla fisica, predisse la data della Seconda Venuta nel 1948. Delle restanti venti, diciannove erano abbastanza religiose e solo una, Edmund Halley, si poteva definire uno scettico. Ciò basti, dunque, per confutare quelle favole sull'inevitabile contrasto fra religione e scienza.
Naturalmente, l’ascesa della scienza ha generato qualche conflitto con la Chiesa cattolica, come pure con i primi protestanti. Ciò non diminuisce in alcun modo il ruolo essenziale della concezione cristiana di Dio nel giustificare e motivare la scienza, ma riflette soltanto il fatto che molti capi cristiani non riuscivano a comprendere le importanti differenze fra scienza e teologia. In altre parole, i teologi cristiani tentano di dedurre la natura e le intenzioni di Dio dalla scrittura; gli scienziati cercano di scoprire la natura della creazione di Dio usando strumenti empirici. In linea di principio, i due tentativi non si sovrappongono, ma in pratica i teologi hanno talvolta avvertito che una posizione scientifica costituiva un attacco alla fede (e certi scienziati moderni hanno realmente attaccato la religione, anche se per ragioni inconsistenti). Nei primi tempi della scienza, una disputa accesa ebbe luogo perché i teologi cattolici e protestanti erano riluttanti ad accettare che la Terra non fosse il centro dell’universo — oltre a non essere il centro del sistema solare. Sia Lutero che il Papa si erano opposti alla tesi di Copernico ed entrambi tentarono di confutarla, ma i loro sforzi, che non furono mai molto vigorosi, ebbero scarso successo. Purtroppo, questo modesto conflitto è stato gonfiato come un evento epocale da studiosi decisi a dimostrare che la religione è il più acerrimo nemico della scienza trasformando Galileo Galilei (1564-1642) in un eroico martire della cieca fede. Come ha raccontato Voltaire: «Il grande Galileo, all'età di ottant'anni, passava i suoi giorni lamentandosi nelle galere dell’Inquisizione, perché aveva dimostrato con prove inconfutabili il movimento della Terra». L’italiano Giuseppe Baretti (1719-1789) ha aggiunto che Galileo fu «messo sotto tortura per aver detto che la terra si muove».
(i grassetti ed i corsivi sono miei)
sabato 10 maggio 2014
Cristo è risorto perché amiamo i nostri fratelli!
«La fede nella risurrezione è il cuore del cristianesimo. È la soluzione dei problemi ultimi della situazione umana, quelli che interessano gli abissi della morte e del male. Ma, per la ragione, è anche ciò che il cristianesimo ha di più sconvolgente. Se, per un verso, s’inserisce nella trama degli avvenimenti della storia umana — se così non fosse, non potrebbe modificare questa situazione —, per l’altro, è un’irruzione di Dio che provoca una discontinuità in questa storia e ci fa passare su un altro piano. È vero, anzi tutto, per la risurrezione di Cristo, principio d’ogni risurrezione. È vero anche per la risurrezione dei nostri corpi, oggetto ancora di speranza. È vero infine per la risurrezione che già fin d’ora ci fa passare dalla morte alla vita perché amiamo i nostri fratelli!» (Jean Danielou, La Resurrezione, ed. Cantagalli).
La fede, però, non è un auto convincimento come ricorda Andrea Tornielli nella prefazione a questo bellissimo saggio di Danielou:
"La fede rischia oggi di venire presentata anche come un autoconvincimento che si deve avere prima, una certezza a priori che ci si deve fabbricare dentro di sé, magari leggendo il Vangelo. Tanti predicatori sembrano infatti misticamente ispirarsi alla frase del piccolo principe di Saint-Exupéry: «L’essenziale è invisibile agli occhi»".
Ancora oggi, come per gli apostoli ed i discepoli contemporanei di Gesù, occorre fare esperienza della resurrezione di Cristo.
Averlo veramente visto risorto - essere testimone - è strettamente collegato ad una personale resurrezione, ad un cambio di orientamento (conversione); passare cioè dalla condanna a "vivere per se stessi" alla libertà-liberazione della comunione-comunità, al dono di sé.
Il seme luterano ha trasformato la fede cristiana in una verità "soggettiva" piuttosto che l'oggettiva, esperienziale, constatazione che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Constatazione, ovviamente, non moralistica o volontaristica, quanto la sconvolgente esperienza irruzione dello Spirito nella nostra vita che certificandoci il perdono dei nostri peccati rende possibile amare l'altro, il diverso, il nemico, nella misura di Cristo.
E' innegabile che la distruzione luterana della dimensione ecclesiale della fede è oggi alla base delle difficoltà di comprensione dell'annuncio cristiano e del suo accoglimento.
Prosegue Tornielli: "Quale distanza incolmabile fra questo atteggiamento e la semplicità dei primi testimoni. La paura delle donne, il primo dubbio della Maddalena, la corsa al sepolcro di Pietro e Giovanni che «vide e credette», l’incredulità di Tommaso soddisfatta dallo stesso Gesù. Sulle umane incertezze di simili testimoni, così riluttanti a guardare «con gli occhi della fede» e così materialmente sospesi alla concretezza dei propri sensi hanno ironizzato gli intellettuali (agnostici, atei o mistici) di tutti i tempi. Eppure proprio quelle incertezze, che i Vangeli non tacciono, confermano che quello dei primi testimoni non è stato uno sforzo religioso, ma un arrendersi alla realtà, alle cose così come erano di fatto. Solo un evento reale, imprevisto e imprevedibile dopo il fallimento del Calvario, poteva vincere le umanissime obiezioni di quel gruppetto di ebrei prima impauriti e prostrati. E farne gli instancabili testimoni di un annuncio inaudito."
