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martedì 17 febbraio 2026

Una riflessione di Papa Benedetto XVI: la Chiesa ritrovi se stessa "demondanizandosi"

Sul quotidiano La Verità di oggi 17 febbraio 2026 Francesco Borgonovo presenta un inedito di Joseph Ratzinger veramente interessante. Gli ecclesiastici oltre che i singoli fedeli laici debbono tornare ad essere consapevoli che la Chiesa è il punto di innesto dell'Eterno nel tempo. In Cristo l'Eterno è entrato nel tempo e questo fatto che costituisce il punto focale della storia rischia di non essere più evidente se la Chiesa nei suoi membri e nella sua prassi si conforma alle ideologie mondane. La fine della cristianità  (leggasi anche il saggio di Chantal Delsol - La fine della cristianità e il ritorno del paganesimo, Ed. Cantagalli), non è la fine della Chiesa Cattolica né del cristianesimo. Ratzinger con lucidità indica una via per la ripresa della missione della Chiesa - che ne è pure la sua ragion d'essere - quella di andate in tutto il mondo e proclamare il Vangelo a ogni creatura (cf Mc 16,15).

(N.B. Grassetti e sottolineature dell'articolo sono miei)

Quando il sacro si fa ovvio, evapora

Ratzinger lo aveva capito nel 1958

Pubblicata un’antologia (con un testo inedito) del papa tedesco. Colpisce la chiaroveggenza: «L’Occidente si è identificato col cristianesimo. Ma questo ha reso la religione banale. Serve tornare comunità di credenti»

di FRANCESCO BORGONOVO

    Fa quasi spavento notare quanto del mondo di oggi avesse compreso e intravisto Joseph Ratzinger già nel 1958. Pubblicò quell’anno un intervento intitolato «I nuovi pagani e la Chiesa», ora ristampato nel volume antologico La fede del futuro. Il futuro della Chiesa, pubblicato da Cantagalli e impreziosito da un testo inedito. Quell’articolo del giovane teologo contiene già il cuore pulsante del pensiero ratzingeriano sulla «demondanizzazione». Cioè un processo che, per quanto faticoso, la Chiesa ha bisogno di affrontare per rispondere con forza alle esigenze di questo tempo e per continuare al meglio la sua missione. Scandalosa, la demondanizzazione, eversiva quasi, soprattutto alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni, con una Chiesa che ha cercato di inseguire il mondo, di adattarvisi per compiacerlo. Ratzinger ne illustrò il senso nel 2021 nel corso di una intervista concessa a Tobias Wintsel: «L’espressione demondanizzazione esprime la parte negativa del processo che mi sta a cuore», disse, «e cioè distaccarsi dalle parole e dalle strettoie di una data epoca per raggiungere la libertà e la vastità della fede. Questo pensiero in sé mi divenne sempre più chiaro nel mio anno a Bogenhausen e l’ho esposto alla fine dei miei anni a Frisinga, nell’articolo “I nuovi pagani e la Chiesa”, ottenendo un’eco inaspettata. La mia esperienza durante l’anno a Bogenhausen mi aveva mostrato come per molti la fede si fosse ridotta a consuetudine, e anche come molte delle funzioni che riguardavano la struttura e la vita della Chiesa fossero esercitate da persone che non condividevano affatto la fede della Chiesa. Così la loro testimonianza in molti casi non poteva non apparire discutibile. Fede e incredulità erano spesso mescolate in un modo singolare e questo, prima o poi, sarebbe necessariamente emerso e avrebbe provocato un crollo che alla fine avrebbe sommerso la fede. Mi sembrava che occorresse una distinzione. Ma non si poteva né si doveva pensare a una nuova Chiesa di soli santi: che questo pensiero, così ricorrente nella storia, sia un sogno errato, puntualmente contraddetto dalla realtà, mi era chiaro».

    Nel suo potentissimo articolo giovanile, Ratzinger illustrava brevemente alcuni dati di realtà. E cioè che la Chiesa nata dalle prime comunità cristiane era giunta, nel Medioevo, a coincidere con il mondo, regolandone tempi e modi. «Nel Medioevo però le cose già cambiarono per il fatto che Chiesa e mondo si identificarono e così in fondo essere cristiano non fu più una decisione personale, quanto piuttosto un dato politico-culturale», scriveva Ratzinger. «Ci si aiutò con il pensiero che Dio alla fin fine si era scelto proprio questa parte della terra; la specifica coscienza cristiana ora divenne, al contempo, una coscienza di elezione politico-culturale. Dio aveva scelto proprio questo mondo occidentale. Oggi è rimasta l’estrinseca sovrapposizione di Chiesa e mondo; la convinzione, invece, che in questo modo - nell’involontaria appartenenza alla Chiesa - si nasconde anche una speciale grazia di Dio, un’eterna realtà di salvezza, è caduta. La Chiesa è, come il mondo, un dato della nostra specifica esistenza occidentale e dunque, come quel particolare mondo a cui apparteniamo, un dato del tutto casuale. Quasi nessuno, perciò, crede realmente che da questo dato di fatto del tutto casuale di natura culturale e politica che si chiama Chiesa possa dipendere una specie di salvezza eterna. Per l’uomo occidentale la Chiesa più o meno è, di fatto, un mero pezzo di mondo assolutamente casuale: essa, proprio per la sua sovrapposizione con il mondo (che estrinsecamente si è mantenuta), ha perso la serietà della sua pretesa».

    Questo è il dramma che la Chiesa cattolica vive ancora oggi. Come uscirne? Ratzinger non auspicava chissà quali svolte settarie. Allo stesso tempo, però, non addolciva la purga: «Alla lunga», spiegava, «non può essere risparmiato alla Chiesa di smantellare pezzo per pezzo la sua apparente sovrapposizione con il mondo e tornare a essere quello che è: comunità dei credenti. Di fatto la sua energia missionaria non potrà che crescere grazie a queste perdite esteriori: solo se smette di essere qualcosa di ovvio e a buon mercato, solo se ricomincia a presentarsi per quello che è, potrà raggiungere con il suo messaggio l’orecchio dei nuovi pagani che finora potevano cullarsi nell’illusione di non essere pagani. Naturalmente il ripiegamento da tali posizioni esteriori porta con sé anche la perdita di notevoli vantaggi, che l’attuale intreccio della Chiesa con la realtà pubblica senza dubbio produce. Si tratta di un processo che, con o senza la collaborazione della Chiesa, avanza da sé, e al quale si deve dunque adattare».

