La liturgia della prima parte dell’Avvento, fino al 16 dicembre, ci inviata a guardare al Signore che viene, all’escaton, al telos, al compimento della storia e dell’universo, al pleroma.
Avvento non è però solo una parola che indica il venire dell’Evento per eccellenza ma anche suggerisce un atteggiamento verso il reale. Se uno è interessato all’Evento l’attende. L’attesa o meglio il verbo attendere già suggerisce qualcosa di sorprendente. Attendere è prendersi cura (attendere a qualcuno). Ci aiuta in questo il gergo militare dove l’attendere si qualifica in una funzione: l’attendente, cioè un militare di truppa assegnato al servizio personale di un ufficiale. Attendere è dunque porsi concretamente al servizio di qualcuno. Il Cristiano allora non è un uomo distratto e astratto dalla realtà. Il suo guardare il cielo non lo fa inciampare in terra, non lo disimpegna. Al contrario il suo attendere fa di lui un “attendente”, uno che si prende cura della realtà in cui vive. Uno che riconosce la realtà come unico luogo in cui il suo Signore lo interpella e dove il suo Signore può essere incontrato. Il Cristiano vive il presente, vive nel presente. Il presente poi non è solo il tempo, il momento attuale, ma anche ciò che si offre in segno di affetto o di stima. Il presente è già un dono del Signore, è grazia, è Parola cui “attendere”. Chi vive così è già nell’eschaton, le sue azioni sono pienamente significative, sta agendo per il Cielo.
Dice un profeta del nostro tempo “Quando una suorina, carina, giovane, sta in un ospizio curando i vecchi, a cui cala la bava, otto ore al giorno, come fanno le suore di S. Teresa di Calcutta, sta facendo un atto escatologico. Chi glielo fa fare? Non vanno al cinema, non hanno televisione, stanno tutto il giorno a curare i poveracci, stanno perdendo la vita, la gioventù, tutto. Insieme alla sporcizia, alla rovina della natura, vedendo quest’uomo che muore oggi, questa vecchia che muore domani, quell’altro che non si può muovere, che non è capace di camminare. Ecco, questa suora fa una vita escatologica.”
Il Cristiano è l’unico che ama veramente e pienamente tutta la realtà, anche quella che gli altri sfuggono alienandosi o negano rimuovendola e/o sopprimendola (eutanasia, aborto, malattia, sofferenza, morte). Astratto dal reale e distratto dalla realtà è proprio l’uomo che ha espulso Cristo dalla sua vita.
L’aver soggettivizzato la realtà (la soggettività è la realtà; la cosiddetta dittatura del relativismo) è la fonte di ogni violenza fisica e morale che la cultura e la società del nostro tempo tristemente ma necessariamente registrano. Perché la soggettività è una posizione riduzionista del reale. Per la soggettività la realtà è solo ciò che può essere da essa com-presa, cioè presa dentro, ovvero ridotta a sé. Già questo ci porta lontano, ci fa comprendere come qui sia la radice marcia che trasforma in diritti i desideri ed i vizi. Una cultura incapace di cogliere la realtà, l’altro da sé, la diversità è paradossalmente proprio quella che fa dell’amore lesbo, trans, e gay l’ultima frontiera della libertà intesa come liberazione da ogni convenzione oppressiva. Ma amare l’identico non è che amare il sé fasullo, in quanto infondato, che si pretende di essere.
L’illusione che Satana fece accogliere ad Eva, quella cioè di un “puro cominciamento” di sé, questo essere senza Dio è la fallanza del mondo moderno, cioè l’evento nel quale il sistema tecnologico-calcolante contemporaneo non è in grado di assolvere alle funzioni per cui è stato progettato. Ogni uomo ha diritto alla felicità, ha proclamato solennemente l’illuminismo, ma quanti uomini e donne soli in terra d’occidente! Quanto desiderio spasmodico di vita, di super-bios, appagato solo con cocaina, eroina, alcool, sesso meglio se estremo e trasgressivo. Più si cerca di “essere” più si è rigettati nel non-essere, nel non-senso.
Non-essere più persona, in primis. Perché persona significa essere qualcuno per qualche altro che ti dà un ruolo e una missione. Questo solo ti fa un “attendente”. Proprio quello che agli occhi di Nietzsche fa del cristiano un anti-uomo, perché posto al servizio di qualcun altro (essere liberi è rompere le Tavole della Legge), proprio questo attendere rende il tuo presente pieno di significato. Se l’uomo, come dice Hölderlin è “un segno che nulla indica”, è perché nulla più attende.
Tutto questo però sarebbero ancora parole, belle parole, se la Parola non avesse preso carne! Ecco perché dopo il 16 dicembre la Chiesa ci invita a guardare alla prima venuta di Gesù il Cristo, al pleroma così come ce lo indica San Paolo: “E' in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi avete in lui parte alla sua pienezza, di lui cioè che è il capo di ogni Principato e di ogni Potestà.” (Col. 2,9s).
Non a caso San Leone Magno Papa nel suo 1° Discorso sul Natale ci esorta: “Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all'abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricòrdati chi è il tuo Capo e di quale Corpo sei membro. Ricòrdati che, strappato al potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce del Regno di Dio. Con il sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo! Non mettere in fuga un ospite così illustre con un comportamento riprovevole e non sottometterti di nuovo alla schiavitù del demonio. Ricorda che il prezzo pagato per il tuo riscatto è il sangue di Cristo”
Vivere l’Avvento è allora una “grazia”, per ri-cominciare a prendere sul serio il proprio presente guardando al Cielo!
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