Per recuperare questa esperienza tangibile della resurrezione di Gesù, occorre incontrare nel qui ed ora il Risorto, il suo Corpo, la Chiesa. Questo è ciò che Dio ha pensato fin dall'eternità, questo è quanto ha donato il Signore a me ed alla mia famiglia, questo è quanto Dio Padre vuole donare ad ogni uomo. Dicevano i Padri della Chiesa "chi tocca un cristiano tocca Cristo!". L'avversione a questo crudo realismo del cristianesimo, la propensione dell'uomo occidentale all'agnosticismo o ad un credo fai da te, sincretista, in ogni caso entrambe assolutamente relativisti, sta alla base della crisi delle società occidentali! La trasposizione del fideismo religioso (non della fede!) dell'agnostico o del neo-superstizioso nella tecnica e nella scienza è l'ultima illusione della nostra generazione. Illusioni perché sempre questi convincimenti dell'uomo "adulto", autonomo, occidentale si infrangono di fonte alla realtà "scandalosa" della sofferenza, della malattia, della morte. Non resta che tornare allora alla sconvolgente notizia di 2.000 anni fa eppure sempre nuova: E' risorto! Non è tra i morti colui che cercate!
Oh viandante di questa rete virtuale che ti sei imbattuto in questo post, la voce che parla è proprio per te. Ti porta una gioia, una buona notizia: Cristo è Risorto! E' veramente risorto!!sabato 5 marzo 2011
RAGIONE E FEDE
«Il vizio del moderno concetto di progresso mentale è che è sempre qualcosa che ha a che fare con legami spezzati, confini cancellati e dogmi rifiutati. Ma se esiste qualcosa come la crescita intellettuale, deve trattarsi di una crescita verso convinzioni sempre più definite, verso dogmi sempre più numerosi. Il cervello umano è una macchina per giungere a conclusioni; se non può farlo, si arrugginisce. Quando sentiamo parlare di un uomo troppo intelligente per credere, sentiamo parlare di qualcosa che potremmo quasi definire una contraddizione in termini. È come sentire parlare di un chiodo che era troppo perfetto per tenere fermo un tappeto, o di un chiavistello che era troppo forte per tenere chiusa una porta.» (Chesterton, Eretici)
lunedì 7 giugno 2010
San Giustino Marire - Un pagina di rilevante attualità!
«1. La nostra dottrina dunque appare più splendida di ogni dottrina umana, perché per noi si è manifestato il Logos totale, Cristo, apparso per noi in corpo, mente, anima.
2. Infatti tutto ciò che rettamente enunciarono e trovarono via via filosofi e legislatori, in loro è frutto di ricerca e speculazione, grazie ad una parte di Logos.
3. Ma poiché non conobbero il Logos nella sua interezza, che è Cristo, spesso si sono anche contraddetti.» (Giustino, Apologia seconda, X).
Questa affermazione lungi dall’essere segno di “oscurantismo”, come qualcuno potrebbe argomentare, è in realtà l’asse che fonda la fiducia cattolica nella capacità della ragione umana di attingere la piena comprensione del reale nella sua interezza. Giustino è quello che comprende per primo la rilevanza dell’Avvenimento Cristiano per il pieno compimento di significato dell’uomo e del suo “amore di sapienza”.
Giustino è filosofo in quanto cristiano e questa è la lezione magistralmente ripresa da Papa Benedetto XVI che in questi tempi di luce oscura (la cultura della morte per dirla con Papa Giovanni Paolo II) innalza ancora il vessillo della Ragione, scevra però da tutti gli “ismi” frutto dell’Illuminismo e della sua pretesa di riduzione della realtà a ciò che è pensato.
E’ il Logos che, rendendosi partecipe del destino dell’uomo, apre la ragione umana nella direzione del giusto com-prendere il reale. Da qui lo sviluppo di tutto il sapere che nel corso dei secoli ha fatto della Chiesa Cattolica e dei suoi figli un faro di civiltà per tutti i popoli (luce delle genti), a cominciare dai popoli “barbari” che, irrompendo nell’impero romano e distruggendolo, avrebbero cancellato ogni traccia di sapere “all’occidentale” e che invece, grazie alla Chiesa Cattolica, hanno saputo apprendere la novità della vita Cristiana e la superiore dignità di ogni uomo anche del più debole perché, va subito ricordato, la filosofia “cristianizzata” non è più soltanto amore di sapienza ma sapienza dell’Amore!
Per quanti torti e contraddizioni palesi con il Vangelo abbiano avuto gli uomini di Chiesa, i loro meriti a favore dell’intera umanità sono infinitamente maggiori. Perciò l’affermazione di G.K. Chesterton: «Diventare cattolici non significa smettere di pensare, ma imparare a farlo.», lungi dall’essere una provocazione è piuttosto una constatazione (La Chiesa Cattolica, Dove tutte le verità si danno appuntamento, Ed. Lindau, ed. febbraio 2010, pp. 117, con prefazione a cura di Marco Sermarini, p.79).