    Insomma, partita come piccolo gregge, la Chiesa è arrivata in Occidente a identificarsi con il mondo. Ma «oggi questa sovrapposizione è solo un’apparenza che copre la vera natura della Chiesa e del mondo e in parte impedisce alla Chiesa la sua necessaria attività missionaria. Così presto o tardi, con o senza il consenso della Chiesa, si realizzerà, dopo il cambiamento di struttura interno, anche un cambiamento esterno in direzione del pusillus grex. La Chiesa deve fare i conti con questo dato di fatto in modo tale da procedere in modo più circospetto nella prassi sacramentale e nell’annuncio, da distinguere tra annuncio missionario e annuncio ai credenti; il singolo cristiano dovrà tendere in modo più deciso a una fraternità di cristiani e nello stesso tempo aspirare a dimostrare la sua vicinanza al prossimo non credente attorno a lui in un modo veramente umano e così profondamente cristiano».

    In buona sostanza l’Occidente moderno è pagano, non più cristiano. Per questo la Chiesa dovrebbe demondanizzarsi proprio per risultare più efficace nel mondo. Non chiudersi, ma rafforzarsi, tornare a presentarsi come via di salvezza e non come una fornitrice di morale come tante. «Per il cristiano di oggi», notava Ratzinger, «è diventato inimmaginabile che il cristianesimo, più precisamente che la Chiesa cattolica possa essere l’unica via di salvezza; in questo modo l’assolutezza della Chiesa, e anche la serietà della sua pretesa missionaria, anzi tutte le sue esigenze sono diventate intrinsecamente discutibili» .

    Questo percorso iniziato nel 1958 è proseguito per tutta la vita di Ratzinger. Nel 1969 il futuro papa scriveva che «gli uomini di oggi percepiscono la forma della fede come un peso; ma allo stesso tempo sono animati dall’esigenza di essere credenti. [...] Proprio oggi, per quanto paradossale possa suonare, c’è una nostalgia della fede: è evidente che il mondo della pianificazione e della ricerca, del calcolo esatto e della sperimentazione da solo non basta. In fondo ci si vuole liberare da esso tanto quanto dalla vecchia fede, il cui contrasto con il sapere moderno la fa diventare un peso opprimente». «L’uomo che si vuole limitare alla conoscenza sperimentale in senso stretto», proseguiva Ratzinger, «cade nella crisi della realtà, di conseguenza perde la verità. C’è in lui il grido che chiede la fede e che l’attuale momento storico non riesce a sopprimere, ma anzi rende più drammatico. C’è il grido che domanda liberazione dal carcere del positivismo, e c’è naturalmente anche il grido di liberazione da una forma di fede che la rende un peso, invece di essere la forma della libertà».

    Ed eccoci al nocciolo di tutte le questioni. Come fa la fede a tornare libera? Non temendo di annunciare la Verità. Non adattandosi al mondo, ma ribadendo ciò che lo trascende e resta sempre vero. In questo modo ci si libera dai condizionamenti terreni, dalle piccinerie di ogni giorno. Certo è una via impervia, perché può richiedere sacrifici (chi si presenta come annunciatore della verità non ha vita facile), ma è l’unica che abbia senso praticare. Annunciare la verità non significa, però, credersi eletti o illuminati. Anzi, vuole dire soprattutto riconoscere il bisogno di salvezza che si ha. La fede è questo: affidarsi fiduciosi a chi salva. E dunque atto fondamentale è la preghiera. «In termini generali la preghiera è l’atto religioso fondamentale», dice Ratzinger nel suo testo inedito del 2021. «È in qualche modo il tentativo di entrare concretamente in contatto con Dio. La peculiarità della preghiera cristiana sta nel fatto che si prega insieme a Gesù Cristo e al contempo si prega Lui. Gesù è in egual misura uomo e Dio e può così essere il ponte, il pontifex, che rende possibile superare l’abisso infinito tra Dio e uomo. In questo senso Cristo è, generalmente parlando, la possibilità ontologica della preghiera. Ma egli è poi anche la guida pratica alla preghiera». La preghiera è gesto fondamentale di «demondanizzazione»: rende la fede libera e viva, la distingue dai rituali stanchi.

    «La preghiera cristiana, in quanto pregare insieme a Gesù Cristo, è sempre ancorata nell’Eucaristia, conduce a essa e all’interno di essa. L’Eucaristia è la preghiera compiuta con tutto l’essere. Essa è la sintesi di critica al culto e di vero culto. In essa Gesù ha fatto suo il no al puro parlare e il no ai sacrifici animali e ha messo al loro posto il grande si della sua vita e della sua morte. Così l’Eucaristia rappresenta la definitiva critica al culto e al contempo il culto nel senso più ampio del termine. Lo hanno bene evidenziato i Padri, da un lato caratterizzando il paganesimo come consuetudo, come consuetudine, dall’altro caratterizzando il cristianesimo come un pregare». In un mondo divenuto pagano, non resta che la preghiera come via di salvezza. Consapevoli che nulla rende più liberi della verità.

