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lunedì 10 maggio 2010

G. K. Chesterton - considerazioni profetiche - 1

La Chiesa Cattolica, Dove tutte le verità si danno appuntamento (ed. Lindau, ed. febbraio 2010, pp. 117, con prefazione a cura di Marco Sermarini) è un'agevole quanto piacevole opuscolo che narra il percorso della conversione alla Chiesa Cattolica dell'autore. Al contempo però è una miniera di sorprendenti considerazioni sul nostro tempo e sulle ovvietà dei detrattori della fede cattolica.

Una prima asserzione profetica: La Chiesa è l'unica a difendere qualsiasi cosa nel momento in cui è stupidamente disprezzata. E già ora sta facendo suo il ruolo di unico campione della ragione nel XX secolo, come nel XIX lo è stata della tradizione. (p. 19).

Già Papa Giovanni Paolo II con il suo lungo magistero, ricordo per tutti i suoi pronunciamenti la splendida enciclica Fides et Ratio, ed ancor più ora, con Papa Benedetto XVI, emerge in tutta evidenza la verità di questa affermazione di Chesterton. Il Magistrale discorso di Ratisbona del 2006 in cui si pone con forza lo stretto legame tra fede e ragione, un legame direi ontologico: "non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio" è certamente, al di là della polemica montatura dei paesi mussulmani, una bella sfida che avrebbe dovuto far riflettere l'Occidente ed il suo presunto "razionalismo" di cui Margherita Hack. Odifreddi e compagnia cantando si beano di rappresentare, quando a bella posta parlano di oscurantismo della fede. Ma su tale tema ho già fatto alcune considerazioni cui rimando (Perchè l'ateismo non è scientifico, ma un atto di fede nel nulla.).

Mi preme qui osservare la luminosità dell'esempio addotto da Chesterton a dimostrazione dell'assunto che la Chiesa è l'unica a difendere qualsiasi cosa nel momento in cui è stupidamente attaccata e sottolineo lo "stupidamente". E qui il mio pensiero corre all'aborto, all'eutanasia, all'eugenetica, al divorzio stesso. Sorprende piacevolmente invece come l'esempio addotto dall'autore è la difesa della "tradizione", tipico argomento dei protestanti (ricorderete il luterano sola scriptura, sola fide).

Giova ricordare che per Chesterton "il marchio della Fede non è la tradizione: è la conversione." (p. 20), dato che il Cattolicesimo è di per sé una novità nel senso che sempre "agisce nel suo ambiente con la forza e la freschezza tipici di una cosa nuova." (p. 13). Anche in questa affermazione c'è un'assonanza con una riflessione di Papa Ratzinger sulla fede: «In quell’epoca [immediatamente dopo il Concilio] io avevo inviato un piccolo lavoro ad Hans Urs von Balthasar, il quale come sempre mi ringraziò immediatamente con un cartoncino ed al ringraziamento aggiunse una frase pregnante che per me divenne indimenticabile: non presupporre, ma proporre la fede. Fu un imperativo che mi colpì. L’ampio spaziare in nuovi campi era buono e necessario, ma solo a partire dal presupposto che esso stesso traesse origine dalla luce centrale della fede e da questa luce fosse sostenuto. La fede non ha permanenza di per se stessa. Non la si può mai semplicemente presupporre come una cosa già in se conclusa. Deve continuamente essere rivissuta. E poiché è un atto, che abbraccia tutte le dimensioni della nostra esistenza, deve anche essere sempre ripensata e sempre di nuovo testimoniata» (da La fede della Chiesa di Roma, dell’allora cardinal Joseph Ratzinger, durante il Sinodo Romano, il 18 gennaio 1993, relazione tenuta per presentare il Catechismo della Chiesa Cattolica. Il testo è apparso sui Quaderni-Nuova Serie del Sinodo Romano, n.2, Vicariato di Roma, 1993, pp. 67-73).
La tradizione è dunque la possibilità della ripresa per il singolo, del farsi contemporaneo con Cristo, della sequela personale in una compagnia che è la Chiesa Cattolica.

Tornando alle osservazioni di Chesterton circa "il disinteresse del XIX secolo per la tradizione e la sua fissazione per i documenti" egli conclude che sono entrambe "assurdi" (p. 19). Il paragone addotto è adamantino nella sua arguzia: "Era come dire che gli uomini mentono sempre ai bambini, ma non sbagliano mai nello scrivere i libri." (p.19 s.).
Infatti se come dicono i protestanti la tradizione cattolica (la Chiesa Cattolica) ha adulterato, falsificato, il vero significato della Sacra Scrittura (il che equivale a dire "gli uomini mentono sempre ai bambini") come mai gli stessi uomini, la Chiesa Cattolica, (dato che, come osservava Tertulliano nella Prescrizione contro gli eretici, essi l'hanno scritta, a loro appartiene) quando scrive non mente? (il che equivale "ma non sbagliano mai nello scrivere i libri?"). Sembra un'ovvietà eppure di questi "errori palesi" è zeppa l'acrimonia anti-cattolica.