Anche tutta la diatriba interna al cristianesimo ed alle sue lacerazioni va ripensata serenamente. Occorre recuperare oggi più che mai l’unità cattolica dei Cristiani perché il momento presente lancia sfide ineludibili a chi ancora crede che l’uomo è un “animal rationale”.
Prosegue Chesterton: «Ciò che oggi chiamiamo libero pensiero è apprezzato non perché sia libero, ma perché è libertà dal pensiero: è libera mancanza di pensiero» (ivi p.80).
L'affermazione di Chesterton è fatta nel contesto di quel sottile gioco di obiezioni che si scatena intorno a colui che intende farsi cattolico.
La realtà, come osserva l'autore, è che questa "libera mancanza di pensiero" vuole ridurre la Chiesa Cattolica ad una delle tante sette cristiane e conseguentemente porre tutte le religioni sullo stesso piano, "credi tutti uguali, in un cosmo indifferente". Niente di più falso e di irragionevole di questo tentativo. L’analisi che svolge Chesterton, infatti, sottolinea come questo tentativo sia un grave errore filosofico. Solo della Chiesa Cattolica si può propriamente dire “Ecclesia”, le confessioni cristiane che se ne sono staccate non sono sul suo stesso piano: «chiamare i recuperatori perché demoliscano una nave non trasforma la nave in una delle sue travi» (ivi p. 70).
Le confessioni protestanti sono tante idee cattoliche parcellizzate ed assolutizzate e perciò rese sterili. «Il principio vitale delle confessioni protestanti, se non è un principio di morte, è costituito da ciò che hanno conservato del cristianesimo cattolico; e al cristianesimo cattolico le varianti del protestantesimo sono sempre tornate per rivitalizzarsi. So che sembrerà un’affermazione contestabile, ma è la verità. (…) Un altro modo di vedere le cose è dire che siamo giunti a considerare tutte queste figure storiche come personaggi della storia cattolica, anche se non sono cattoliche. E in un certo senso, ovvero in senso storico e non teologico, non smettono mai di essere cattoliche. Non sono persone che abbiano creato qualcosa di interamente nuovo, finché non oltrepassano il confine della ragione e danno vita a incubi più o meno insensati. Ma gli incubi non durano, e la maggior parte di questa gente ancora adesso si trova in una fase di risveglio. I protestanti sono cattolici che hanno fatto uno sbaglio: è questo che si intende realmente dicendo che sono cristiani. In alcuni casi il loro è stato un grosso sbaglio, ma sono rare le volte in cui hanno portato avanti un errore tutto loro. Così il calvinista è un cattolico ossessionato dall’idea cattolica della sovranità di Dio. Ma quando le attribuisce il significato che Dio desidera la dannazione di alcune persone, possiamo affermare, senza timore di esagerare, che è un cattolico morboso. In effetti, è un cattolico malato; e la malattia, lasciata a se stessa, porta alla morte o alla pazzia. La malattia però non è durata molto e ormai è praticamente scomparsa. Ma ogni volta che il calvinista fa un passo indietro verso l’umanità, si riavvicina al cattolicesimo. (…)
Per noi, dunque, da questo momento in poi è impossibile vedere il quacchero come una figura agli albori di una nuova storia quacchera o il calvinista come il fondatore di un nuovo mondo calvinista. E’ assolutamente palese che sono soltanto personaggi della nostra storia cattolica, i quali si sono però limitati a provocare un bel po’ di guai cercando di fare qualcosa che a noi riusciva meglio e che loro in realtà non hanno mai fatto. Ora alcuni possono supporre che una cosa del genere sia valida per vecchie sette come il calvinismo e il quaccherismo ma non per movimenti moderni come il socialismo o lo spiritismo. Tuttavia si sbagliano, il carattere inclusivo o continentale della Chiesa si applica tanto alle manie moderne che alle vecchie manie religiose, e quindi tanto ai materialisti, o agli spiritisti, che ai puritani. In tutte ritroviamo un dogma cattolico che subisce sempre lo stesso destino: all’inizio gli adepti del movimento lo danno per scontato, poi lo esagerano fino a corromperlo, quindi gli si rivoltano contro e lo respingono come errore, tornando indietro di qualche passo sulla strada verso casa. E questo è quasi sempre il segno distintivo di un simile eretico: il fatto che, pur contestando forsennatamente qualsiasi altro dogma del cattolicesimo, non si sognerà mai di mettere in discussione il suo dogma cattolico preferito e non sembra nemmeno rendersi conto che si potrebbe contestarlo.» (pp. 72 -74).
Argutamente e profeticamente Chesterton osserva che queste assolutizzazioni di verità cattoliche proprio in ragione della loro assolutizzazione si trasformano o nel loro opposto o in un vero e proprio incubo.