lunedì 8 luglio 2019


Scusatemi ma le analisi di Diego Fusaro sul nuovo ordine erotico che la cultura liberal, dominante in tutto l’Occidente ci sta propalando come unica verità globale, mi intrigano moltissimo e vorrei farvene partecipe nella speranza che vi incuriosiscano e che vi portino a comperare e leggere tutto il libro.
È evidente che l’ ”oggi” in cui siamo immersi non nasce a caso né dal nulla. È il portato di ideologie di élite culturali che datano secoli addietro e che progressivamente dai libri sono divenuti prassi di un “capitalismo” che pare aver trovato nella scienza e nella tecnica gli strumenti efficaci per il dominio globale dell’umano e del reale ridotto a cosa manipolabile, bruta fatticità o fattualità che dir si voglia.  Diviene così evidente, come afferma Remì Brague, la sostanza nichilista di questa “Europa moderna” che con tanta acredine combatte populisti e sovranisti cioè persone che non si rassegnano ad essere “liquefatte” nella logica/dinamica dell’ “uomo precario” e che non si rassegnano all’incapacità di questo “nuovo ordine mondiale”  di guidare la ricerca umana di senso di ciascuno.
Perché vi invito alla lettura di questo lungo brano del libro di Diego Fusaro? Semplicemente perché spero che possiamo tutti prendere consapevolezza che la questione della dissoluzione della famiglia e di ogni “ordine morale”,  che la “genderizzazione” vuole imporre con la dittatura del considerare omofobo chi non si adegua, è “passione da utili idioti”., cioè una passione nichilista, distruttiva! Che che se ne dica ci stiamo estinguendo.
Come afferma Remì Brague: «tutta un’antropologia è in gioco. Si è potuto definire la modernità come il tentativo di liberarsi sia dell’Antichità pagana che del cristianesimo giocandoli l’uno contro l’altro. Lo stesso avviene per i due modelli antropologici che la hanno preceduta. Contro il cristianesimo, la modernità dispiega il naturalismo. Per lei, l’uomo è un puro prodotto della natura, il che le consente di rigettare l’autorità divina. Ma al tempo stesso, contro il paganesimo, l’uomo moderno continua a rivendicare l’eredità biblica e la sua missione di sottomettere e dominare la terra. Perciò deve sostenere di essere qualcosa di più degli esseri naturali. In una parola, l’uomo moderno pretende di essere natura, senza tuttavia avere natura.
Niente lo colloca più nell’essere, niente lo afferma nella sua legittimità se non se stesso. Cioè un nulla. «Ho fondato la mia causa su nulla», questa frase di Max Stirner potrebbe servire da insegna all’uomo moderno.
È questo uomo moderno che popola l’Europa di oggi o che in ogni caso le dà il tono. È lui che tiene le leve del comando, nell’economia come nella politica nazionale o di Bruxelles. È lui che, spesso senza saperlo, controlla la coscienza dei popoli europei, facendo loro vedere le cose attraverso le proprie categorie. (…) Si vedono comparire statistiche inquietanti che riguardano la sopravvivenza stessa dell’umanità. Quanto all’Europa, la Commissione di Bruxelles ha lanciato l’idea che, per conservare il livello di vita, sarebbe necessaria una immigrazione massiccia. L’Europa è chiamata a vivere sempre di più sotto perfusione. E sotto perfusione da popoli che hanno conservato credenze e pratiche pre-moderne. L’Europa potrà dunque sopravvivere solo se il resto dell’umanità non ne adotterà i costumi. La “dialettica dell’Illuminismo” cara alla scuola di Francoforte trova qui una concreta realizzazione: la speranza di sopravvivenza del modo di vita moderno risiede proprio nel fallimento del suo progetto, che era di innalzare fino a sé l’umanità intera.»
C’è di che pensare! È possibile uscirne vivi? Sono certo di si, nella misura in cui diveniamo tutti consapevoli della posta in gioco e divenuti tali ci rendiamo conto che non siamo soli (che che ne dica Vasco)!
C’è speranza, si, c’è la Speranza che è Cristo Gesù e la sua Chiesa, Suo prolungamento nella storia!
Può sembrare poca cosa, tenendo conto degli attacchi furiosi che questa istituzione divina sta subendo. Certo come ha fatto notare Benedetto XVI con la sua recente nota “la Chiesa e lo scandalo degli abusi sessuali” c’è del marcio anche lì ma la verità di questo marcio non è la pedofilia - che semmai ne è un effetto! - ma la mancanza di fede! Scrive Benedetto XVI «In primo luogo direi che, se volessimo veramente sintetizzare al massimo il contenuto della fede fondata nella Bibbia, potremmo dire: il Signore ha iniziato con noi una storia d’amore e vuole riassumere in essa l’intera creazione. L’antidoto al male che minaccia noi e il mondo intero ultimamente non può che consistere nel fatto che ci abbandoniamo a questo amore. Questo è il vero antidoto al male. La forza del male nasce dal nostro rifiuto dell’amore a Dio. È redento chi si affida all’amore di Dio. Il nostro non essere redenti poggia sull’incapacità di amare Dio. Imparare ad amare Dio è dunque la strada per la redenzione degli uomini. (…) Una società nella quale Dio è assente - una società che non lo conosce più e lo tratta come se non esistesse - è una società che perde il suo criterio. Nel nostro tempo è stato coniato il motto della «morte di Dio». Quando in una società Dio muore, essa diviene libera, ci è stato assicurato. In verità, la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché viene meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvisa mente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia.
Teorizzata ancora non troppo tempo fa come del tutto giusta, essa si è diffusa sempre più. E ora, scossi e scandalizzati, riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commettono cose che rischiano di distruggerli. Che questo potesse diffondersi anche nella Chiesa e tra i sacerdoti deve scuoterci e scandalizzarci in misura particolare.
Come ha potuto la pedofilia raggiungere una dimensione del genere? In ultima analisi il motivo sta nell’assenza di Dio. Anche noi cristiani e sacerdoti preferiamo non parlare di Dio, perché è un discorso che non sembra avere utilità pratica. Dopo gli sconvolgimenti della Seconda guerra mondiale, in Germania avevamo adottato la nostra Costituzione dichiarandoci esplicitamente responsabili davanti a Dio come criterio guida. Mezzo secolo dopo non era più possibile, nella Costituzione europea, assumere la responsabilità di fronte a Dio come criterio di misura. Dio viene visto come affare di partito di un piccolo gruppo e non può più essere assunto come criterio di misura della comunità nel suo complesso. In questa decisione si rispecchia la situazione dell’Occidente, nel quale Dio è divenuto fatto privato di una minoranza.»
Leggiamo ora Fusaro, un punto di vista non certamente confessionale, che fa largo uso di critica neo-marxiana al sistema global-capitalistico, ma che pure apre stimoli molto interessanti.
«Il precariato sentimentale
«Una vogliuzza per il giorno e una per la notte, salva restando la salute. “Noi abbiamo inventato la felicità” dicono gli ultimi uomini e strizzano l’occhio.»