Del resto è evidente che chi comincia a minare la bona fide della tradizione, ad ingenerare una cultura del sospetto, prima o poi arriva a minare le sue stesse basi: quelle della Scrittura. E' evidente il pantano in cui versa l'attuale esegesi biblica.

Osserva a tal proposito Chesterton: "Perchè mai l'uomo della strada dovrebbe dire che un particolare rotolo non è una stupidaggine, bensì l'unica verità sulla base della quale ogni altra cosa cosa va condannata? Perchè venerare i rotoli non dovrebbe essere altrettanto supestizioso che venerare le statue di quella particolare processione?" (p. 28), dato che si tratta di un rotolo "che era sempre appartenuto a loro e che aveva sempre fatto parte dei loro trucchi, se di trucchi si trattava?" (ivi). Anche qui evidenti sono le allusioni agli argomenti "irragionevoli" della critica protestante alla Chiesa Cattolica detentrice di tutti i trucchi, quindi compreso il rotolo (la Sacra Scrittura) per ingannare il popolo.

Anche qui il pensiero corre spontaneo alle considerazioni che Papa Benedetto XVI fa sull'esegesi moderna nel suo libro "Gesù di Nazareth" commentate da Julián Carròn, responsabile di Comunione e Liberazione, (in una relazione di cui consiglio la lettura integrale):
«Esattamente questa è l’ingannevole impressione che grava culturalmente su tutti noi: che di Gesù possiamo sapere poco, e che siamo addirittura ingenui nel credere ancora nella verità di questa figura! Continua il Papa: “questa impressione, nel frattempo è penetrata profondamente nella coscienza comune della cristianità” (p. 8). Tanti cristiani non hanno mai letto questi libri, ma è come se il virus di questo sospetto fosse entrato dentro di loro. Come esemplificazione di quest’ultima affermazione, permettetemi di raccontarvi un episodio che mi è capitato tanti anni fa quando facevo lezione di religione in un liceo madrileno. Dopo un excursus introduttivo, mi accingevo a presentare i documenti che raccontano le origini del cristianesimo. E scrissi sulla lavagna la parola Vangeli. Avevo appena finito di scriverla quando un alunno chiese la parola e intervenne: “Un momento. I Vangeli non sono documenti da cui possiamo imparare qualcosa di certo su Gesù. Sono soggettivi, li hanno scritti i cristiani”. Nel suo linguaggio questo significava che poiché quei documenti erano stati scritti dai cristiani non potevano servire per conoscere la verità storica e oggettiva delle origini cristiane. Gli risposi: “Allora, secondo te l’atteggiamento più adeguato di fronte alla realtà è il sospetto?”. “Certo”, rispose. E si unirono a lui altri compagni. Allora dissi: “Se l’atteggiamento più adeguato di fronte alla realtà è il sospetto, questa mattina quando tua mamma ti ha messo in tavola il caffè per colazione, le avrai detto: mamma, se prima non lo fai analizzare chimicamente e mi dimostri che non è avvelenato non lo bevo”. Ricordo ancora perfettamente l’espressione del mio allievo mentre, tra l’arrabbiato e il sorpreso per la mia provocazione, alzò le braccia dicendo: “Ma se è da sedici anni che vivo con mia madre!”. “Allora”, obiettai, “ci sono delle occasioni in cui l’atteggiamento di fronte alla realtà non è il sospetto, vero?”. Il ragazzo rimase un po’ imbarazzato. E io continuai: “Ebbene, qual è la differenza tra l’atteggiamento che hai di fronte ai Vangeli (come hai reagito di fronte alla parola Vangeli che ho scritto sulla lavagna) e l’atteggiamento che hai di fronte alla tazza di caffè? Che ti poni di fronte ai Vangeli senza avere sedici anni di convivenza alle spalle, mentre di fronte alla tazza di caffè ti metti con sedici anni carichi di ragioni, le quali ti danno la certezza che tua madre non ha messo del veleno nel caffè”. Questo episodio, che ho raccontato poi tante volte, mi ha fatto comprendere che l’unica posizione ragionevole di fronte ai documenti del Nuovo Testamento, ai Vangeli, è quella che ci ha insegnato la Chiesa, la quale si accosta a essi come il mio allievo alla tazza di caffè: mediante un’esperienza di convivenza nel presente con l’avvenimento cristiano. Chi ha questa esperienza, come il ragazzo con la mamma, quando si accosta ai Vangeli, non è in una posizione ingenua – non è che il mio allievo fosse un ingenuo di fronte alla tazza di caffè, aveva sedici anni pieni di ragioni per avvicinarsi alla tazza di caffè senza alcun sospetto, per cui avrebbe potuto dire, in analogia con Pietro: “Se non credo a mia mamma, non posso credere a quello che vedono i miei occhi” – ma in una posizione carica di ragioni, accumulate durante una convivenza nel tempo. Altro che illusione! Chi ha questa esperienza, si accosta ai Vangeli e scopre quella corrispondenza che cresce con la convivenza nel tempo.».