«Al calvinista non era mai venuto in mente che qualcuno avrebbe potuto usare la sua libertà per negare o limitare l’onnipotenza divina, o al quacchero che qualcuno avrebbe potuto mettere in dubbio la supremazia della semplicità. Il socialista è nella stessa situazione. Il bolscevismo, e ogni sua variante teorica basata sulla fratellanza, si fonda su un dogma cattolico profondamente mistico, cioè l’uguaglianza degli uomini. I comunisti puntano tutto sull’uguaglianza dell’uomo, proprio come i calvinisti puntavano tutto sull’onnipotenza di Dio. Cavalcano questo dogma fino a sfiancarlo esattamente come gli altri facevano con il loro, trasformando il cavallo in un incubo. Ma non sembrano mai pensare che qualcuno possa non credere nel dogma cattolico dell’uguaglianza mistica degli uomini. Eppure molti, persino tra i cristiani, sono così eretici da dubitarne. Nel tentativo di metterlo in pratica, i socialisti finiscono in un bel pasticcio: scendono a compromessi con i loro ideali, modificano la loro dottrina e così, come i quaccheri e i calvinisti dopo le loro somme stravaganze, si ritrovano ad aver coperto un giorno di marcia in più verso Roma.» (p. 76).
In questo l’esperienza della conversione di Chesterton è simile a quella di Giustino:
«Dopo aver visto il mondo in questo modo, e cioè una volta che sia riuscito a distinguervi alcune idee in equilibrio e altre che invece l’equilibrio lo hanno perso, il convertito non affronta i disagi che avrebbe potuto ragionevolmente temere prima di quella rivoluzione silenziosa ma sorprendente. Non si agita se gli dicono che nello spiritismo o nella Christian Science c’è qualcosa. Sa che c’è qualcosa in tutto. Ma si commuove per il fatto straordinario di trovare tutto in qualcosa. E ha l’assoluta certezza che quegli altri ricercatori lo cercheranno nello stesso posto, non appena smetteranno di accontentarsi di una cosa qualsiasi e cercheranno davvero tutto. In questo senso, essi lo preoccupano molto meno ora di quando pensava che fossero gli unici in grado di entrare in comunicazione con i misteri superiori, e ovviamente anche di mandare quella comunicazione a carte quarantotto. (…) Egli non invidia al bolscevico la rivoluzione più di quanto invidi la diga al castoro, poiché sa che la sua civiltà è capace di opere assai più complicate e meno monotone. Ma questo lo pensa della sua civiltà e della sua religione, e non solo di se stesso. Non c’è niente di altezzoso nel suo atteggiamento poiché sa benissimo di aver solo esplorato la superficie del maniero spirituale in cui ora si aggira liberamente. In altre parole, il convertito non abbandona affatto la ricerca e nemmeno l’avventura. Non pensa di sapere tutto, né ha perso interesse per ciò che non conosce. Ma l’esperienza gli ha insegnato che quasi tutto si trova da qualche parte all’interno di quel maniero, e che al di fuori molti non trovano quasi nulla. Poiché il maniero non è solo un giardino curato o una fattoria ben organizzata: dentro i suoi confini la caccia e la pesca sono ricche e, come si dice, c’è di che fare un buon bottino.» (p. 78-79).
Altro che sonno dogmatico di hegeliana memoria! Il convertito cattolico ha autentico gusto per la ricerca e l’avventura: « È questo il suo significato [della conversione n.d.r.] proprio come guarire da una paralisi non significa rinunciare a muoversi, ma imparare a farlo. Per la prima volta il convertito cattolico dispone di una base solida per un pensiero chiaro e forte. Ha modo di appurare per la prima volta la verità di qualsiasi questione. Considerando come va il mondo, soprattutto in questo momento, sono gli altri — i pagani e gli eretici — che sembrano possedere ogni virtù tranne quella di un pensiero coerente.» (pp. 79-80).
Interessante è l’osservazione su come gli altri colgono il movimento della conversione e la situazione del convertito: «Quanti si trovano all’esterno stanno lì e vedono, o credono di vedere, il convertito che entra a capo chino in una specie di piccolo tempio che nella loro convinzione internamente è attrezzato come una prigione, se non come una vera a propria camera di tortura. Ma per certo sanno solo che ha attraversato una porta. Ignorano che non è entrato nell’oscurità interiore, ma che è uscito invece nella piena luce. In realtà l’outsider, nella meravigliosa accezione letterale di chi sta all’esterno, è il convertito.» (p. 80 s.).
Così tutte quelle sette antiche o moderne, siano esse religiose o laiche, che professano di «essere un cosmo intero o uno schema di tutte le cose» (p.81). In cui ognuna di esse «sostiene di avere il cielo come cupola o la volta stellata come decorazione» (ivi), non formano oggetto di alcuna attrattiva per il convertito perché «al convertito tutti questi sistemi cosmici sembrano molto più piccoli e persino più semplici del vasto ed equilibrato universo in cui vive. » (p.81).
Per chiarire il concetto Chesterton prende ad esempio l’agnosticismo, la teosofia o buddismo e l’umanitarismo. Quanto alla teosofia commenta: «C’è poi un altro Sistema che viene chiamato teosofia o buddismo; ma egli [il convertito n.d.r.] sa per esperienza che è solo lo stesso tipo di ruota noiosa [l’agnosticismo n.d.r], usata per cose spirituali anziché materiali. Poiché nel suo mondo [la Chiesa Cattolica n.d.r] è libero di fare qualsiasi cosa, persino di andare al diavolo, non vede perché dovrebbe legarsi alla ruota di un semplice destino.» (p. 81 s.)