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra
Al di là delle pur rilevanti differenze essenziali, ἔρως e ἀγάπη presentano, come tratto in comune, la donatività generosa e l’altruismo, dunque la rivendicata opposizione all’economia dello scambio e all’egoismo individualistico. L’io che ama si espande donandosi all’amato, affinché quest’ultimo liberamente e integralmente sia nella propria plenitudo essendi.
È anche per via della particolarità legata al nome proprio dell’amato che non si dà ragione che valga a spiegare la locuzione «ti amo», la quale sfugge alla presa di ogni possibile definizione. Di più, si risolve in quella forma tautologica che, condensabile nell’espressione «ti amo perché ti amo», rappresenta in modo adamantino il carattere resistente a ogni omologazione proprio dell’esperienza veritativa dell’amore.
Anche in ciò si dà una niente affatto marginale inimicizia tra l’amore e la logica illogica dell’economico assolutizzato in misura planetaria. Il capitalismo globale si pone, per sua essenza, come ideologia del medesimo e, di conseguenza, come livellamento omologante degli essenti sotto il segno della forma merce: non conosce nomi propri.
Non si rivolge a nessuno in particolare e, di più, si regge sulla neutralizzazione del nome proprio, poiché il suo riferimento è il profilo omologato e indifferenziato su scala planetaria del consumatore universale, unità seriale che eroga forza lavoro e consuma compulsivamente merci circolanti.
Nella civiltà massificata della neobarbarie tecnicizzata, ciascuno vive come si vive, pensa come si pensa e consuma come si consuma.
Anche per questo, l’amore come unità duale dei nomi propri aspirante all’eterno è sempre più massicciamente sciolta nel panconsumismo sessuale degli atomi unisex e anonimi, consumatori indifferenziati che solo cercano il proprio godimento istantaneo in forma di merce disponibile.
In modo diametralmente opposto, come già si è adombrato, l’amore è sempre amore per il nome proprio, che non si lascia universalizzare, né ridurre a cosa. Da una diversa prospettiva, in antitesi con il regno delle merci, ove prevalente è la quantità degli essenti disponibili e serialmente sostituibili, nella dimensione dell’amore trionfa la qualità della persona unica e ad altro incommensurabile.
Esso fa irrompere l’esperienza dell’unico insostituibile, del nome proprio autentico e a null’altro rapportabile: che non può essere comprato né scambiato, venduto né ceduto.
Le merci difettose, diverse da quelle ordinariamente perfette, sono inappellabilmente destinate a essere sostituite e rottamate. Nel regno dell’amore, in modo diametralmente opposto, non si ama la perfezione o una specifica qualità dell’amato: lo si ama tutto, persino nei suoi difetti, quand’anche a farci innamorare sia sempre «il non so che» (le je ne sais quoi), come lo chiamava Montesquieu.
L’amato è, appunto, unico e insostituibile. Ed è per questo che respingeremmo in forma apriorica e incondizionata l’idea di un suo possibile miglioramento o, a maggior ragione, di una sua sostituzione con un altro «migliore» rispetto a lui. E se non v’è attributo che basti a rendere ragione di cosa amiamo dell’altro, ciò dipende dal fatto che quel che amiamo è irriducibile ad attributi singoli.
Da una diversa prospettiva, non amiamo l’altro per «qualcosa» che esso specificamente è, ma per il suo essere, per la totalità particolare che è o, come direbbe Lacan, per il suo nome proprio.
L’omologazione universalizzante del regno planetarizzato delle merci non può conciliarsi con lo spazio dell’autenticità dell’insostituibile sentimento personale d’amore: le merci possono essere infinitamente rimpiazzate, secondo una sequenza seriale potenzialmente infinita. Per parte sua, l’amato è unico, è un tu che non può essere liberamente e discrezionalmente sostituito da un altro analogo.
Ancora una volta, non desta meraviglia che, al tempo del capitale assoluto, la relazione autenticamente amorosa tenda in misura vieppiù crescente a essere annullata a favore del godimento cinico e mercificato: che, secondo la norma del «cattivo infinito» del plusgodimento neolibertino, rende ogni relazione «consumata» analoga alle strategie della sfera della circolazione delle merci. Ogni rapporto, in coerenza con il principio della prestazione occasionale e del consumismo erotico, non è né unico, né insostituibile, ma sempre pronto a essere celermente rimpiazzato da un altro e, più precisamente, dal prossimo nella sequenza temporale.
La temporalità lineare-accelerata del mondo delle merci, dove l’inseguimento febbrile del nuovo, al ritmo incalzante della moda, coesiste aporeticamente con l’eterno ritorno zarathustriano del medesimo, ossia con la sempre rinnovata ripetizione, potenzialmente illimitata, del gesto nichilistico del consumo, è anche quella che contraddistingue le nuove figure alienate dell’eros al tempo del capitalismo flessibile.
La specifica irruzione dell’evento amoroso, che scombina l’ordine del tempo e aspira a darsi la forma del durare eterno e della fedeltà all’insostituibilità dell’unico, sempre più è dissolta a favore della nuova logica dell’erotica capitalistica dello scorrimento illimitato e onnidirezionale delle merci.
Tale erotica fa essa stessa coesistere, come nell’ambito del consumo delle merci, la dimensione – espressa in forma paradigmatica dalla figura di don Giovanni – della sequenza lineare-accelerata e della ripetizione eterna del medesimo gesto: è, come dicevamo in precedenza, l’ordine anomico di una scelta che non si stabilizza mai e che, dunque, non trapassa mai nella figura della vita etica della fedeltà al medesimo.
Il principio del consumismo amoroso è quello peculiarmente signoreggiante nel regno delle merci: una sorta di nichilistica distruzione creatrice, con cui l’oggetto-merce si dissolve nell’atto stesso del consumo. E sempre da capo riappare, scintillante e suadente, nell’ambito della circolazione: qui si presenta formalmente diverso ma, di fatto, esprime sempre il medesimo, la norma del plusgodimento che fa dell’altro, per quanto sempre da capo rinnovato, solo un medium per il piacere dell’atomo gaudente e senza reali legami.
Fondato sulla norma dello sradicamento e della transitorietà liquida del just in time, il capitalismo assoluto, come sappiamo, spezza i legami solidi e comunitari: li sostituisce con altri a tempo determinato, insocievolmente socievoli e orientati alla crescita lineare-accelerata del profitto.
Per questo, esso opera affinché si destrutturi ogni possibile impegno serio e duraturo, complice la strategia del marketing pubblicitario e del suo rilancio fantasmagorico della danse macabre dei desideri sempre risorgenti: senza i quali, il cattivo infinito del sistema stesso della circolazione si incepperebbe. E, con esso, imploderebbe l’intero modo della produzione.
Di qui discende l’esigenza vitale, per il capitale liquido-finanziario, di disincentivare le relazioni amorose stabili in generale e, al grado sommo, quelle eticizzate nella forma familiare del legame solido.
