«L’assiomatica reificante del do ut des [ti do perché tu mi dia] liberoscambista è rovesciata dalla potenza donativa del volo ut sis [voglio che tu sia] propria della logica amorosa. Se la prima si regge sulla figura dell’essere-usando-l’altro, la seconda ha come propria base la figura dell’essere-per-l’altro.
Da una diversa angolatura, l’altro, che per il nesso mercantile è solo mezzo, diviene puro fine nell’ontologia relazionale dell’eros, incarnazione dell’imperativo categorico nel regno dell’immediatezza del sentimento. Il nuovo ordine amoroso, sussumendo l’eros stesso sotto la logica del cosmomercatismo, ridefinisce l’amare secondo le forme coessenziali al profitto: più precisamente, come si è evidenziato, lo spodesta a beneficio del plusgodimento, ossia della configurazione che il do ut des assume nell’ambito dell’erotica.» (Diego Fusaro, Il nuovo ordine erotico. Elogio dell’amore e della famiglia, Ed. Rizzoli)
Questo piccolo brano di questo interessante libro esprime tutta la drammaticità della riduzione dell’essenza dell’amore operata dalla cultura occidentale ultracapitalista.
L’individuo solo, liquefatto, destrutturato mediante l’eliminazione sistematica di tutte le strutture comunitarie (Stato, corpi sociali intermedi, Chiesa, famiglia), ingannato sull’equivalenza tra interconnessione e comunicazione/comunione, tra “social” e socialità/socievolezza, è stato espropriato pure dell’amore (eros e agape) depotenziato a plus-godimento (amore in “fare sesso”, genederizzazione del “love is love”, ecc.).
È la disperante esperienza quotidiana dei nostri giovani. L’incapacità di riconoscere veramente l’altro per quello che è in sé e non «a intendere e a trattare l’altro come mezzo in vista del proprio egoismo acquisitivo» (ivi). Non importa se “egoismo a due”, o co-uso di sé e dell’altro.
Il drammatico naufragio di tanti matrimoni, i femminicidi, l’uccisione dei propri figli quale vendetta all’abbandono dell’altro, gli abusi sessuali su minori e non, lungi dall’essere retaggi di una cultura maschilista ed illiberale, esprimono in tutta la drammaticità la “non verità” delle relazioni che questa cultura occidentale ha instaurato ponendo la rimozione di Dio quale unica possibilità per l’uomo di essere libero.
L’ignobile affermazione che è “meglio un buon divorzio che un cattivo matrimonio” esprime tutta l’impotenza di questa cultura e di questo ordine sociale a dare la vita e perciò stesso è essenzialmente “cultura di morte” e destinata al suo annichilimento.
“Dare la vita” per molti coincide superficialmente con “il fare figli”. Ma “dare la vita” significa anche e soprattutto spenderla a favore di un altro. E in questo spendersi-per, che è vera fecondità, si apre lo spazio gratuito per accogliere i figli. Non siamo stati educati a questo! Ma al contrario siamo stati educati a pensare l’altro in funzione della propria convenienza, del proprio utile. Per questo è davanti a noi l’impressionante quantità di separazioni e divorzi che caratterizzano le società occidentali. Ma il Capitale post-indistriale (la finanza vero potere reale dell’Occidente) lungi dal dispiacersi della dissoluzione delle relazioni familiari, se ne compiace e le favorisce perché consegue con ciò la riduzione dell’io a merce manipolabile, l’uomo a “resistenza zero” (zero drag) (cf. Zigmund Bauman, Consumo dunque sono, Ed. Laterza). Quello che è fatto credere dai media e dalla cultura radical una conquista ed un accrescimento delle proprie libertà individuali è in realtà uno degli obiettivi del lucido progetto del rampante liberismo post 1989 per mercificare l’umano.
Da qui l’imporsi della credenza dell’impossibilità dell’amore come relazione con l’altro che implica il “per-sempre”! Una credenza volutamente cieca, ipocritamente cieca sulle drammatiche conseguenze di questa “visione” sul destino dei nostri figli.
Scrive San Tommaso d’Aquino che «È amore in senso pieno quello con cui si ama un essere affinché vi sia per lui il bene».
L’amore è dunque l’unico atto rivoluzionario capace di contrastare questa imperante cultura di morte sia in campo economico che sociale. Ma quale Amore? L’esperienza dell’umano è quella della “penuria” e dell’ ”espediente”. Penuria di amore vero e ricerca di tecniche per colmare tale penuria.
Gesù Cristo ha rivelato in se stesso la via, la verità, la vita. Anche oggi, festa del Corpus Domini, Gesù ci rivela che lui è l’unico in grado di sfamare ciascuno di noi, l’umanità intera con 5 pani e 2 pesci (Lc. 9,12-17).
Ma Gesù si serve della sua Chiesa: dice ai suoi discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare».
«Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa», ordina Gesù. Anche il “mangiare” per l’uomo riveste una dimensione relazionale e comunitaria, tutto il contrario dell’odierna alimentazione “massificata”, alla fast food, e solitaria. Occorre fare “piccole comunità” ove prendere il cibo della vita – i 5 pani esprimono la Thorà ovvero la Parola di Dio il cui compimento e Gesù stesso – e poter entrare nel “riposo”. I 2 pesci esprimono la doppia razione di manna che Israele nel deserto riceve dal Signore alla vigilia dello shabbat, del sabato. Ove riposo non è sinonimo di “stasi” ma al contrario di agape di amore pieno, totale. Il riposo per un ebreo è essere nello “shalom” che noi approssimativamente rendiamo con “pace”, ma che esprime benessere, completezza, prosperità, felicità. La Chiesa è il luogo dove si possono costruire relazioni autentiche tra gli uomini, relazioni capaci di fondare e sostenere quelle civili.
Questo grazie ad un’accoglienza incondizionata da parte di ciascuno di noi della buona notizia che è il Vangelo: Cristo è Risorto! La morte è vita! La morte, non solo quella fisica ma tutto quello che ci mortifica. L’altro, senza Cristo - come afferma Sarte - è il mio inferno! Perenne frustrazione di un “io” che si ostina a pensarsi come auto-fondantesi e quindi in perenne contesa con l’altro che è o funzionale al mio progetto o nemico.
Gesù ha manifestato nella sua morte e resurrezione che l’amore al nemico e l’unità – uniche condizioni di relazioni autentiche – sono possibili possiamo avere accesso alla vera felicità!
Ricordo con gratitudine il mio vecchio parroco che nella mia giovinezza, quando mi stavo aprendo al mondo e a tante esperienze fuori casa mi dette quest’unico consiglio: «dovunque sei cerca la Chiesa!»
Un consiglio prezioso che ho messo in pratica e che ha segnato un lungo percorso di benedizioni per me e successivamente per quel “noi”, che sono con mia moglie, e per i nostri figli. Non credo di essere un’eccezione, credo al contrario che la grazia di un incontro salvifico con Cristo è offerta ad ogni uomo! Anche a te che mi stai leggendo! Shalom!!!
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