Conclude Chesterton: « “Dove andrei ora, se lasciassi la Chiesa Cattolica?” Certo da nessuna di queste piccole sette sociali, capaci di esprimere solo un’idea alla volta perché si dà il caso che quell’idea sia di moda in quel momento. La cosa migliore che potrei sperare sarebbe di allontanarmi nei boschi e diventare, non un panteista (poiché anche questa è una noiosa limitazione), ma piuttosto un pagano incline a gridare che qualche particolare vetta alpina o albero fruttifero in fiore è sacro e va venerato. Quello almeno sarebbe ricominciare tutto daccapo, ma alla fine mi riporterebbe allo stesso problema. Se fu ragionevole avere un albero sacro, non fu irragionevole avere un crocifisso sacro; e se la divinità si poteva trovare su una vetta, altrettanto ragionevolmente può trovarsi sotto una guglia. Chi cerca una nuova religione, presto o tardi la trova; e perché dovrei essere scontento di quella che ho trovato? Soprattutto quando, come ho detto all’inizio di questo saggio, è l’unica religione antica che sembra in grado di rimanere nuova.» (p. 82).
In una parola per Chesterton la vera alternativa al Cristianesimo è il paganesimo non le particolari derive del cristianesimo religiose o laiche che siano. Ma come giustamente osserva questo faticoso ritorno appare in qualche modo sterile: «Il paganesimo è meglio del panteismo, poiché paganesimo è libero di immaginare divinità, mentre il panteismo è costretto a fingere, facendo del moralismo, che tutte le cose siano altrettanto divine. Ma non so immaginarmi una divinità abbastanza divina. Se do l’impressione di conoscere quel faticoso ritorno attraverso i boschi, è perché credo di averlo già percorso simbolicamente. Come ho tentato di confessare senza eccessivo egotismo, credo di essere il genere d’uomo che giunge a Cristo dopo aver abbandonato Pan e Dioniso, e non dopo essere stato un seguace di Lutero o di Laud”» (p. 83).
Per Chesterton la conversione, quella vera è dal paganesimo al Cristianesimo il resto non è che ritorno al qual vasto continente che è la Chiesa Cattolica ed il suo pensiero.
«La conversione che comprendo è quella del pagano non quella del puritano; e su quell’antica conversione si fonda l’intero mondo che conosciamo. È una trasformazione molto più vasta e tremenda di qualsiasi cosa che, da molti anni a questa parte, almeno in Inghilterra e in America, sia stata motivo di controversia tra le sette o di divisioni dottrinali. All’apice di quell’antico impero [romano n.d.r] e di quell’esperienza internazionale [l’Ecclesia n.d.r.], l’umanità ebbe una visione. Altre non ne ha avute, escludendo le dispute su quell’unica visione. Il paganesimo era quanto di più grande ci fosse al mondo, ma il cristianèsimo è ancora più grande: in confronto a esso, tutto il resto appare piccolo.» (p. 83).
Con buona pace degli Odifreddi e delle Hack.
lunedì 10 maggio 2010
G. K. Chesterton - considerazioni profetiche - 1
Una prima asserzione profetica: La Chiesa è l'unica a difendere qualsiasi cosa nel momento in cui è stupidamente disprezzata. E già ora sta facendo suo il ruolo di unico campione della ragione nel XX secolo, come nel XIX lo è stata della tradizione. (p. 19).
Già Papa Giovanni Paolo II con il suo lungo magistero, ricordo per tutti i suoi pronunciamenti la splendida enciclica Fides et Ratio, ed ancor più ora, con Papa Benedetto XVI, emerge in tutta evidenza la verità di questa affermazione di Chesterton. Il Magistrale discorso di Ratisbona del 2006 in cui si pone con forza lo stretto legame tra fede e ragione, un legame direi ontologico: "non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio" è certamente, al di là della polemica montatura dei paesi mussulmani, una bella sfida che avrebbe dovuto far riflettere l'Occidente ed il suo presunto "razionalismo" di cui Margherita Hack. Odifreddi e compagnia cantando si beano di rappresentare, quando a bella posta parlano di oscurantismo della fede. Ma su tale tema ho già fatto alcune considerazioni cui rimando (Perchè l'ateismo non è scientifico, ma un atto di fede nel nulla.).
Mi preme qui osservare la luminosità dell'esempio addotto da Chesterton a dimostrazione dell'assunto che la Chiesa è l'unica a difendere qualsiasi cosa nel momento in cui è stupidamente attaccata e sottolineo lo "stupidamente". E qui il mio pensiero corre all'aborto, all'eutanasia, all'eugenetica, al divorzio stesso. Sorprende piacevolmente invece come l'esempio addotto dall'autore è la difesa della "tradizione", tipico argomento dei protestanti (ricorderete il luterano sola scriptura, sola fide).