La sua strategia pubblicitaria consiste nel celebrare l’isolazionismo affettivo e la solitudine errante come capace di molteplici esperienze e di sempre nuove entusiasmanti avventure, di contro alla sempre schernita monotonia della vita etica matrimoniale centrata sulla fedeltà alla scelta.
La relazione con l’oggetto desiderato deve, quindi, porsi come effimera e a scadenza ravvicinata, di modo che il rinnovarsi incessante dell’impulso consumistico garantisca la struttura fondamentale di un modo della produzione che finge di voler soddisfare i consumatori, operando in realtà affinché essi non lo siano mai in forma definitiva. E, di conseguenza, sempre di nuovo accedano desideranti alla sfera della circolazione.
Il legame con l’oggetto deve, dunque, essere istantaneo e non duraturo, fugace e senza prospettiva, in vista del prodursi ininterrotto di sempre nuovi legami dello stesso genere. Le relazioni amorose vengono sempre più usualmente intese e praticate come ordinarie merci disponibili, da consumare e da abbandonare disinvoltamente in vista delle successive che il sistema della produzione immetterà nella sfera sempre rinnovantesi della circolazione illimitata.
È in questa cornice di senso che, nel 2017, «Cosmopolitan», la Bibbia dello sradicamento individualistico postnazionale, poteva disinvoltamente proporre ai suoi lettori un articolo a tutta pagina dall’inequivocabile titolo: Meglio single. L’obiettivo era, more solito, la celebrazione ad alto tasso ideologico del nuovo lifestyle postmoderno, con annessa trasformazione dell’impossibilità di dare vita al legame solido e solidale della vita etica familiare in un’esperienza seducente ed emancipativa, degna di essere vissuta con piena euforia dalle monadi dal legame sociale interrotto, ma dal plusgodimento individuale garantito.
La comunità solida e solidale si scioglie nel «sistema dell’atomistica» degli atomi single sradicati postidentitari, votati solo al plusgodimento neolibertino acefalo e al plusvalore neoliberista cinico, alleggeriti da ogni responsabilità e progettualità, sciolti da ogni legame non a tempo determinato. La relazione solida ed eticizzata si dissolve nell’incontro istantaneo, nella prestazione occasionale e nel piacere confinato nello spazio effimero del consumo erotico a scadenza ravvicinata.
È questo, in effetti, nei suoi tratti generali il profilo antropologico del precario sentimentale e del consumatore erotico: il quale è impossibilitato dalle condizioni economiche e materiali (disoccupazione, contratti intermittenti, new economy del debito, eccetera) a stabilizzare nelle forme etiche familiari la propria esistenza. E, insieme, è sempre di nuovo esortato dalle narrative pubblicitarie e dagli aedi della postmodernizzazione cosmopolita ad affrancarsi da ogni legame stabile e di lunga durata, di modo da poter godere appieno, secondo l’imperativo neoedonista del life is now, della cornucopia dei beni materiali e immateriali che il regno del consumo liberalizzato gli mette a disposizione a buon mercato.
Entro certi limiti, come ricordato anche da Bauman, «desiderio e amore si escludono a vicenda». Infatti, il secondo implica un’unità duale incardinata sul principio della fedeltà alla propria scelta, là dove il primo si regge sulla norma del rinnovamento costante dell’oggetto desiderato, sostituito sempre da capo da uno nuovo.
La mutua esclusione di desiderio e amore era anche al centro dei Contributi alla psicologia della vita amorosa (1924) di Freud. La dimensione del godimento e quella dell’amore come dono di sé altro parrebbero, secondo tale prospettiva, respingersi a vicenda, quasi come se l’amore stabilizzato in forme solide negasse intrinsecamente gli spazi del desiderare.
Quale che sia l’interpretazione che – con Freud, oltre Freud – prospettiamo del nesso tra le due sfere, e sempre consapevoli del fatto che l’intimità e la consuetudine vanno indebolendo la vitalità del desiderio, resta difficilmente controvertibile l’assunto secondo cui, nel tempo del nuovo ordine amoroso, il desiderio erotico ha consumato e rioccupato le aree specifiche del legame amoroso stabilizzato. Il desiderio sempre rinnovantesi prevale sull’eticità familiare, il plusgodimento neolibertino sulla relazione stabile e progettuale, l’ideologia della novitas sulla fedeltà alla propria scelta.
Il gesto falsamente innovativo di don Giovanni spodesta in misura sempre crescente la fedeltà al medesimo del padre e della madre di famiglia. Con le grammatiche di Kierkegaard, la «fase estetica» si dilata a tal punto da colonizzare senza residui quella etica e quella religiosa.
Queste ultime, pur nella loro irriducibilità reciproca, sono accomunate dal legame con la stabilità e con quell’esperienza specifica dell’eterno rese possibili dall’amore familiare e dal rapporto con la trascendenza. L’immanentizzazione assoluta connessa con la mercificazione integrale dell’essente procede precarizzando e deeticizzando, destabilizzando e destrutturando ogni nesso con la trascendenza: riconfigura il mondo intero come fondo disponibile per i processi lineare-accelerati della produzione e del consumo, ai quali nulla può sottrarsi.
Figlio dell’accumulazione flessibile del nuovo capitalismo liquido-finanziario, il precariato lavorativo procede di conserva con il nuovo precariato sentimentale dei singoli sradicati sentimentali. Essi consumano i rapporti, sempre più ridotti all’istantaneità effimera della «prestazione occasionale» sciolta da ogni continuità progettuale. Lo short-termism sessuale rioccupa con intensità crescente gli spazi della vita familiare stabilizzata nella scelta matrimoniale.
Il precariato lavorativo e quello sentimentale figurano, a egual titolo, come espressioni della deeticizzazione integrale del mondo della vita sussunto sotto il capitale; espressioni che, vere e proprie tragedie per le vite degli homines precari della tarda modernità, vengono propagandate dall’industria culturale e dalla fabbrica dei consensi come chance emancipative per l’io nomade, cittadino del mondo (cioè privato di ogni cittadinanza), ovunque a casa (cioè privato di ogni fissa dimora), radicato ugualmente in ogni luogo (cioè privato di ogni radicamento), liberato dall’opprimente vincolo familiare (cioè materialmente impossibilitato a costruirsi una famiglia), dotato di open mind (cioè privo di una propria identità culturale e, dunque, «aperto» a tutte quelle che il sistema del consumo vorrà imporgli).
L’astuzia della ragione capitalistica fa apparire come chance emancipative quelle che, invece, sono a tutti gli effetti condanne e dannazioni per i ceti declassati della mondializzazione, figli di un Dio minore. La «fase estetica» di Kierkegaard si rivela, una volta di più, come il luogo epifanico ideale delle logiche del totalitarismo glamour della forma merce, che tutto costringe a esistere nella forma puntiforme del consumo istantaneo e della ripetizione infinita di un nuovo che – secondo il gesto di don Giovanni – è già da sempre il medesimo.»