Giova ricordare che per Chesterton "il marchio della Fede non è la tradizione: è la conversione." (p. 20), dato che il Cattolicesimo è di per sé una novità nel senso che sempre "agisce nel suo ambiente con la forza e la freschezza tipici di una cosa nuova." (p. 13). Anche in questa affermazione c'è un'assonanza con una riflessione di Papa Ratzinger sulla fede: «In quell’epoca [immediatamente dopo il Concilio] io avevo inviato un piccolo lavoro ad Hans Urs von Balthasar, il quale come sempre mi ringraziò immediatamente con un cartoncino ed al ringraziamento aggiunse una frase pregnante che per me divenne indimenticabile: non presupporre, ma proporre la fede. Fu un imperativo che mi colpì. L’ampio spaziare in nuovi campi era buono e necessario, ma solo a partire dal presupposto che esso stesso traesse origine dalla luce centrale della fede e da questa luce fosse sostenuto. La fede non ha permanenza di per se stessa. Non la si può mai semplicemente presupporre come una cosa già in se conclusa. Deve continuamente essere rivissuta. E poiché è un atto, che abbraccia tutte le dimensioni della nostra esistenza, deve anche essere sempre ripensata e sempre di nuovo testimoniata» (da La fede della Chiesa di Roma, dell’allora cardinal Joseph Ratzinger, durante il Sinodo Romano, il 18 gennaio 1993, relazione tenuta per presentare il Catechismo della Chiesa Cattolica. Il testo è apparso sui Quaderni-Nuova Serie del Sinodo Romano, n.2, Vicariato di Roma, 1993, pp. 67-73).
La tradizione è dunque la possibilità della ripresa per il singolo, del farsi contemporaneo con Cristo, della sequela personale in una compagnia che è la Chiesa Cattolica.
Tornando alle osservazioni di Chesterton circa "il disinteresse del XIX secolo per la tradizione e la sua fissazione per i documenti" egli conclude che sono entrambe "assurdi" (p. 19). Il paragone addotto è adamantino nella sua arguzia: "Era come dire che gli uomini mentono sempre ai bambini, ma non sbagliano mai nello scrivere i libri." (p.19 s.).
Infatti se come dicono i protestanti la tradizione cattolica (la Chiesa Cattolica) ha adulterato, falsificato, il vero significato della Sacra Scrittura (il che equivale a dire "gli uomini mentono sempre ai bambini") come mai gli stessi uomini, la Chiesa Cattolica, (dato che, come osservava Tertulliano nella Prescrizione contro gli eretici, essi l'hanno scritta, a loro appartiene) quando scrive non mente? (il che equivale "ma non sbagliano mai nello scrivere i libri?"). Sembra un'ovvietà eppure di questi "errori palesi" è zeppa l'acrimonia anti-cattolica.
Del resto è evidente che chi comincia a minare la bona fide della tradizione, ad ingenerare una cultura del sospetto, prima o poi arriva a minare le sue stesse basi: quelle della Scrittura. E' evidente il pantano in cui versa l'attuale esegesi biblica.
Osserva a tal proposito Chesterton: "Perchè mai l'uomo della strada dovrebbe dire che un particolare rotolo non è una stupidaggine, bensì l'unica verità sulla base della quale ogni altra cosa cosa va condannata? Perchè venerare i rotoli non dovrebbe essere altrettanto supestizioso che venerare le statue di quella particolare processione?" (p. 28), dato che si tratta di un rotolo "che era sempre appartenuto a loro e che aveva sempre fatto parte dei loro trucchi, se di trucchi si trattava?" (ivi). Anche qui evidenti sono le allusioni agli argomenti "irragionevoli" della critica protestante alla Chiesa Cattolica detentrice di tutti i trucchi, quindi compreso il rotolo (la Sacra Scrittura) per ingannare il popolo.
Anche qui il pensiero corre spontaneo alle considerazioni che Papa Benedetto XVI fa sull'esegesi moderna nel suo libro "Gesù di Nazareth" commentate da Julián Carròn, responsabile di Comunione e Liberazione, (in una relazione di cui consiglio la lettura integrale):
«Esattamente questa è l’ingannevole impressione che grava culturalmente su tutti noi: che di Gesù possiamo sapere poco, e che siamo addirittura ingenui nel credere ancora nella verità di questa figura! Continua il Papa: “questa impressione, nel frattempo è penetrata profondamente nella coscienza comune della cristianità” (p. 8). Tanti cristiani non hanno mai letto questi libri, ma è come se il virus di questo sospetto fosse entrato dentro di loro. Come esemplificazione di quest’ultima affermazione, permettetemi di raccontarvi un episodio che mi è capitato tanti anni fa quando facevo lezione di religione in un liceo madrileno. Dopo un excursus introduttivo, mi accingevo a presentare i documenti che raccontano le origini del cristianesimo. E scrissi sulla lavagna la parola Vangeli. Avevo appena finito di scriverla quando un alunno chiese la parola e intervenne: “Un momento. I Vangeli non sono documenti da cui possiamo imparare qualcosa di certo su Gesù. Sono soggettivi, li hanno scritti i cristiani”. Nel suo linguaggio questo significava che poiché quei documenti erano stati scritti dai cristiani non potevano servire per conoscere la verità storica e oggettiva delle origini cristiane. Gli risposi: “Allora, secondo te l’atteggiamento più adeguato di fronte alla realtà è il sospetto?”. “Certo”, rispose. E si unirono a lui altri compagni. Allora dissi: “Se l’atteggiamento più adeguato di fronte alla realtà è il sospetto, questa mattina quando tua mamma ti ha messo in tavola il caffè per colazione, le avrai detto: mamma, se prima non lo fai analizzare chimicamente e mi dimostri che non è avvelenato non lo bevo”. Ricordo ancora perfettamente l’espressione del mio allievo mentre, tra l’arrabbiato e il sorpreso per la mia provocazione, alzò le braccia dicendo: “Ma se è da sedici anni che vivo con mia madre!”. “Allora”, obiettai, “ci sono delle occasioni in cui l’atteggiamento di fronte alla realtà non è il sospetto, vero?”. Il ragazzo rimase un po’ imbarazzato. E io continuai: “Ebbene, qual è la differenza tra l’atteggiamento che hai di fronte ai Vangeli (come hai reagito di fronte alla parola Vangeli che ho scritto sulla lavagna) e l’atteggiamento che hai di fronte alla tazza di caffè? Che ti poni di fronte ai Vangeli senza avere sedici anni di convivenza alle spalle, mentre di fronte alla tazza di caffè ti metti con sedici anni carichi di ragioni, le quali ti danno la certezza che tua madre non ha messo del veleno nel caffè”. Questo episodio, che ho raccontato poi tante volte, mi ha fatto comprendere che l’unica posizione ragionevole di fronte ai documenti del Nuovo Testamento, ai Vangeli, è quella che ci ha insegnato la Chiesa, la quale si accosta a essi come il mio allievo alla tazza di caffè: mediante un’esperienza di convivenza nel presente con l’avvenimento cristiano. Chi ha questa esperienza, come il ragazzo con la mamma, quando si accosta ai Vangeli, non è in una posizione ingenua – non è che il mio allievo fosse un ingenuo di fronte alla tazza di caffè, aveva sedici anni pieni di ragioni per avvicinarsi alla tazza di caffè senza alcun sospetto, per cui avrebbe potuto dire, in analogia con Pietro: “Se non credo a mia mamma, non posso credere a quello che vedono i miei occhi” – ma in una posizione carica di ragioni, accumulate durante una convivenza nel tempo. Altro che illusione! Chi ha questa esperienza, si accosta ai Vangeli e scopre quella corrispondenza che cresce con la convivenza nel tempo.».
domenica 7 marzo 2010
Perchè l'ateismo non è scientifico, ma un atto di fede nel nulla
Quello che afferma Zichichi è molto semplice, quasi un uovo di colombo ... peccato che, come dice un vecchio adagio popolare, "non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire"!
L'occasione dell'intervento di Zichichi è stato un pubblico dibattito tra il Vescovo di Verona, Mons. Giuseppe Zenti, e l'astrofisica Margherita Hack riportato sempre ne Il Giornale del 21/01/2010.
Una delle affermazioni della Hack, riportate nell'articolo citato, ci può aiutare a capire "i sordi con non vogliono sentire": «Dio è la più comoda delle rispose per spiegare il mistero che ci circonda. È l’invenzione con cui l’uomo spiega quello che la scienza non chiarisce. Siccome dispiace morire, fa piacere credere in un aldilà. Nell’antichità non si conosceva nulla dell’universo e lo si popolava di dei. Ora che la scienza ha scoperto grandissime verità, lo spazio di Dio si restringe. Com’è possibile che una zuppa di particelle elementari si sviluppi fino a diventare un organo come il cervello umano, più complesso di qualsiasi galassia? Non lo so, ne resto meravigliata ma non voglio spiegarmelo con la scorciatoia di un dio. Io non credo perché non ne ho ragioni scientifiche. Mi sembra un’idea assurda».
Dunque Dio, per la Hack, è la "scorciatoia", per altro "comoda", in assenza di verità scientifiche capaci di darci ragione di ciò che osserviamo.
Alcune osservazioni in merito:
- Il Dio Cristiano è totalmente altro dalle divinità delle religioni naturali. La prova è proprio la civiltà unica ed originale che si è sviluppata grazie all'accoglienza di questa Rivelazione che è lo stesso Gesù Cristo morto e Risorto.
- La scienza nasce proprio grazie all'antropologia ed alla cosmologia cristiana. Come ci ricorda Zichichi, è il cattolico Galileo Galilei il fondatore della scienza moderna. E la scienza per Galilei nasce dalla convinzione che Dio parla all'uomo con due libri: le Scritture e la Natura con le sue rigorose leggi.
- La scienza non inventa ma scopre le leggi che reggono l'universo e le può scoprire proprio perchè una logica rigorosa regge tutto l'universo.
- Come giustamene osserva Zichichi, questa logica rigorosa che regge l'universo "nessuno sa dedurla dal caos".
- Dio non può essere scientificamente dimostrato come vorrebbero "scioccamente" gli atei. Se così non fosse Dio sarebbe meno che la scienza (sarebbe un suo oggetto) o tuttalpiù la scienza stessa. Dio invece per il credente cristiano è più dell'intero universo e totalmente altro dall'universo stesso.
- Al contrario il cristiano crede, ragionevolmente, che l'universo sia un "pensiero" di Dio. La scienza, dimostrando che tutto l'universo è retto da leggi rigorose e coerenti, dà in qualche modo ragione o se volete "ragionevolezza" alla fede nel Dio di Gesù Cristo.
- L'ateismo non è quindi "scientifico", nel senso espresso dalla Hack e seguaci, come non lo è la fede in Dio. Ma l'ateismo è in contraddizione con la scienza postulando e non dimostrando il caos come principio delle rigorose leggi che reggono l'universo.