lunedì 29 settembre 2014

Perché la scienza è nata nell'Europa cristiana?

E'in atto da secoli una polemica montata ad arte dall'illuminismo contro la Chiesa cattolica diffamata e dipinta come oscurantista su tutti i libri di scuola e nei molti circoli culturali c.d. "emancipati" e "laici".
La verità, però è un'altra. Rodney Stark ne "il trionfo del cristianesimo" (Ed. Lindau, 2012) racconta una verità scomoda che qui riporto testualmente nella speranza che in più possano conoscerla e stimoli alla lettura integrale di questo bellissimo libro.
Interessante anche le osservazioni tra scienza ed islam che confermano la magistrale lezione di Papa Benedetto XVI a Ratisbona.
Buona lettura!

Un Dio di ragione (pp. 372-377)

La scienza è nata solo in Europa perché soltanto gli europei del Medioevo credevano, basandosi sull'immagine che avevano di Dio e della sua creazione, che la scienza fosse possibile e desiderabile. Ciò è stato asserito con enfasi (nel 1925), di fronte a un uditorio di studiosi illustri che partecipavano alle Lowell Lectures di Harvard, dal grande filosofo e matematico Alfred North Whitehead (1861-1947), il quale ha spiegato che la scienza si sviluppò in Europa a causa della diffusa «fede nella possibilità della scienza [...] derivante dalla teologia medievale». Quando le sue lezioni sono state pubblicate questa affermazione ha scioccato non soltanto il suo uditorio, ma gli intellettuali occidentali. Come può questo pensatore di fama mondiale, coautore con Bertrand Russell della pietra miliare "Principia Mathernatica" (1910-1913), non sapere che la religione è il nemico implacabile della scienza? in realtà, Whitehead ne sapeva di più!

Egli ha riconosciuto che la teologia cristiana era stata essenziale al sorgere della scienza, proprio come le teologie non cristiane avevano soffocato l’impresa scientifica altrove. Egli ha spiegato che:

«il più grande contributo del Medioevo alla formazione del movimento scientifico [fu] la credenza inespugnabile [...] che c’era un segreto, un segreto che poteva essere rivelato. In che modo questa convinzione si radicò così fortemente nella mente europea? [...] Deve essere dipeso dall'insistenza medievale sulla razionalità di Dio, mescolata all'energia personale di Jehovah e alla razionalità dei filosofi greci. Ogni dettaglio fu supervisionato e ordinato: la ricerca nella natura poteva solo condurre alla convalida della fede nella razionalità.».

Naturalmente, Whitehead stava solo riassumendo ciò che molti grandi scienziati degli inizi avevano detto: René Descartes giustificava la sua ricerca delle «leggi» di natura sostenendo che tali leggi dovevano esistere perché Dio è perfetto e dunque «agisce il più possibile in modo costante e immutabile». Quindi l’universo funziona secondo regole o leggi razionali. Come ebbe a dire il grande scolastico medievale Nicola d'Oresme, la creazione di Dio «è molto simile a quella di un uomo che costruisce un orologio e lo lascia continuare a funzionare da solo». Inoltre, siccome Dio ha dato agli umani il potere della ragione, deve essere possibile per noi scoprire le regole stabilite da Dio.

Molti scienziati delle origini si sentivano infatti moralmente obbligati a investigare quei segreti, come osservava Whitehead. Il grande filosofo britannico concludeva la sua riflessione osservando che le immagini di Dio e della creazione che incontriamo nelle religioni non europee, in particolare in Asia, sono troppo impersonali o troppo irrazionali per sostenere la scienza. Ogni particolare «accadimento deve essere dovuto al decreto di un dispotico e irrazionale» dio, oppure potrebbe essere stato prodotto da «qualche impersonale, inscrutabile origine delle cose. Ciò non suscita la stessa fiducia dell’intelligibile razionalità di un essere personale». Si deve notare che, viste le origini comuni, la concezione ebraica di Dio è ugualmente adatta a sostenere la scienza quanto la concezione cristiana. Gli ebrei d’Europa erano però, durante quest’epoca, una minoranza esigua, divisa e spesso perseguitata e non diedero alcun contributo alla nascita della scienza, anche se hanno raggiunto eccelsi risultati come scienziati dopo la loro emancipazione nel XIX secolo.

Diversamente, moltissime religioni al di fuori della tradizione giudaico-cristiana non postulano affatto una creazione. L'universo è considerato eterno, senza cominciamento o scopo, e non essendo mai stato creato, non ha creatore. Da questo punto di vista, l’universo è un mistero supremo, inconsistente, imprevedibile e (forse) arbitrario. Per coloro che hanno una simile concezione, il solo cammino verso la saggezza può essere compiuto dalla meditazione e dall'ispirazione: non c’è niente infatti su cui ragionare. Se però l’universo è stato creato in accordo a regole razionali da un creatore perfetto e razionale, allora dovrà concedere i suoi segreti alla ragione e all'osservazione. Di qui il truismo scientifico secondo cui la natura è un "libro" fatto per essere letto.

Naturalmente, i cinesi «avrebbero irriso una simile idea in quanto troppo ingenua per la sottigliezza e complessità dell’universo come loro lo intuivano», così ha spiegato lo stimato storico della tecnologia cinese di Oxford Joseph Needham (1900-1995). Quanto ai greci, anche molti di loro consideravano l’universo eterno e increato; Aristotele condannava «come impensabile» l’idea «che l’universo sia venuto all'essere in qualche momento nel tempo». Nessuno degli dei tradizionali dei greci sarebbe infatti stato capace di una simile creazione. Non solo: i greci insistevano nel trasformare il cosmo, e gli oggetti inanimati più in generale, in esseri viventi. Attribuivano quindi molti fenomeni naturali a dei motivi, non a forze inanimate. Secondo Aristotele, per esempio, i corpi celesti si muovono in circolo a causa della loro disposizione a farlo, mentre tutti gli oggetti cadono a terra «a causa del loro amore innato per il centro del mondo». Quanto all’islam, la concezione ortodossa di Allah è ostile all'indagine scientifica. Non c’è alcun indizio nel Corano che Allah abbia messo in moto la creazione per poi lasciarla continuare autonomamente. Si assume che egli intervenga spesso nel mondo e cambi le cose a suo piacimento. Così, attraverso i secoli molti dei più influenti studiosi musulmani hanno ritenuto che tutti gli sforzi di formulare le leggi naturali siano blasfemi in quanto sembrano negare la libertà di agire di Allah. In tal modo, le immagini dominanti di Dio e dell’universo hanno vanificato gli sforzi scientifici in Cina, nell'antica Grecia e nell'islam. È solo grazie alla loro fede in Dio come Creatore intelligente di un universo razionale che gli europei hanno investigato i segreti della creazione. Con le parole di Giovanni Keplero, «lo scopo principale di ogni investigazione del mondo esterno deve essere quello di scoprire l’ordine e l’armonia razionale che Dio gli ha imposto e che egli ci ha rivelato in un linguaggio matematico». In modo simile, nel suo ultimo testamento, il grande chimico Robert Boyle (1627- 1691) scrisse ai membri della Royal Society di Londra, augurando loro un continuo successo nei «loro lodevoli tentativi di scoprire la vera Natura delle opere di Dio».