- Nella frase qui riportata la Hack conclude: "Io non credo perché non ne ho ragioni scientifiche. Mi sembra un’idea assurda". Mi chiedo: quali sarebbero le ragioni scientifiche che reggono l'ateismo della Hack? Il caos? Quanto c'è di scientifico nell'affermazione che dal caos si generi in maniera irreversibile un ordine?
Per quanto sin qui detto l'unica "idea assurda" è proprio quella di una scienziata che arriva a negare, con la "comoda scorciatoia" del "caos", quanto il metodo di indagine scientifica in qualche modo rende più probabile ed anche più stimolante: ovvero che dietro l'universo ci sia Qualcuno piuttosto che il nulla.
L'ateismo, in realtà, con la sua opzione per il nulla è nint'altro che un atto di fede, un "partito preso", a scapito della stessa verità scientifica.
domenica 13 dicembre 2009
Ragione e razionalismi
La riflessione di Guardini apre uno squarcio sull'odierna crisi della ragione. E' tempo di pensiero debole, ovvero della debolezza del pensiero, della rinuncia alla ricerca della verità in favore dell'opinione, della "dittatura del relativismo", per dirla con Papa Benedetto XVI.
Questa apertura al "mistero", all'oltre, fa della ragione umana qualcosa di veramente grande! Tutta la scienza semplicemente non sarebbe se non ci fosse proprio quell'andare oltre, quell'indagare a partire non da sé ma dallo stupore di ciò che ci si pone innanzi!
Non a caso un grande scienziato come Antonino Zichichi osserva come la scienza sia nata in ambiente cattolico con Galileo Galilei. Un fenomeno del genere non è osservabile in nessun altra cultura. E la ragione risiede proprio nel fatto che è il cristianesimo ad associare il logos a Dio stesso (cfr. Gv. 1).
Il Cristiano crede in un Dio razionale, capace cioè di creare il mondo e l'uomo secondo precise leggi e che l'uomo, creato a sua immagine e somiglianza, partecipa di questa ragione.
Nell'omelia dell'Epifania 2009 Papa Benedetto XVI affermando che "E' l'amore divino, incarnato in Cristo, la legge fondamentale e universale del creato" continua: "Questo significa che le stelle, i pianeti, l'universo intero non sono governati da una forza cieca, non obbediscono alle dinamiche della sola materia. Non sono, dunque, gli elementi cosmici che vanno divinizzati, bensì, al contrario, in tutto e al di sopra di tutto vi è una volontà personale, lo Spirito di Dio, che in Cristo si è rivelato come Amore (cfr Enc. Spe salvi, 5).". E ancora "Il pensiero cristiano paragona il cosmo ad un "libro" - così diceva anche lo stesso Galileo -, considerandolo come l'opera di un Autore che si esprime mediante la "sinfonia" del creato."
Ricorda ancora lo scienziato Zichichi : "la scienza dice che non siamo figli del caos. Siamo figli di una logica rigorosa che noi studiano, se questa logica non esistesse io sarei disoccupato, non esisterebbero i grandi laboratori scientifici. Se c'è una logica deve esserci un autore di questa logica, ecco perché scienza e fede non sono nemiche. Perché fede vuol dire credere in Colui che ha fatto il mondo. Nel dire questo io non faccio una dichiarazione scientifica, parlo da uomo di fede. Ma lo scienziato che parla di fede non è che va contro la scienza. Se non ci fosse la scienza non avremmo alcuna argomento contro i nostri amici atei per dire: guarda che l'ateismo è un atto di fede nel nulla, non è un atto di ragione. Il fatto che le grandi scoperte scientifiche siano tutte avvenute, tutte, in modo totalmente inaspettato corrobora quanto da Galilei previsto, cioè che Colui che ha fatto il mondo è più intelligente di tutti: filosofi, pensatori, logici, matematici, inclusi noi fisici. Ecco perché dobbiamo verificare sperimentalmente in modo riproducibile quelle cose alle quali ad un certo punto pensiamo di essere arrivato studiando in modo rigoroso la logica di colui che ha fatto il mondo."
Il vero oscurantismo è allora ogni riduzione assolutizzante della ragione in se stessa. Con ciò la Ragione finisce tragicamente nell' "ismo": illuminismo, razionalismo, fascismo, comunismo, gnosticismo (oggi new age), ecc.
La caratteristica di tutti gli "ismi" è la riduzione del reale a ciò che può essere com-preso dalla ragione, trascurando, come abbiamo osservato più sopra che non è la ragione a porre il reale. Tutto l'odierno pensiero occidentale è infatti permeato dal presupposto opposto: tutto il reale è razionale e tutto ciò che non è razionale semplicemente non è reale per dirla con Hegel.
Ecco perché Hegel, e con lui gran parte del pensiero che da lui discende sia esso di destra che di sinistra, può ancora essere considerato un erede dello gnosticismo: La riduzione del mistero della redenzione e della storia di Gesù di Nazaret ad evento eterno, a movimento eterno della verità. (cfr. Gaetano Lettieri,). Paradossalmente però, oggi è proprio chi si erge a grande difensore della "Ragione" che la nega ad ogni pie sospinto. Gli attacchi alla dignità della persona umana dal concepimento fino alla sua morte (manipolazione genetica,aborto, eutanasia), lo stesso tentativo di negare la differenza biologia tra sessi introducendo il concetto di orientamento sessuale dimostra come la troppa "scienza" possa dare di volta al cervello!