Forse l’aspetto più notevole della nascita della scienza è che i primi scienziati non si limitarono a cercare le leggi naturali, fiduciosi che esse esistessero, ma che le trovarono! Si potrebbe dunque dire che l’affermazione che l’universo aveva un Progettista intelligente è la più fondamentale delle teorie scientifiche e che è stata sottoposta con successo a ripetuti test empirici. Infatti, come Albert Einstein (1879-1955) ha sottolineato, la cosa più incomprensibile dell’universo è il fatto che esso è comprensibile: «a priori ci dovremmo aspettare un mondo caotico che la mente non può comprendere in alcun modo [...] Questo è il “miracolo” che viene costantemente rinforzato quando la nostra conoscenza aumenta». E questo è il «miracolo» che testimonia di una creazione guidata da intenzione e razionalità.

Che il cristianesimo sia stato essenziale al sorgere della scienza è manifesto non solo in senso filosofico, ma è evidente anche nelle biografie degli scienziati: si tratta prevalentemente di uomini religiosi. Altrove ho stilato un elenco delle cinquantadue maggiori personalità scientifiche operanti nel periodo che comincia con la pubblicazione dell’opera di Copernico nel 1543 e finisce con quelle nate dopo il 1680. Trentadue di queste (62 per cento) erano persone religiose. Newton, per esempio, che dedicò molte più energie alla teologia che alla fisica, predisse la data della Seconda Venuta nel 1948. Delle restanti venti, diciannove erano abbastanza religiose e solo una, Edmund Halley, si poteva definire uno scettico. Ciò basti, dunque, per confutare quelle favole sull'inevitabile contrasto fra religione e scienza.

Naturalmente, l’ascesa della scienza ha generato qualche conflitto con la Chiesa cattolica, come pure con i primi protestanti. Ciò non diminuisce in alcun modo il ruolo essenziale della concezione cristiana di Dio nel giustificare e motivare la scienza, ma riflette soltanto il fatto che molti capi cristiani non riuscivano a comprendere le importanti differenze fra scienza e teologia. In altre parole, i teologi cristiani tentano di dedurre la natura e le intenzioni di Dio dalla scrittura; gli scienziati cercano di scoprire la natura della creazione di Dio usando strumenti empirici. In linea di principio, i due tentativi non si sovrappongono, ma in pratica i teologi hanno talvolta avvertito che una posizione scientifica costituiva un attacco alla fede (e certi scienziati moderni hanno realmente attaccato la religione, anche se per ragioni inconsistenti). Nei primi tempi della scienza, una disputa accesa ebbe luogo perché i teologi cattolici e protestanti erano riluttanti ad accettare che la Terra non fosse il centro dell’universo — oltre a non essere il centro del sistema solare. Sia Lutero che il Papa si erano opposti alla tesi di Copernico ed entrambi tentarono di confutarla, ma i loro sforzi, che non furono mai molto vigorosi, ebbero scarso successo. Purtroppo, questo modesto conflitto è stato gonfiato come un evento epocale da studiosi decisi a dimostrare che la religione è il più acerrimo nemico della scienza trasformando Galileo Galilei (1564-1642) in un eroico martire della cieca fede. Come ha raccontato Voltaire: «Il grande Galileo, all'età di ottant'anni, passava i suoi giorni lamentandosi nelle galere dell’Inquisizione, perché aveva dimostrato con prove inconfutabili il movimento della Terra». L’italiano Giuseppe Baretti (1719-1789) ha aggiunto che Galileo fu «messo sotto tortura per aver detto che la terra si muove».

(i grassetti ed i corsivi sono miei)

giovedì 27 ottobre 2011

Una magnifica lezione di cosa debba intendersi per diritto

Il viaggio di Papa Benedetto XVI in Germania ha offerto a tutti noi molteplici spunti di riflessione su molte cose in particolare al Bundestag di Berlino, ha posto con forza al centro del cuore delle democrazia tedesca e direi al cuore di tutto l'occidente cosa debba intendersi veramente per Diritto. Una tesi attualissima in tempi di sdoganamento del c.d. diritto coranico (la Sharia) in terra di Europa, culla del diritto. Un gravissimo regresso spacciato dai soliti "tolleranti" come una grande prova di democrazia e concezione avanzata del diritto. Il Papa invece ci ricorda che «contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio». Dunque un ben diverso rimando alle fonti primarie "naturali", oltretutto sulla linea di quello che fu il felice incontro della filosofia greca con il diritto romano. Passando però per il tanto "bistrattato", dalla cultura laicista, medioevo.
Osserva, infatti, Benedetto XVI: «Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: “Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…” (Rm 2,14s).».
La crisi "irreversibile" del diritto, continua Papa Ratzinger, ha proprio il suo fondamento nel rifiuto di questo sostrato "naturale" che fa appello alla ragione ed alla coscienza dati questi irriducibilmente più ampi dei concetti riduttivi affermati dalla cultura positivista del diritto oggi "dominante".
Anche qui però vanno osservati attentamente gli esiti "negativi" e contraddittori di tanta "positività". Ormai il diritto è solo "regola di gioco" soggetto al gusto della maggioranza. Dunque diritto come "amministrazione dell'esistente" scisso da ogni visione etica/morale ormai ridotta a pura opinione.
Tale situazione afferma Benedetto XVI è "drammatica" ed «è necessaria una discussione pubblica; invitare urgentemente ad essa è un’intenzione essenziale di questo discorso.».

«Il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo è nel suo insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza. Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità. Lo dico proprio in vista dell’Europa, in cui vasti ambienti cercano di riconoscere solo il positivismo come cultura comune e come fondamento comune per la formazione del diritto, riducendo tutte le altre convinzioni e gli altri valori della nostra cultura allo stato di una sottocultura. Con ciò si pone l’Europa, di fronte alle altre culture del mondo, in una condizione di mancanza di cultura e vengono suscitate, al contempo, correnti estremiste e radicali. La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.».
In una parola, basta barare!! Attribuire a noi la gloria di Dio! Usciamo dal microclima asfittico dei nostri palazzi "mentali" di puro cemento armato, per riscoprire la bellezza del reale, la sua rischiosità, unita alle sue immense possibilità. Come fare tutto questo senza scadere nell'irrazionale, senza perdere i grandi vantaggi che pure la cultura positivista ha regalato all'umanità?

Conclude Benedetto XVI «A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico.».

mercoledì 31 marzo 2010

Santa Pasqua 2010


Cristo è risorto! E’ veramente risorto!

Come afferma Papa Benedetto XVI, “In fondo vogliamo una sola cosa – « la vita beata », la vita che è semplicemente vita, semplicemente «felicità ».” (Spe Salvi, 11).

Tutti siamo alla ricerca della felicità e vorremmo che questa ci fosse assicurata per sempre attraverso lo splendido “giocattolo” della correlazione di scienza e tecnica, tipico dell’epoca moderna, capace di garantire strutture giuste e qualità della vita sempre più elevate.

In verità però “… il benessere morale del mondo non può mai essere garantito semplicemente mediante strutture, per quanto valide esse siano. Tali strutture sono non solo importanti, ma necessarie; esse tuttavia non possono e non devono mettere fuori gioco la libertà dell'uomo. (…) Chi promette il mondo migliore che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; egli ignora la libertà umana. (…) Se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata – buona – condizione del mondo, sarebbe negata la libertà dell'uomo, e per questo motivo non sarebbero, in definitiva, per nulla strutture buone. (…)” (Spe Salvi, 24)

Un po’ tutti se ci guardiamo dentro siamo stati imboniti con queste false promesse. Le ideologie di destra o di sinistra che siano, lo stesso liberismo consumista ed edonista ci hanno riempito il cuore di queste false aspettative. Ed è per questo che quando ci accade di rientrare un po’ in noi stessi, se siamo onesti, scopriamo che la nostra “solitudine” non è stata colmata.

Per questo è importante la Pasqua questo possibilità unica che ci offre Gesù Cristo di fare un esodo da tutto ciò che ci lascia nella nostre solitudine, nel nostro vuoto, alla libertà ed alla vita vera, la vita beata!

E’ vero che chi non conosce Dio, pur potendo avere molteplici speranze, in fondo è senza speranza, senza la grande speranza che sorregge tutta la vita (cfr Ef 2,12). La vera, grande speranza dell'uomo, che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio – il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora « sino alla fine », « fino al pieno compimento » (cfr Gv 13,1 e 19, 30). Chi viene toccato dall'amore comincia a intuire che cosa propriamente sarebbe « vita ». Comincia a intuire che cosa vuole dire la parola di speranza che abbiamo incontrato nel rito del Battesimo: dalla fede aspetto la « vita eterna » – la vita vera che, interamente e senza minacce, in tutta la sua pienezza è semplicemente vita. Gesù che di sé ha detto di essere venuto perché noi abbiamo la vita e l'abbiamo in pienezza, in abbondanza (cfr Gv 10,10), ci ha anche spiegato che cosa significhi « vita »: « Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo » (Gv 17,3). La vita nel senso vero non la si ha in sé da soli e neppure solo da sé: essa è una relazione. E la vita nella sua totalità è relazione con Colui che è la sorgente della vita. Se siamo in relazione con Colui che non muore, che è la Vita stessa e lo stesso Amore, allora siamo nella vita. Allora « viviamo».“ (Spe Salvi, 27).

domenica 21 febbraio 2010

L'Obbedienza secondo Papa Benedetto XVI

Giovedì, 18 febbraio 2010 il Santo Padre Benedetto XVI ha tenuto una lectio divina al clero di Roma in cui tra l'altro ha sottolineato una parola poco apprezzata nel nostro tempo che si ritiene "emancipato": l'OBBEDIENZA.

Nella lectio il Santo Padre ha detto:«E’ una parola che non piace a noi, nel nostro tempo.
Obbedienza appare come un’alienazione, come un atteggiamento servile. Uno non usa la sua libertà, la sua libertà si sottomette ad un’altra volontà, quindi uno non è più libero, ma è determinato da un altro, mentre l’autodeterminazione, l’emancipazione sarebbe la vera esistenza umana. Invece della parola “obbedienza”, noi vogliamo come parola chiave antropologica quella di “libertà”. Ma considerando da vicino questo problema, vediamo che le due cose vanno insieme: l’obbedienza di Cristo è conformità della sua volontà con la volontà del Padre; è un portare la volontà umana alla volontà divina, alla conformazione della nostra volontà con la volontà di Dio.
»

Il Papa, citando San Massimo il Confessore, afferma in maniera apparentemente paradossale che è proprio l'obbedienza a divinizzare l'uomo: «Dio ci ha creati e siamo noi stessi se siamo conformi con la sua volontà; solo così entriamo nella verità del nostro essere e non siamo alienati. Al contrario, l’alienazione si attua proprio uscendo dalla volontà di Dio, perché in questo modo usciamo dal disegno del nostro essere, non siamo più noi stessi e cadiamo nel vuoto. In verità, l’obbedienza a Dio, cioè la conformità, la verità del nostro essere, è la vera libertà, perché è la divinizzazione. Gesù, portando l’uomo, l’essere uomo, in sé e con sé, nella conformità con Dio, nella perfetta obbedienza, cioè nella perfetta conformazione tra le due volontà, ci ha redenti e la redenzione è sempre questo processo di portare la volontà umana nella comunione con la volontà divina. E’ un processo sul quale preghiamo ogni giorno: “sia fatta la tua volontà”. E vogliamo pregare realmente il Signore, perché ci aiuti a vedere intimamente che questa è la libertà, e ad entrare, così, con gioia in questa obbedienza e a “raccogliere” l’essere umano per portarlo – con il nostro esempio, con la nostra umiltà, con la nostra preghiera, con la nostra azione pastorale – nella comunione con Dio.»

E' proprio la "creaturalità" la categoria che consente di riconoscere nell'obbedienza una via alla divinizzazione contrariamente al pensiero moderno che vede nell'avvento dell'oltre-uomo la sola possibilità per l'umanità di farsi dio.
Nell'infrangere le tavole della legge, nella disobbedienza, sta e cade tutto il processo di emancipazione. Da qui tutti gli sforzi del pensiero moderno di negare il peccato ammetendo al massimo il concetto "socratico", per dirla con Kierkegaard, di errore. L'errore, infatti, è tutto nella possibilità dell'uomo,a lui riferibile e di cui deve e può totalmente rispondere ed anche per questo che può e deve essere rimosso... da qui i lager ed i gulag che hanno caratterizzato l'epoca più violenta e sanguinaria della storia.
Una storia cominciata con la rivoluzione francese e la sua ghigliottina; una storia iniziata con un Regime che da una lato proclama la libertà come "tolleranza" e dall'altro inaugura il c.d. "periodo del terrore"con le stragi dei contadini della Vandea perché rimasti "cattolici".
Una storia questa che fatica ad arrestarsi proprio perché costruita sulla "disobbendienza", su un falso concetto di libertà che è in realtà alienazione. Non a caso il Papa afferma:« Al contrario, l’alienazione si attua proprio uscendo dalla volontà di Dio, perché in questo modo usciamo dal disegno del nostro essere, non siamo più noi stessi e cadiamo nel vuoto».

L'obbedienza non sarà più una parola di moda, ma certamente è il segreto della felicità!